XXCO_172: Una villa circolare

 Veduta recente della villa

La pubblicazione di una piccola serie di schede dedicate ad architetture progettate da professionisti esterni al territorio mi offre il pretesto per esplicitare alcune questioni relative al rapporto tra la dimensione locale e quella generale.

Centri e periferie

La relazione tra centro e periferia è ovviamente questione di punti di vista, e quindi di opinioni. Ogni punto periferico può essere a sua volta centro di un sistema, e così via, in modo che la ricognizione dell'insieme di queste costellazioni è il vero problema della conoscenza.
Vale per il cosmo, ma vale anche per il territorio locale (del Comasco, nel caso specifico). E vale anche per l'architettura.
Se si aggiunge che, oltre alla ricognizione della contemporaneità, si deve necessariamente tenere presente quella sull'asse della storia, si dovrebbe avere la coscienza della complessità dell'indagine, tra sondaggi sincronici e diacronici.
I più avranno già capito dove vado a parare. Se per un verso è facile affermare che Como è periferia rispetto al centro di Milano, e che a sua volta è centro in rapporto al territorio provinciale, per un altro bisogna tenere in considerazione la dinamicità della situazione.
Una prima serie di dati da valutare è quella relativa ai percorsi di formazione. La maggior parte dei progettisti attivi a Como studia a Milano, alle facoltà del Politecnico, a quella di ingegneria prima e poi anche a quella di architettura (senza dimenticare che un corso di laurea in architettura esiste anche precedentemente alla fondazione della facoltà vera e propria), oppure all'Accademia di Belle Arti di Brera, dove si diplomano i professori di disegno architettonico. Ma non bisogna mai dimenticare che alcuni ingegneri studiano e si laureano a Pavia o a Torino, portando nel contesto locale tradizioni (e relazioni di dipendenza) diverse; qualche architetto, soprattutto durante il periodo razionalista, si reca a Roma; in tempi più recenti un'altra meta ambita è Venezia.
Como alla periferia di Milano? Certo, ma non solo...
Con Milano si intrattengono spesso anche relazioni di committenza. Noto è il caso di Giuseppe Terragni e Pietro Lingeri, che aprono uno studio congiunto a Milano (le "cinque case" milanesi originano da lì), e la dislocazione non è priva di impatto sulla pratica professionale. A Milano, forse, il ruolo di Lingeri è valorizzato, e del resto Giuseppe Terragni a Como non ha un vero studio suo proprio, essendo integrato in quello del fratello ingegnere, Attilio (anche Luigi Zuccoli, collaboratore di Giuseppe, ricorderà, molti anni dopo, che era il fratello ingegnere a pagargli lo stipendio).
Reciprocamente, i progettisti comaschi si riversano sul territorio circostante. La crescita di questo fenomeno sembra un dato spiccatamente novecentesco (per quel che mi è dato sapere, nell'Ottocento la situazione appare assai più autarchica e impermeabile: i professionisti attivi in provincia lavorano spesso senza veri rapporti con il capoluogo).
Ma questo sistema di relazioni può essere percorso in tutte le direzioni, secondo regole e opportunità che, a volte, è facile identificare. Per esempio, nei centri di maggiore richiamo turistico, già all'inizio del Novecento, è normale la presenza di professionisti forestieri, a volte provenienti anche da molto lontano (e non sempre al seguito delle famiglie committenti): Lanzo d'Intelvi e Brunate risultano, da questo punto di vista, assai significativi. Nei decenni seguenti, tra le due guerre, questo fenomeno sembra conoscere una certa diminuzione; e forse ciò è anche collegato al fatto che in quegli stessi anni Como sembra, per molti versi, assurgere al ruolo di centro di rilevanza europea.
Nel periodo che segue alla fine della seconda guerra mondiale, le cose si complicano ulteriormente, preludio alla fase che ormai è quasi banale definire di globalizzazione, e nella quale si è portati a credere che le differenze tra centro e periferia tendano a scomparire... Ma non è così, e a ben guardare si colgono ancora rapporti di dipendenza, sia a livello di formazione che a livello di committenza.
Dal punto di vista della ricerca, tutto ciò ha implicazioni rilevanti. Le opere dei professionisti "forestieri" sono di regola più difficilmente individuabili, salvo quando una personalità abbia acquisito una fama che va al di là dei limiti locali (anche quando questi sono quelli della metropoli). Nelle decine di schede ormai pubblicate credo sia facile reperire esempi a sostegno dell'una e dell'altra variabile. Anzi, forse dovrei ammettere che nel mio lavoro di ricerca c'è un certo gusto a intercalare opere di ambito locale con opere "forestiere", a sottolineare la feconda dialettica culturale che se ne può trarre.

Ed è per questo che chiudo questa breve serie con un altro edificio opera di un progettista non locale. Me l'ha appena segnalato un amico – che ringrazio per essersi fatto coinvolgere nel gioco – e credo proprio che sia sconosciuto ai più.
Mi pare che con le sue forme circolari si presti ottimamente a fare da simbolo a questo discorso.

Fabio Cani