XXCO: l’architettura durante il Novecento

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Como e l’importanza dell’architettura del XX secolo

Dopo il primo mese di questo girovagare per architetture, credo si possa provare a dare qualche indicazione, se non proprio orientamento.

Credo (spero) si sia capito che il Novecento architettonico a Como è di più che non un semplice contorno di quel fatidico, e mitico, Razionalismo, da cui si continua a dipendere. In queste prime schede ho intenzionalmente e anche un po’ provocatoriamente girato attorno ai capolavori degli anni Trenta, non perché di quei capolavori si possa fare a meno, ma perché, se li guardiamo stagliarsi su uno sfondo un po’ più definito, acquistano ulteriore rilievo e importanza.

E quindi non c’è ovviamente nessuna congiura ad excludendum, ma c’è, piuttosto, lo sforzo di capire quello che, oltre al Razionalismo, vi fu: prima, durante e dopo.

Se si esce dai sentieri più praticati (anche dagli esperti, anche dagli storici, nessuno escluso, me compreso) si scopre una ricchezza a tratti sorprendente: è questa la metafora, nemmeno tanto nascosta, del navigare a vista, nel passare da una casa popolare a una caserma, dalla centrale termica all’imbarcadero. Alcune scoperte sono autentiche: nonostante che qualcuno di noi si fregi dei meriti di aver girato il territorio in lungo e in largo, c’è sempre qualcosa capace di stupirci. Altre sorprese sono in programma per i prossimi giorni.

Ma, al di là di questo, credo che si possano indicare alcuni elementi degni di riflessione.

L’inizio del Novecento non è un periodo privo di architettura; non è nemmeno investito solo dall’onda lunga dell’Eclettismo ottocentesco (su cui pure sarebbe doveroso un approfondimento anche in sede locale, per le sue implicazioni culturali), bensì interessato anche dai primi sommovimenti del pur timido Modernismo locale (che poi, alla luce di una ricerca a raggio più ampio, si sta rivelando sempre meno timido). La messa a punto di risposte a nuove esigenze della società (non dimentichiamo che è l’epoca, per Como, della piena conquista dell’industrialismo) apre nuove prospettive: le case popolari, per esempio, sono un terreno di sperimentazione che è stato sottovalutato; persino le caserme sostengono qualche istanza di rinnovamento.

Gli anni Venti e Trenta sono effettivamente quel crogiuolo da cui ricavare quello straordinario nuovo prodotto che sarà il Razionalismo, ed è un crogiuolo in cui sono amalgamati e nobilitati non pochi ingredienti di base: il modernismo, ma anche il classicismo, il decorativismo dello Stile 1925 insieme all’essenzialità dell’architettura industriale, cemento armato, ferro e vetro, ma anche stucco e marmo, con un pizzico di aura lacustre e di aria briantea a dare la giusta resistenza al tutto.

Se non si fa lo sforzo di riconoscere e interpretare questa complessa ricetta, temo che il rischio di non capire la complessità della stagione culturale razionalista sia molto alto.

Poi, dopo la drammatica cesura della seconda guerra mondiale, gli anni Cinquanta si stanno rivelando (e si riveleranno ancora di più nel complesso delle prossime schede) una vera miniera di linguaggi e proposte: una miniera in buon parte da esplorare e quindi foriera di scoperte a ogni passo. La tentazione di dedicare intere settimane solo ai Cinquanta e all’inizio dei seguenti Sessanta è davvero forte, ma ancora più impellente sarà la necessità di mettere ordine nella miriade di elementi diversi convergenti nel creare il nuovo volto della provincia comasca. Anche qui, di nuovo, difetta l’analisi delle nuove residenze economiche, delle nuove ville (con lo sforzo quasi titanico di mettere da parte le suggestioni delle ville classiche e di quelle eclettiche e moderniste – come dire: mettere da parte la più parte delle bellezze del Lario), delle nuove industrie, dei nuovi edifici pubblici.

Infine, gli ultimi decenni, sui quali fortunatamente il velo è stato squarciato dalle meritorie edizioni del premio Magistri Comacini, ma sui quali il lavoro di indagine – a fronte di una crescita esponenziale della produzione architettonica – è ancora improbo.

E poi non va nemmeno dimenticato che l’architettura non esaurisce mai il senso degli edifici, anche di quelli recenti. Perché tutti, in bene e in male, traboccano di storie – e di gente, di donne e uomini, che ne hanno fruito, ne hanno ricavato gioie o, a volte, lamenti – e senza di tutto ciò anche l’architettura resterebbe lettera morta.

Perciò – per dare qualche ulteriore stimolo di ricerca (e di lavoro) – nelle prossime settimane, ovviamente con cadenza un po’ più dilatata che non quella quotidiana, proverò ad affiancare alle schede qualche articolo di commento e qualche “taglio” trasversale, qualche apertura su altri orizzonti e qualche provocazione, cercando di dar conto in modo sempre meno approssimativo della ricchezza del territorio e della sua architettura.

XXCO: l’architettura comasca del XX secolo