XXCO. Un valore culturale e architettonico

 

xxco: un libro per il novecento comasco

Costruita giorno per giorno, con 366 schede al suo attivo, e quasi duemila immagini, XXCO è una ricerca sull’architettura comasca del Novecento, ma più ancora una ricerca sulla storia.
Nonostante le molte pagine spese al riguardo, da non pochi anni, infatti, il Novecento comasco resta un grande sconosciuto.

Ciò vale per le vicende politiche (non è ancora stato scritta, per esempio, un’accurata analisi delle storie dei partiti e dei vari raggruppamenti che pure annoverano numerosi personaggi di spicco), per quelle economiche (nonostante che questo sia forse il settore meglio indagato, grazie soprattutto al pluriennale sforzo della Camera di Commercio e di altre istituzioni interessate allo sviluppo del settore tessile), per quelle culturali (manca ancora uno sguardo complessivo sul teatro, sul cinema, sulla musica). L’architettura non fa eccezione.

Intorno ai pochi elementi messi in risalto (Sant’Elia, il Razionalismo) c’è uno sfondo quasi completamente sfocato. Certo, mettere mano a una “storia dell’architettura del Novecento nel Comasco” è impresa piuttosto impegnativa, anche e soprattutto perché mancano – fatte le debite eccezioni – i materiali di base. L’ambizione di XXCO è proprio questa: cominciare ad accumulare elementi che possano essere utilizzati per ulteriori elaborazioni, revisioni, approfondimenti (anche critiche, ci mancherebbe). E quindi proporre, accanto ai consacrati capolavori dei maestri, anche opere meno note, ma altrettanto capaci di delineare un panorama complesso, variegato, stimolante.

Non c’è periodo che non debba essere riconsiderato. L’apertura del secolo si è rivelata – almeno ai miei occhi – una vera sorpresa. Abbiamo detto e ripetuto che non c’era art nouveau sul Lario, poi a ben guardare qualche esempio non proprio infimo è recuperabile. Ignoravamo l’esistenza di un modernismo lariano che oggi invece si presenta snodo fondamentale per la conquista di un linguaggio pienamente aggiornato (si intende: bisogna prendere le misure, poiché sperare di trovare anche in periferia esempi comparabili a quelli di Parigi o Bruxelles o Barcellona è ovviamente fuori luogo; il modernismo locale è “timido”, ma non sterile). Persino i mitici anni Trenta sono in grado di riservare qualche sorpresa: una villa qua, una scuola là; opere realizzate magari non dai protagonisti assoluti, ma in quella straordinaria situazione anche i comprimari erano degni di nota.
Allo stesso modo, non c’è area della provincia che non valga la pena di una visita attenta.

Alla fine, per i primi quarantacinque anni del secolo, sono disponibili 151 schede; il numero è in buona parte casuale e non sottintende nessun intento simbolico, ma sembra sufficientemente consistente per sottolineare che non di pochi capolavori bisogna discutere.
Il valore “culturale” o “architettonico” che dir si voglia non credo si debba misurare solo sulle poche eccellenze, ma piuttosto sul tessuto – più o meno fitto – delle idee diffuse e condivise. Idee che possono essere verificate dal vivo, in una rete di itinerari che – posso assicurarlo dopo averli percorsi più e più volte – vale la pena di sperimentare.