Storie. Galeotto fu anche il libro

 

 Una storia d'amore vistalago

 

Lavorava in banca; in centro. L’edificio era austero, grigio, decorato: bianco e nero. In pietra. Stava a fianco del Duomo e sembrava vero. Era vero, l’edificio, ma appariva medievale; era stato costruito una trentina d’anni prima, anche meno. L’architetto Federico Frigerio, il progettista, aveva voluto riprendere un’immagine di Toscana e portarla a fianco della Cattedrale; a poche centinaia di metri dal Lago di Como, per senso di eleganza e di ricchezza estetica. In fondo si trattava di una banca importante.

Quell’anno – era il 1953 – comparvero sotto i portici del Broletto, a fianco del campanile del Duomo, trenta metri distanti dalla banca, i librai ambulanti. Fermati i loro carretti avevano montato diversi e traballanti tavolacci coperti da lunghi teli  sostenuti da cavalletti incastrati tra le colonne del portico.

Era una Fiera del Libro. La prima di una lunga serie che ad ogni finir dell’estate si sarebbe presentata per qualche giorno ai comaschi. Sui banchi si trovava di tutto – vecchi e nuovi titoli – per la felicità dei lettori appassionati e di quelli che i libri li leggono con calma. La Fiera era una bella novità.

Il giovane bancario, ragioniere di formazione, amava la lettura e dedicava ai libri qualche risorsa personale tratta dal non elevato stipendio di assistente cassiere. Ne comprava alcuni e, con ritmo e passione, li divorava nel tempo libero che gli restava dopo aver fatto conti che non lo entusiasmavano come avrebbe dovuto (opinione del padre vecchio bancario) e aver contato per ore soldi non suoi. La lettura era – invece – una faccenda tutta sua: personale, divertente, formativa.

Sentiva il libro come qualcosa (ma non una “cosa”) che gli trasmetteva quella passione che nel lavoro faticava a trovare.

Il primo giorno di Fiera era un venerdì e a mezzogiorno, chiuso lo sportello, sistemate le ricevute, contato il denaro, portato il cassetto in cassaforte…, il giovane uscì dalla banca precipitandosi alle bancarelle sotto il Broletto. Pochi metri, appunto, lo separavano dall’immenso piacere che i libri gli avrebbero dato.

Guardò, sfogliò, lesse qua e là, chiese alcune delucidazioni, scrutò i cartellini del prezzo, notò gli sconti, fece un paio di calcoli (era pur sempre un ragioniere) e programmò qualche acquisto. Due tre giorni sarebbe durata la Fiera del Libro e dunque non c’era tempo per le incertezze.

Immediatamente decise la preda. Era una bella edizione rilegata dei Promessi sposi. Non era un acquisto molto originale, ma il giovane ritenne di dover colmare una lacuna che si trascinava dai giorni della scuola. Non aveva mai letto il capolavoro manzoniano e superò, così d’impulso, l’acquisto – magari – di qualche libro d’autore americano molto più vivace e moderno. La Fiera ne offriva diversi e molti autori erano noti anche per i film che da quei testi erano tratti. Comunque il Manzoni andava benissimo…

Prese il volume e s’avviò verso il Lungolago. Aveva un’oretta di pausa e l’avrebbe occupata consumando il panino imbottito ovvero sànguis (come lo chiamava sua madre) e soprattutto leggendo. Scelse una panchina libera sul viale verso i giardini, poco prima della Stazione merci delle Ferrovie dello Stato. Spostò la spalliera (era una panchina a schienale mobile) e si sedette rivolto verso l’acqua. Un battello faceva manovra per partire dal vicino pontile; i gabbiani starnazzavano.

L’attacco gli era noto: “Quel ramo del lago di Como che volge a mezzogiorno…”. Si trattenne dal guardarsi in giro ben sapendo che “quel ramo” non era “questo” e che tutto il testo era poesia… Calcolava, in cuor suo, di concludere la lettura di un capitolo al giorno. Feste comprese avrebbe impiegato un mese e mezzo.

Era quasi l’ora di rientrare in banca che s’accorse di non aver consumato che mezzo panino e soprattutto che la storia ancora andava per stradicciole e Bravi e un don Abbondio pauroso della propria ombra… Neanche metà del capitolo. Doveva rientrare.

