XXCO_087: un'aula per le celebrazioni

 

XXCO: l'architettura nel territorio comasco durante il XX secolo

Il periodo pasquale suggerisce di tornare a occuparsi di architettura religiosa e, anche, di provare a indicare alcuni temi ad essa connessi.
L'architettura religiosa moderna risente in effetti di una condizione particolare: per quanto diffusa, sembra confinata ad ambiti "specialistici" per ciò che riguarda sia la progettazione, sia la sua analisi critica. Sembra, insomma, che occuparsi di chiese moderne (perché di questo, nelle nostre regioni, di fatto si tratta) sia affare soprattutto di sacerdoti e teologi. Viceversa, il tema dell'architettura religiosa pone problemi centrali per i fondamenti stessi del fare e del fruire architettura, che possono essere affrontati anche da una visuale tutto sommato marginale come quella della provincia lariana.
Per quel che mi riguarda, trovo, per esempio, estremamente interessante l'intreccio – inevitabile, dal punto di vista religioso – tra livello funzionale e simbolico. Lo spazio chiesastico è scenario di funzioni particolari (la celebrazione stessa dei riti è detta, nel linguaggio comune, "funzione") che necessitano di allestimenti precisi e, in aggiunta a ciò, ci sono le impellenti necessità di un luogo "sociale" per eccellenza. Ciononostante il "funzionalismo" delle chiese (anche di quelle antiche, naturalmente) è troppo spesso messo tra parentesi, quando non del tutto trascurato, mentre è portato in primo piano, assieme ai caratteri propriamente artistici, il livello simbolico, dimenticando che questa è una delle funzioni fondamentali dell'organismo architettonico religioso (ma, in realtà, anche di altri). Questo intreccio tra funzione e simbolo si è rivelato essenziale in corrispondenza del cambio di paradigma promosso dal Concilio Vaticano II, che negli ultimi decenni del XX secolo ha comportato una modificazione radicale della forma delle chiese, appunto per ragioni funzionali e simboliche al tempo stesso.
Semplificando, si può dire che a una situazione fortemente direzionata, dove il fulcro quasi assoluto era il celebrante isolato, si è passati a una situazione dialettica, dove il ruolo dell'assemblea dei fedeli è diventato altrettanto importante. L'aspetto più evidente di questa vera e propria rivoluzione sta nella rotazione del rito: il celebrante che prima volgeva le spalle ai fedeli, da qui in avanti guarda direttamente la comunità che partecipa al rito. Questa evoluzione provoca la crisi del modello "basilicale", considerato quello naturale per le chiese (in realtà su questa interpretazione dominante sarebbe lecito nutrire qualche dubbio, poiché già nel corso dell'Ottocento si assiste a una notevole diffusione di organismi basati su piante "centrali", per quanto in parte contraddette dalla collocazione assiale dell'altare: si vedano, anche, nel Comasco, le molte chiese progettate dai Moraglia, padre e figlio, ingiustamente poco considerate e conosciute). A tale crisi ha fatto riscontro una "perdita" di orientamento: nel corso degli anni Sessanta, ma anche dei decenni seguenti, si è assistito a una sorta di babele dei linguaggi e dei riferimenti, con esiti non sempre convincenti e con ripetuti tentativi di attingere altrove nuovi modelli simbolici. Le "nuove chiese" hanno a volte assunto forme improbabili (dalle chiese-astronavi alle chiese-discoteche), ma altrettanto spesso hanno provato a coniugare elementi dissonanti con l'intenzione di trarne suggerimenti fecondi (per esempio, le chiese-fabbriche e le chiese-case), e soprattutto hanno fatto ricorso a una sperimentazione formale e tecnologica che ha progressivamente rivitalizzato un modello che a molti appariva immodificabile. Gli esiti di questo processo, tutt'altro che scontati e assai interessanti, si sono colti con chiarezza negli ultimi anni.
All'origine di tale storia, anche l'area comasca può annoverare interessanti esempi, estremamente diversificati e ancora da approfondire, ma certamente degni di essere conosciuti. Ho già presentato la chiesa di San Giuseppe di Como (scheda XXCO_038); oggi presento la chiesa di Sant'Agata, sempre a Como (qualche altra, ovviamente, si aggiungerà all'elenco). Pressoché contemporanei, i due edifici si collocano ai capi quasi opposti di un ipotetico modello ecclesiale: tanto San Giuseppe si fonda sulla modulazione della luce e su una nuova interpretazione dell'assialità, quanto Sant'Agata è basata su un'aula unitaria con un'atmosfera quasi sospesa e una luce diffusa. Ancora più interessante è notare che entrambe le chiese sono state, negli anni immediatamente seguenti alla loro realizzazione, "teatro" (e la parola non è casuale) di rinnovamento liturgico; né l'una né l'altra chiesa possono andare disgiunte da quanto vi si è svolto e dalle comunità che vi sono espresse. Sant'Agata probabilmente non sarebbe esistita senza don Giovanni Valassina, e San Giuseppe non sarebbe stata ciò che è stata senza i Cappuccini. Come non ricordare le messe "beat" di quegli anni, che ebbero luogo nell'una e nell'altra? Come non tornare con la memoria ai tanti concerti (non propriamente elevazioni "spirituali") di Sant'Agata? In uno di questi, organizzato dall'Autunno Musicale, protagoniste le allora giovanissime ma già straordinarie sorelle Labèque, l'irruenza concertistica provocò la plateale rottura di una corda del pianoforte. Come non evocare gli esperimenti teatrali nel tempo pasquale a San Giuseppe? In uno di questi lo stesso altare divenne un "praticabile" da usare come parte di palcoscenico, non senza scandalo: ma con un'altra forma si sarebbe potuto fare? Dunque, la storia viva delle comunità ecclesiali si interseca con la forma e con il senso degli edifici.
C'è un argomento che vada di più al centro stesso del fare architettura?

 

Chiesa di Sant'Agata

Lucio Saibene, architetto, Gino Morganti, ingegnere

1962-1969

Como, via Briantea, via Bari

Stato: visibile - visitabile - ben conservata


Edificata a seguito di un concorso a inviti su un terreno attiguo alla vecchia parrocchiale, sopraelevato rispetto alle vie, Sant'Agata presenta una pianta approssimativamente ottagonale e un semplice campanile parallelepipedo. All'interno il volume è diviso in due aule, di cui la più piccola funge da cappella, con la sacrestia.
L'aula principale è un unico grande spazio, con ingressi trasversali; la porzione destinata all'assemblea dei fedeli è leggermente in pendenza in modo da favorire la visibilità dell'area presbiteriale, sopraelevata da un gradino. La luce è diffusa: oltre che dalle grandi vetrate, disegnate da Eli Riva (come tutti gli arredi: l'altare, il tabernacolo, l'acquasantiera), l'illuminazione era originariamente fornita da una grande plafoniera al centro del soffitto (che però venne presto dismessa). L'atmosfera è rarefatta e le decorazioni quasi del tutto assenti, così da concentrare l'attenzione sulle celebrazioni.

Veduta dell’aula interna Particolare di due vetrate di Eli Riva 

Scarica la scheda in formato PDF, clicca qui

 

Articoli correlati:

XXCO_086: una casa complessa

XXCO_088: una chiesa quasi modernista