Tremezzina. Sacro Monte Del Soccorso

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Sacro Monte di Ossuccio: passeggiare tra storia, arte, tradizione

L’auto con a bordo Tizio e Caio rallenta; un’occhiata al navigatore per assicurarsi che la strada sia quella giusta, ma il segnale più sicuro è il celebre e bellissimo campanile della chiesa di Santa Maria Maddalena a Ossuccio, comune di Tremezzina. La cella campanaria è davvero originale: decorata con fregi e statue, s’allarga sul perimetro della torre, pur rimanendo leggera.

TIZIO– Un capolavoro, non ti pare?

CAIO– Molto bella. È su tutte le cartoline e sul web. Tutti la fotografano.

T– Ovviamente…

L’auto gira a sinistra lasciando la Statale per prendere una strada che porta in alto. Tre o quattro sono i percorsi possibili per raggiungere il parcheggio che oggi è libero; nei giorni di festa si può anche faticare a trovare posto.

T– Dunque, non conosci il Sacro Monte di Ossuccio

C– Non lo conosco bene. Ci son stato da piccolo…

T– Come tanti, del resto… che malvolentieri tornano a visitare i luoghi, magari abituali un tempo, visti insieme ai genitori. È un peccato.

C– Capisco, ma è sempre lo stesso, mi pare.

T– Qui ti sbagli. Le cappelle, le statue, il percorso son sempre gli stessi da anni, da secoli, ma il paesaggio…

Fermano l’auto e scendono. Fanno qualche passo a piedi e poi Tizio indica una costruzione bianca, sulla montagna, a destra: – L’Abbazia dell’Acquafredda. – Caio annuisce.

T– Incamminiamoci da questa parte e arriviamo alla prima Cappella. Sai cosa intendo…

C– Certo. Lo sanno tutti ed è la caratteristica dei Sacri Monti: essere dei percorsi, in montagna, scanditi da una serie di Cappelle. Qui sono…

T– Quindici. Per la precisione quattordici più la chiesa, il Santuario. L’insieme delle Cappelle rappresenta i Misteri del Rosario che è una preghiera devozionale, molto recitata e diffusa, una volta. Una ripetizione di preghiere sempre identiche, scandite da un ritmo costante…

C– Un mantra?

T– Una specie. Ma non è una meditazione; non porta all’annullamento di se stessi; il Rosario porta o dovrebbe portare alla consapevolezza di ciascuno nei confronti di Dio attraverso una sorta di mediazione di Maria e di Gesù. Per questo il Rosario ne racconta, come dire, la storia, riunendola e scandita dai Misteri. – Il ragazzo si ferma a pensare: –Ti vedo perplesso. – dice Tizio.

Caio guarda Tizio ed effettivamente è sorpreso dalla spiegazione: – Ammetto di non essere molto pratico di… preghiere, ma qui non siamo in chiesa. Siamo in mezzo a ulivi, terrazzamenti, ruscelli…

T– Certo, certo. Ma il Rosario non è una liturgia vera e propria. È una preghiera individuale o collettiva abbastanza libera e che veniva recitata quotidianamente nei conventi, nelle parrocchie, nelle famiglie. Si fa ancora oggi, ma più raramente.

Tizio e Caio, parlando, sono giunti ad un bivio: la strada scende verso il paese e, a destra, sale. Sullo spazio di quella sorta di piazzetta si affaccia una bassa costruzione a forma di capanna, ma fatta in solidissima pietra intonacata. Tizio s’infila nell’apertura del pronao antistante l’edificio: – Entra. Si inizia proprio da qui. È la prima Cappella: quella dell’Annunciazione.

C– Dell’Angelo a Maria. Questo lo so; l’ho imparato al catechismo e poi ci sono centinaia di pitture e sculture che raccontano dell’incontro di Maria con l’Angelo.

T– Non esattamente un incontro, secondo me; semmai un primo momento di coscienza della fanciulla. Maria, leggendo il racconto dei Vangeli, era poco più che una bambina. Una ragazzina che scopre le trasformazioni del suo corpo; che sente che sta per succederle qualcosa. Questa “annunciazione” è l’avvio della vita; l’inizio della storia.

C– Purtroppo si vede poco – e guarda attraverso un buco nel portone che consente faticosamente di scrutare l’interno – ci sono solo due statue.