S’alzò di scatto, pulì giacca e pantaloni dalle briciole sparpagliate facendo cadere il libro e l’involucro di carta oleata con qualche boccone d’avanzo. Mentre raccoglieva il tutto riportando il libro sul sedile e gli avanzi in un cestino poco distante, s’accorse che sulla panchina di fianco, divisa dal tiglio che faceva ombra, una ragazza lo osservava divertita.

Era incantevole. Pur animato da fretta e furia il giovane dovette notare gli occhi luminosi, la bocca appena segnata da un colore vivace, seminascosta dalla mano che calzava un guanto di cotone, traforato. Il vestito era a fiori: una larga gonna che occupava parte della seduta e un cappellino in tinta col vestito, ovviamente. Davvero alla moda.

Era un bancario e per giunta ragioniere, non s’intendeva di abiti femminili, ma quella ragazza… Scappò via sentendo in lontananza il suono delle ore che segnavano lo scadere del suo tempo.

Arrivò in banca puntuale eppure con qualche secondo di ritardo, sull’anticipo consueto, e fu guardato dal capoufficio con l’occhio truce del cane da guardia. Voleva dire: questo ritardo “non s’ha da fare, né oggi, né domani, né mai” come aveva appena letto nel capitolo uno.

Si sistemò allo sportello e mentre ascoltava il primo cliente della fila gli venne un colpo che quasi lo fece cadere dallo sgabello: dove aveva messo il libro dei Promessi sposi?

Mentre conteggiava denaro e controllava distinte e incassava assegni cercò di ricostruire i fatti arrivando alla facile conclusione che, nella concitazione del momento, quando raccoglieva un tozzo di panino imbottito e buttava la cartaccia oleata, sicuramente il prezioso volume sarà stato lasciato sulla panchina. Dimenticato.

Guardò il capufficio che ancora non aveva perduto il lampo negativo del controllore e rinunciò all’idea di chiedere un permesso straordinario: per andare a recuperare i Promessi sposi? Ridicolo.

Quando ormai le prime ombre della sera segnavano di traverso l’austero edificio bancario e i tram sferraglianti – che transitavano proprio in quella strada - avevano già acceso le luci il giovane fu liberato dal lavoro e poté precipitarsi in riva al lago. Ovviamente il libro non c’era. Guardò persino nel cestino scartando una buccia di banana e altre carte oltre la sua oleata, che riconobbe facilmente. Sparito. Perduto.

Tornò alla Fiera del Libro deciso a compiere un gesto non previsto: acquistare un’altra copia. Non c’era. Non la stessa edizione che al giovane era parsa perfetta, rilegata in tela verde e con belle incisioni. Ebbe dal libraio la promessa di una ricerca nei magazzini e… chissà che non si fosse trovata una copia identica.

L’indomani a mezzogiorno uscì di casa con una scusa qualsiasi. Dovette inventarne una bella per non insospettire i genitori che non capivano la ragione: - Visto che il sabato la banca è chiusa… - disse il padre che non ammetteva volentieri cambiamenti nei ritmi familiari.

- Torno presto – ribatté il giovane mentre usciva velocemente dalla porta precipitandosi sotto il Broletto per recuperare il libro perduto. Così avvenne, infatti. E forse la copia era ancora di migliore qualità della precedente e pure gli fu data con uno sconto straordinario vista l’amara questione. Felice e contento rientrò a casa senza destare alcun sospetto.

Il sabato stesso e la domenica lesse senza sosta consumando una manciata di capitoli e incominciando ad arrivare alla sostanza della storia che, man mano che il Manzoni narrava, diventava sempre più avvincente.

Il lunedì si presentò in banca che già aveva conosciuto Agnese e Perpetua e Lucia e anche Renzo e aveva maggior voglia di addentrarsi nella vicenda. Lavorò sodo, attento e veloce, finché all’ora della pausa corse alla panchina deputata.

Tanta fu la sorpresa quando, giunto alla panchina, la vide già occupata. Era la ragazza del venerdì precedente, sempre vestita in modo impeccabile, con colori quasi autunnali, un cappellino diverso e – incredibile – un libro in mano. Il “suo” libro.

