Opere. La chiesa di San Giuseppe lavoratore

 

Chiesa di San Giuseppe: uno spazio per la fede

Addii. Luigi Caccia Dominioni

 

Morbegno - Un’astronave placidamente adagiata sui prati di Morbegno, con una torretta color sabbia, un po’ Babele e un poco avvistamento; scherzo di forme inusuali che vogliono contrapporsi al disegno dei monti circostanti. Sfida alla tradizione della pianta a croce e tentativo di trovare soluzioni originali (partendo dal cerchio per arrivare agli incastri di curve), per il disegno di una chiesa.

L’edificio moderno di San Giuseppe sembra voler unire i poteri forti: come un tempo il broletto e il palazzo del forziere si affacciavano sulla stessa piazza, dividendola con la cattedrale, pure qui, in riva all’Adda la chiesa sta con gli uffici finanziari dell’Esattoria, con la banca, con la zona commerciale, formando un nucleo architettonico che è tutto una citazione storica, colta, piuttosto geometrica e anche senza cuore.

La chiesa di San Giuseppe a Morbegno, progettata da Luigi Caccia Dominioni e consacrata nel 1993, si esprime nel linguaggio tipico dell’architetto milanese (con forti legami familiari e culturali valtellinesi) e con le forme sperimentate in molte delle sue opere (il cerchio dominante, le finestre a nastro verticale, le pareti a sfoglio, i colori pietrosi, il cemento granulato, la cura maniacale del particolare, i guizzi fantasiosi).

È un edificio che si ama o si odia. Senza le mezze misure sciolte nel sentimento tipico che lega il fedele al proprio antico tempio. È una chiesa ancora senza storia, vagamente di periferia, abbastanza vasta da risultare fuori scala per momenti d’intimità religiosa eppure utile per le assemblee liturgiche dei grandi numeri.

È comoda perché offre al fedele una visione complessiva dell’insieme e degli avvenimenti, da qualsiasi punto di vista; ha un ampio parcheggio vicino; un sagrato protettivo dalle intemperie e dal sole cocente; è solida, visibile, raggiungibile facilmente, ma ancora scostante, non adatta ad un uso personale. Presenta, sul sagrato, anche la possibilità di utilizzare ambienti per le riunioni parrocchiali, raggiungibili con una scaletta doppia.

Si ama, per il rigore e la semplicità delle forme, per la funzionalità, per l’originalità e per l’ariosità che caratterizza lo spazio interno cioè la grande aula unica; si ama il San Giuseppe anche per la sua bellezza contemporanea. Si odia, per la secchezza delle pareti rugose, per l’estremizzazione della funzione che predomina sulle possibili secolari abitudini, per la cupezza delle luci, per l’ansia che mette come una grande piazza. Forse anche per l’esagerazione presente in certe ricercatezze formali e strutturali: enormi viti di collegamento, segni scultorei dentro il metallo realizzati con la fiamma ossidrica, maniglioni per i portoni e la predominanza del nero negli arredi.

Voluta per dare un servizio alla comunità parrocchiale in espansione, oltre la ferrovia i ponti la strada le villette ha, nel suo disegno, molte invenzioni e qualche scomodità. Le critiche, ovviamente, scattano anche per questo. Non si parla delle seggioline tipiche e molto amate dall’architetto, rigorosamente impettite, da scanno severo, nere e bucherellate; e neanche delle numerose incongruenze stilistiche, non certo dovute al progettista bensì all’uso quotidiano, alle tradizioni incancellabili e alle necessità liturgiche, neppure di panche non esattamente in “stile” con l’insieme, ma si parla di atmosfera.

Tanto l’esterno si inserisce nel paesaggio spezzando le pareti e creando, di conseguenza, fasce di chiaroscuro che si piantano nel prato verde come quinte o la torretta campanaria un poco giocosa e bizzarra, con una mezza cupola a coperchio (che ci fa l’antenna parabolica in cima?) o il sagrato che invita all’ingresso, distribuendo gli accessi in ampie porte di ferro nero, pesantissime ma scorrevoli; così l’interno si presenta molto calcolato, quasi freddo.

Si parla di emozioni – ovviamente – non strettamente di architettura che – invece – è sicuramente pensata e costruita con rigore. Le pareti in graniglia danno all’aula, in forma di ventaglio aperto, un colore ombroso, anche nei giorni di sole e le tre grandi travi, che si concentrano verso l’altare, segnano fortemente lo spazio avvitandosi allo pseudo transetto.

Tutto confluisce verso il presbiterio dove l’altare maggiore (unico nella chiesa) è tondo. Il supporto di gesso è lucidato color cuoio, la mensa è ampia, in forma di fagiolo, con uno spazio originale per la celebrazione eucaristica. Il sedile del celebrante ha lo schienale in cuoio vero, e sull’abside convivono un naturalistico gigantesco bassorilievo (sembra ispirarsi alle antiche figure di San Cristoforo) del santo titolare, con un crocefisso antico.

Sulla destra si nota una fenditura verticale che unisce, in una sorta di passaggio di servizio, la zona del presbiterio con quella del tabernacolo. C’è molta attenzione ai particolari: le curiose acquasantiere in marmo rosso a forma di rocchetto; originali – ma poco praticabili – i pesanti paraventi confessionali, sempre in ferro nero, come le porte d’ingresso ed i portoni. Balaustra in ferro anche per l’ambone; assente il fonte battesimale; ampio e funzionale il coro.

La luce è morbida e debole e varia sul tenue; sfiora le pareti e si disperde. Alcuni addobbi impropri e non in stile (una madonna tipo Val Gardena con alle spalle un telo azzurro in vellutino illuminata dalle candeline votive; un tabernacolo barocco con raggi dorati che si propagano, un po’ in ombra) sono richiami inutili all’antico; reperti di chiese precedenti che stonano con l’austerità contemporanea. Voltandosi verso lo spazio dei fedeli si coglie un insieme pieno di banchi, di sedie, di panchette; non si riceve la scintilla interiore dell’architettura (specifica di molte chiese moderne); tutto è molto utile, ma poco intimo.

Difficile trovare in San Giuseppe qualche fedele abbandonato alla meditazione o intento alla preghiera. Si coglie il senso pratico (come di una chiesa laica, molto formale) e non si sente il senso mistico. Tuttavia, c’è silenzio e pace e, in fondo, per il credente è tutto quello che serve.

[Scritto nel 2001]

 

Vedi anche: Morbegno – Biblioteca civica Vanoni

 

 

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La passione civile ha sempre animato Luigi Fagetti, indirizzandone la vita professionale e l'impegno sociale. Como: città sempre amata anche nei momenti di crisi.

Ricco corredo iconografico; rigore scientifico e alta leggibilità. L'intera vicenda del Teatro comasco: architettura, artisti, spettacoli. Una storia lunga due secoli.