T– Così è la storia: Maria e la figura dell’Angelo. La ragazza si tocca il petto, magari sente “qualcosa” dentro e, osserva bene, non guarda l’Angelo. Come se quella presenza non fosse reale, ma l’Angelo guarda la fanciulla. Possiamo leggerla così: che dobbiamo saper ascoltare anche ciò che non vediamo, ma è importante saper comprendere anche i segni che ci sono estranei, che non comprendiamo. – Tizio guarda l’interno della Cappella dall’altro buco nel portone – Un effetto molto significativo, teatrale, geniale. Quasi nient’altro si vede attraverso questi due buchi. Una scenografia essenziale.

C– Anche un’interpretazione ardita, mi pare. Poco regolare.

T– Perché non ti ho parlato di “dio” e dello “spirito” che avrebbe animato l’attimo? Lascio ai teologi interpretazioni magari più corrette. Noi limitiamoci a capire quel che si vede e quello che gli artisti hanno voluto o saputo raccontare con le loro pitture e le statue di terracotta dipinta. Anche attraverso trucchi plastici.

C– Semplici, ma efficaci. Bisogna ammetterlo.

T– Si stavano rivolgendo a persone semplici, pellegrini mancati, viaggiatori a km zero.

C– In che senso?

Tizio s’avvia verso la salitella che sta difronte alla prima Cappella: – I Sacri Monti, e questo come gli altri, erano la ideale rappresentazione di un evento, di un mistero, avvenuto a migliaia di chilometri di distanza in luoghi non facilmente raggiungibili, allora.

C– Allora, nel Medioevo?

T– Più precisamente verso la fine del XV secolo. Questo del Soccorso è dei primi decenni dei Seicento. Non è dunque uno dei primi, neanche uno dei più scenografici, ma certamente uno dei più belli per il paesaggio.

C– Anche se abbastanza soffocato dalle costruzioni del paese.

T– Più avanti, salendo, le case diventano più rare. Un poco di coscienza, urbanistica e architettonica, non sarebbe andata male, purtroppo così non è stato. Leggendola in positivo si può credere che il Sacro Monte non fosse considerato qualcosa di distante, ma un’esperienza dentro il paese stesso…

C– Questa sì, mi sembra davvero azzardata. Forse il luogo s’è salvato dalle invasioni proprio per quel concetto di “sacro” che mette soggezione.

T– Può essere. Il “sacro” si lega alla riverenza, alla venerazione, al mistero. All’intoccabilità che separa. Così era, sicuramente, al tempo di queste costruzioni. Il mistero è anche paura, ma il racconto spiega e avvicina.

C– Nel senso che le Cappelle, spiegando una vicenda terrena, tolgono lo spazio di separazione tra il fedele e il mistero?

T– Fanno da collegamento tra quel che si comprende facilmente, una storia, e quel che si deve ricercare, la fede.

C– Si sostiene che i Sacri Monti siano baluardi della fede.

T– Della fede cattolica contro la fede riformata? Non voglio leggere la presenza dei Sacri Monti nell’arco alpino come una barriera contro la Riforma.

C– Non è così?

T– Se la Riforma inizia ufficialmente con Lutero e nel 1517, una parte dei Sacri Monti più antichi non si può perciò considerare alla stregua di baluardi spirituali contro il rinnovamento proposto dai Protestanti. Non è solo questo. Sarebbe un modo semplicistico, e anche scorretto, di interpretare queste grandi, complicate e persino costose costruzioni.

C– C’è dell’altro?

T– Penso davvero ci sia stato un sentimento di fede. Forse non come la si intende oggi ovvero alta, spirituale, staccata da una visione antropomorfa della divinità, direi persino concreta, materiale…

C– Ma non è la stessa fede?

T– Immagino di sì, ma oggi, quale artista rappresenterebbe un angelo, sulle nuvole, che appare a una ragazzina o un dio che sparisce tra i lampi? Sarebbe inaccettabile sia per la committenza ecclesiastica che per il popolo dei credenti.

C– Questo è il cambiamento rispetto al XVII secolo?

T– Non pensiamo, perché sarebbe un errore, a come oggi faremmo un Sacro Monte. Entriamo, da moderni, nel percorso suggerito a quel tempo per un pubblico certamente differente da noi, dalle nostre sensibilità, dalle conoscenze e dalla cultura che non è più quella dei secoli passati.

I due lentamente hanno terminato la salitella che porta alla seconda Cappella: un bel tempietto circolare. Dalla finestra inferriata scorgono l’interno. Ancora due figure al centro.

T– Sono Maria ed Elisabetta. Dietro c’è Zaccaria, marito della cugina di Maria. Si tratta di due figure di “anziani” ovviamente secondo la misura dell’epoca. Aspettavano da tempo un figlio che “è stato loro concesso” quando mai se l’aspettavano. Un miracolo che per noi, oggi, è un fatto normale.