Il giovane si fermò. Colpito dalla presenza non prevista e dal ritrovamento del volume perduto. La ragazza gli sorrise: - Volevo restituirvelo. Pensavo ci teneste… per questo sono tornata. –
Non aveva parole. Le mostrò la nuova copia e insieme risero. Il giovane restò in piedi per quasi un minuto.
- Volete sedervi accanto a me? – disse la ragazza senza alcuna malizia, stringendo l’ampia gonna.
Benché sorpreso dall’invito e soprattutto per la sua timidezza, il giovane non rispose subito. Poi disse: - Grazie. Lei è molto gentile. Anche per avermi riportato il libro… -
- Eccolo – disse lei allungando il braccio.
- Mi piacerebbe che lo tenesse – balbettò il giovane – e… ne ho già un altro… -
- Lo vedo – sorrise la ragazza trattenendo una cartolina che aveva utilizzato come segnalibro.
- L’ha letto? –
- Certo. Le spiace? –
- Anzi, mi fa piacere che lo abbia fatto. Sicuramente lo conosce già… -
- Affatto – rispose la ragazza riprendendosi il libro e sfogliandolo per ritrovare la posizione dove infilare la cartolina. - L’ho letto fin qui. –
Il giovane scorse la pagina.
- Più o meno dove sono arrivato io. Abbiamo avuto lo stesso… ritmo. –
La ragazza non disse nulla e s’aggiustò meglio per riprendere la lettura. Il giovane fece lo stesso e così, in silenzio passarono diversi minuti. Entrambi erano concentrati sul testo e sfogliavano allo stesso tempo le pagine come untiti da identica tensione e consumarono il tempo a disposizione un occhio sulla pagina e l’altro a controllarsi.
- Devo rientrare! –
- Anch’io! –
S’alzarono di colpo e volarono in direzioni opposte: - Non ci siamo neanche presentati. –
Il giovane rientrò in fretta e furia e si rese conto di una nuova felicità che lo eccitava. S’accorse anche d’aver una gran fame. Il panino era intatto.

Passarono i giorni e la storia disastrata di Renzo e Lucia, del cattivo don Rodrigo, della malevola monaca di Monza, del pentito Innominato, di frate Cristoforo e del saggio cardinal Federigo… s’andava snodando capitolo dopo capitolo. Insieme.

Il giovane e la ragazza si ritrovarono ogni giorno alla stessa ora, dividevano il panino in due. Si erano anche presentati e persino – alla pagina di “Scendeva dalla soglia di uno di quegli usci…”, complice involontaria la madre di Cecilia – commossi, passarono dal lei al tu.

I trentotto capitoli durarono finché fu possibile usare la panchina che, regolarmente, veniva voltata dalla parte del lago. I gabbiani starnazzavano sempre, i battelli rallentavano al pontile, il vento spazzava le foglie, ma un nuovo amore era nato. Leggevano insieme; un paragrafo ciascuno e talvolta alternandosi nei dialoghi, sottovoce per non incuriosire passanti o turisti. Lui era diventato allegro; lei era deliziosa.

- Un po’ magro – pensava la madre arricchendogli il companatico di quel pane, di quel sànguis, che il figlio divideva amorevolmente da un paio di mesi. – Ma va che sta benone! – rincalzava il padre incapace d’accorgersi della realtà.

I due giovani, intanto erano giunti lentamente alla fine del romanzo e trovarono sorprendente la prima pioggia d’autunno che li obbligò a correre ai ripari sotto i portici della piazza “per ripararsi dalla burrasca imminente” come Renzo e la sua Lucia alla fine della storia.

Si sposarono dopo pochi mesi di fidanzamento e giurandosi di ricordare quei bei giorni passati insieme rileggendo ogni anno alcune pagine dei Promessi sposi. Così per anni e anni. Qualche volta con i figli piccoli, poi sempre più vecchi coi nipoti e con gli stessi due libri di allora, mai più perduti. Per anni e anni ritrovarono la stessa panchina che per ragioni – s’immagina – di sicurezza era stata bloccata “vistalago”, ma era sempre lì, testimone del loro amore.

Poi, un bel giorno, raggiunsero la panchina non più affacciata sul Lario, ma su una palizzata. Erano iniziati i lavori delle paratie che sarebbero durati molto a lungo. Comunque, si sedettero e incominciarono a leggere, sempre sottovoce: “Quel ramo del lago di Como, che volge a mezzogiorno…”.

Alzarono gli occhi dalla pagina e guardarono la palizzata. Stettero così un minuto forse dieci osservati dai passanti che li ritennero due vecchietti stravaganti. Erano – invece - due innamorati costretti a immaginare “quel ramo del lago” reso invisibile causa “eterni lavori in corso” più lunghi e infiniti del loro amore.


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