Monumento a Volta: questione elettrica

110

Gerardo Monizza — Un architetto di fama internazionale “dona” il progetto di un Monumento. La città vorrebbe capire…


 

Daniel Libeskind dona il progetto di un monumento al “Genio di Volta”; il disegno è ancora sconosciuto e la città discute.
 

Prove generali d’immagine ovvero quasi un disastro. Sembra – infatti – che la macchina comense s’inceppi ogni volta al nascer delle idee. Fu così sempre a Como e dintorni ed ora non è cambiato l’approccio alle cose, ai progetti, ma l’esperienza e la competenza dei cittadini (e delle associazioni) possono portare – oggi – ad obbiettivi condivisi.

Intanto: basta che uno lanci un’idea e subito quell’altro la respinge. È un malcostume molto stimolato dalla stampa; una specie di ping pong più ideologico che politico nel senso che non si tratta di una vera contrapposizione semmai di una opposizione, ovviamente naturale.

Prendiamo il fantasmatico monumento a Volta “donato” da Daniel Libeskind alla città. Oddio, dono è una parola grossa perché è come presentarsi neanche invitati a casa d’amici con una bottiglia di vino, ma vuota. Si dirà: quel che conta è l’etichetta. (Ma per dissetarsi ci saranno per forza degli “Amici” disposti a riempire il vetro?). Comunque…

Como ha ricevuto un Monumento in dono e tentenna. Bisogna anche capire che i precedenti “doni” le son costati parecchio (Ticosa, Paratie, Politeama, Palazzo Natta ecc) e il Monumento rischia di finire come il Tempio voltiano (dono del Somaini, nel 1927), il Faro a Brunate (1927) o le fontanelle di piazza Cavour (altro “dono” del 1999) sempre in crisi di manutenzione.
È come donare un gatto: è poi chi lo cura?

Ora Daniel Libeskind scivolando dall’empireo fin sulla disponibilità generosa (costo da sostenere: 1milione di euro) degli Amici di Como ha offerto alla città e ai posteri una sua personale e certamente suggestiva (ma si dirà meglio dopo aver visto il progetto) idea di celebrazione del genio voltiano.

Gli artisti (se poi “archistar”, ma che qualifica è?) non temono confronti con l’idea dei loro interventi, ma qui non siamo tra papi o cardinali in lite – mettiamo – con qualche artista del Rinascimento. Qui siamo in una realtà umana sociale e culturale assai più modesta, ma certo molto partecipata. Si chiama, mi pare, democrazia e com’è d’uso vorrebbe mettere il becco in questioni persino dell’arte.

Senza nulla togliere alla grandezza dell’Idea libeskindiana si pretende solo di vederla almeno disegnata per valutarne l’essenza e magari la bellezza o – perché no? – l’utilità. Dono o non dono quando lo spazio è pubblico se la decisione finale spetta agli organi competenti, la discussione appartiene anche al popolo. Che non è bue e neanche cieco.