C– Una gravidanza in tarda età?

T– Ormai inaspettata. Questo punto della storia, dei Misteri del Rosario, ha una duplice importanza. Rappresenta la necessaria condivisione dei fatti importanti della vita di ciascuno, delle donne e madri in particolare, che con la maternità acquisiranno uno status differente dentro la comunità.

C– Una più specifica definizione del loro ruolo?

T– Un completamento indispensabile del loro essere donna e moglie: persone finalmente complete. Poi vi è l’aspetto narrativo.

C– In che senso?

T– Nella vita di Gesù, a un certo punto, interviene la figura del Battista, suo cugino.

C– Il figlio di Elisabetta.

T– Nei Misteri entra solo di sfuggita, prima della nascita. Ma questo accenno è importante perché anticipa il rapporto che vi sarà tra Giovanni Battista e Gesù: decapitato l’uno e crocifisso l’altro. Due vittime del potere, del sopruso, dell’incomprensione. Cugini coetanei legati da uno stesso destino.

C– Per questo l’incontro tra le due Madri è fondamentale?

T– Perché rivela, indirettamente, che il futuro di quei due essere appena concepiti sarà legato fino alla loro morte. È un breve accenno che al pellegrino di quei tempi sollecitava tutta una serie di collegamenti visibili in tante altre pitture o sculture e anche nelle letture dei vangeli e nelle prediche che ascoltavano in chiesa.

Caio si gira di scatto sentendo voci di ragazzi. Una piccola comitiva, forse una classe, scende dallo sterrato e si ferma davanti alla Cappella della “Nascita di Gesù” che sta lì a fianco. Rimessi in riga dall’insegnante, dopo qualche minuto lasciano libere le finestrelle. Tizio e Caio s’avvicinano per guardare.

La scena è più ricca di statue: nove personaggi, sei angeli e, ovviamente, non mancano gli animali.

C– Un presepe.

T– È la scena più gradita ai bambini; la più riconoscibile: i pastori si fanno intorno a Maria, Giuseppe e al Bambinello; gli animali danno un senso di calore. Il bue e l’asino completano l’insieme. Sembra tutto molto naturale, normale…

C– Ma…

T– Infatti è così. Questa normalità allude alla possibilità di ciascuno di essere partecipe di eventi quotidiani, come avveniva un tempo con le nascite dentro le case, insieme agli altri. Tuttavia, bisogna sempre guardare oltre e domandarsi perché le cose, anche le più banali, avvengono e come mai noi siamo capitati al momento giusto…

C– Potrebbe essere solo un caso.

T– Non è certo l’interpretazione che avrebbero dato i pellegrini del tempo. Questa “normalità” apparteneva ad una dimensione differente, superiore alla loro quotidianità di paesani, pastori o contadini. Saliamo.

Tizio e Caio procedono sulla destra della Cappella avviandosi su per un viottolo fino alla quarta Cappella: “La presentazione di Gesù al Tempio”.

T– Qui, solitamente, inizia la salita dei turisti che, sbagliando, inforcano una strada, ma non quella giusta. Difatti, sembra essere la porta del Sacro Monte.

C– Che porte non ha, mi pare.

T– Infatti. A differenza di altri luoghi simili, il Sacro Monte di Ossuccio è uno spazio non chiuso da cancellate, segnato chiaramente da una strada che sale dalle prime cappelle fino al Santuario. È tutta pedonale, ma per le case e le cascine ve n’è una quasi parallela, carrozzabile. Qui, invece, si sale a piedi; è facile.

C– Senza fatica?

T– Neanche un chilometro, tra prati e uliveti e con la bella vista sul Lago di Como.

La piazzetta della quarta Cappella è il punto d’incontro delle tre vie che arrivano dalle frazioni. È anche un piccolo parcheggio. Tizio e Caio s’avvicinano alle due finestrelle per scrutare l’interno, che non è grande, ma pieno di figure; ne contano otto.

T– Come puoi notare sono statue abbastanza differenti da quelle cha abbiamo già visto e da quelle che vedremo. L’unità stilistica dell’insieme non è stata la prima preoccupazione né di committenti, né finanziatori e neanche degli artisti.

C– È una scena molto movimentata.

T– Giusto. Siamo al Tempio: passaggio obbligatorio per ogni primogenito. Tutto si configura com’è scritto: i genitori offerenti, le due tortore in sacrificio, la presenza del sacerdote. Poi, non manca colui che comprende, che coglie l’attimo differente.

C– Un profeta?

T– Il Vangelo dice “un uomo giusto” che da tempo attendeva l’avverarsi di un presentimento, di una speranza. Aspettava…

C– Che cosa?

T– Di vedere il “Cristo”. Simeone è la rappresentazione di coloro che non rifiutano di comprendere e che sanno vedere le cose prima che queste avvengano. È una figura positiva che tuttavia ha colto da subito la tragedia che avverrà.

C– La crocefissione?

T– E tutta la pena e il dolore che colpiranno la comunità dei credenti e, in particolare, Maria. Dice alla madre di Gesù: “Una spada ti trapasserà l’anima”. Così raffigura il massimo dolore che può cogliere una madre ovvero la perdita di un figlio. Pensa alle tante donne che qui passavano, magari ogni giorno, mentre i figli erano alla guerra o quando i loro piccoli erano morti, inspiegabilmente.

C– Ma questa è solo una raffigurazione.

T– Puoi anche chiamarla “teatro”, ma che sa cogliere nel profondo la disperazione di un’umanità povera e indifesa. Andiamo.

Tizio e Caio girano intorno alla Cappella e davanti a loro si apre la salita al Soccorso: una bella strada acciottolata, con platani sulla sinistra, prati e case sulla destra. Qualche cartello dà le segnalazioni indispensabili per il viaggiatore, il turista, il pellegrino.

T– Sediamoci.

I due si siedono su una panca messa proprio all’inizio della salita. Davanti a loro la bella strada. Qualche turista li precede; qualche camminatore, munito di bastoni, transita con passo svelto e ritmato.

C– È molto frequentata, questa strada.

T– Abbastanza; non come meriterebbe. C’è chi la percorre ogni giorno per allenarsi e altri che l’affrontano come turisti. A ciascuno il suo modo…

C– Anche processioni e rosari?

T– Credo di sì. È il luogo giusto per riprendere antiche devozioni. Non si può escludere lo spazio alla fede personale o collettiva. Sarebbe ingiusto e scorretto, non è un luogo esattamente “sacro”, francamente non so che cosa possa significare oggi, ma è uno spazio decisamente ricco di forza spirituale. Anche per la sua bellezza.

C– Artistica?

T– Non affronterei la salitella con lo spirito dello storico dell’arte. Forse resteresti deluso. Qui è tutto molto semplice, essenziale. Lo scopo non è di sorprendere con la bellezza costruita “ad arte”, ma di condurre il pellegrino attraverso una narrazione di fatti noti, presentati in modo efficace e semplice.

C– Una specie di sacra rappresentazione.

T– Oggi diremmo una specie di sceneggiato, a puntate. La prossima, quella che vedi sulla destra, è la quinta Cappella: “La disputa di Gesù con i dottori del Tempio”. Come sai, Gesù sfugge al controllo dei genitori e si ferma a discutere al Tempio, sorprendendo i sapienti.

C– Sfacciato, irriverente e coraggioso.

T– Direi anche ribelle, come dovrebbero essere tutti i giovani, non ti pare. È il tempo della loro opposizione agli adulti, al potere, alla tradizione imposta. Gesù sa, perché non è semplicemente uomo, ma anche coloro che sono esclusivamente mortali hanno il dovere di essere attenti e vigili.

C– È una provocazione?

T– Non così espressa, ovviamente. Ma oggi potremmo interpretarla in tale modo. Altrimenti che senso avrebbe fare tutta la strada e fermarsi a stortare la testa dentro le grate e cavarsi gli occhi per la poca luce?

C– Liberi d’interpretare?

T– Liberi di lasciarci prendere e vedere oltre quello che le statue fissano nelle loro posture, con i loro abiti che ci indicano i costumi del tempo, con le loro espressioni anche strane. Con la prossima Cappella finiscono i primi cinque Misteri gaudiosi; poi cinque sono dedicate ai Misteri dolorosi e infine le quattro, più il Santuario, ai Misteri gloriosi.

C– Tutta la vita di Gesù, in sintesi.

T– Ma anche la vita di ciascuno che osserva tra le grate. Non è presunzione, ma solo capacità di saper cogliere quello che gli artisti, i decoratori, i committenti hanno saputo sintetizzare con la loro passione, diciamolo, con notevole capacità narrativa.

C– Arte e passione?

Tizio si alza dalla panchina e s’avvia su per la strada che porta al Santuario: – Vedremo – dice – e non dimenticare che alla fine del viaggio di oggi dopo il “pieno di spirito” non mancherà una buona polenta alla Trattoria del Santuario. Proprio come i pellegrini di una volta.

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