Storie. Una barca: amata e abbandonata

 

Una barca abbandonata: nella darsena della Villa del Grumello quando si chiamava Villa Celesia

 

Il ragazzo non aveva ancora sedici anni. Li avrebbe compiuti di lì a poco ed era in vacanza. Si godeva quei giorni d’estate alzandosi presto – allora gli costava poca fatica – e pedalando raggiungeva Argegno oppure la Tremezzina. Qualche volta arrivava fino a Menaggio. Non era un ciclista corridore e in quelle mattine viaggiava da solo col ritmo che sentiva più adatto al suo umore: lento e costante.

Non doveva rendere conto ad alcuno e si basava solamente sulla sua forza, sulla voglia, sulle occasioni.

Aveva una bicicletta color arancio estate, senza cambio, sella di cuoio e manubrio normale. Quello tipo sport non gli piaceva: troppo stretto.

Pedalava in su e in giù per la vecchia Regina che gli piaceva perché tutta curve e salite e discese e – soprattutto – ancora poco trafficata. Talvolta si dissetava alle fontanelle di Urio o di Laglio. Anche a Brienno, forse.

Qualche volta, tanto per cambiare, ritornava sulla strada dall’altra parte del lago arrivando fino a Bellagio come faceva in estati ormai passate e quando era più piccolo.

Sembra strano a ripensarci che un bambino – prima – e un ragazzino – dopo – fossero liberi di pedalare per strade che ora sembrano il catalogo del pericolo quotidiano e la palestra per menti irragionevoli. In fondo, allora, bisognava scansare qualche Alfetta di contrabbandieri con dietro le molto più lente Gazzelle o Pantere o non so cosa delle Polizie che tentavano la rincorsa. Inutilmente.

Più pericolose comunque erano le corriere, quelle grosse e grasse e lente che occupavano in larghezza quasi tutta la carreggiata e si fermavano – si fa per dire – rombanti e fumanti per far salire e scendere i passeggeri.

Più ancora rischiose erano le filovie, ma viaggiavano solo sul tratto Como Cernobbio e viceversa, che ondeggiavano un poco come trattenute o meglio legate al doppio filo aereo dell’energia elettrica.

Tuttavia, fu proprio per merito di un traballio filoviario che il ragazzo iniziò un’avventura incredibile.

La filovia, un bel giorno di mezza estate, prese la rincorsa da Tavernola per montare più agevolmente la salitella che portava a Villa Flori dove, con manovra non da manuale della precauzione, superò la doppia curva e s’avviò baldanzosa verso Villa Olmo.

Giunta all’altezza di quella che allora si chiamava Villa Celesia (ora Villa del Grumello) la filovia prese una bella buca e sobbalzò perdendo il contatto con la linea elettrica. Succedeva spesso e come sempre in quei casi era compito del bigliettaio – allora ogni mezzo ne era provvisto – ricollegare le aste con i fili. L’operazione in genere richiedeva una manciata di minuti.

Pazientemente i veicoli retrostanti, che conoscevano la strada, attesero in fila e così pure le biciclette. Di motorette poche o niente.

Trattenuto dalla fila, il ragazzo s’appoggiò con la mano destra alla ringhiera della darsena di Villa Celesia e guardò sotto.

La filovia riprese il viaggio portandosi dietro il codazzo dei veicoli e dei curiosi.

Il ragazzo guardò meglio e vide che lo specchio d’acqua della darsena era circondato da rocce e cespugli ed era abbastanza profondo. Sulla sinistra si apriva un largo spazio segnato dall’arco in muratura dove l’acqua si allungava sotto una volta. Sorpresa: dalla darsena spuntava la prua di una barca anzi di un barcone.

La cosa ovviamente non aveva alcun senso né allora né oggi, ma il ragazzo s’innamorò di quella immagine improvvisa e decise che quella barca o barcone o non si sa bene cosa “sarebbe stata sua”. E così fu, per un po’.

Come tutti gli amori improvvisi anche quello non fu condiviso. Il ragazzo ripassò il giorno dopo e controllò che la barca fosse ancora al suo posto. Così fece per una settimana almeno. Poi trovò il coraggio e bussò alla portineria di Villa Celesia che distava meno di duecento metri da quel fantastico luogo.

Per quanto possa sembrare incredibile il portinaio – persona amabilissima – rispose alle domande del ragazzo e, letto nello sguardo una vera passione, gli concesse d’andare a vedere la barca.

Di chi fosse non si sapeva bene, perché fosse in quel luogo neanche e via dicendo: il portinaio non aveva risposte e diede le chiavi della darsena affinché il ragazzo potesse incontrare l’oggetto della sua improvvisa passione.

Oggi, l’ingresso ufficiale alla darsena è dalla Villa del Grumello con ampia e comoda scala che sarà certamente stata utilizzata nel Settecento dai nobili Giovio, magari dal Foscolo loro ospite, e dai Celesia – dall’Ottocento - che tanto amavano i giardini e il lago. Ora vi si può accedere anche dal lago usando un moderno pontile, ma allora l’ingresso era da una cancellata che dava sulla strada e che immetteva nel corridoio di disimpegno tra la scala, che scende dalla villa, e i locali di servizio del rimessaggio.

Il ragazzo prese le chiavi e iniziò la sua folle stagione d’amore.

Lo spazio rettangolare era ed è un’ampia volta sostenuta da due alte e lunghe pareti che danno vagamente l’aspetto di una vasta chiesa, senza abside. Il “pavimento” è acqua di lago e la luce proviene dall’apertura sul fondo. Altrettanto vasta è la zona all’aperto che si affaccia sul Lario, ma è chiusa ovvero protetta da una pesante cancellata, sulla destra.

Il ragazzo rimase senza parole. Il luogo era mistico; il silenzio totale a parte lo sciacquio lento dell’acqua che muoveva il lungo barcone. Una scialuppa di mare – sembrava – adattata a cabinato per due terzi. A prua, qualcosa che assomigliava alla tolda di una piccola nave, un cassone nascondeva certamente il motore. Il cabinato era ampio e chiuso da vetri trasparenti che lasciavano intravvedere una specie di cucina e qualcosa che assomigliava ad un soggiorno. Insomma: era una nave da sogno con un vero timone.

Il ragazzo salì a bordo e prese possesso dell’imbarcazione nominandosi immediatamente armatore e capitano e mozzo secondo il diritto lacustre (che doveva pur esistere). Lo scafo era di metallo e sembrava solidissimo; la forma ricordava – appunto - una scialuppa. Non ritrovò bandiere né altri segnali marinareschi. Neanche salvagente. La barca non aveva nome, ma solo un numero. Dopo qualche minuto di vera sorpresa il ragazzo incominciò a sistemare lo spazio interno ed a fare una sorta di inventario delle poche cose presenti in cabina. Passò l’intera mattina a immaginare viaggi lariani e gite fantastiche. Da solo?

Fu verso quel primo mezzogiorno che ritornò nel mondo reale. Richiuse la cancellata della darsena e restituì le chiavi al portinaio che, ovviamente, s’era del tutto dimenticato d’averle lasciate ad uno sconosciuto.

- Se vuoi puoi tornare quando ti pare – gli disse con simpatica benevolenza ed al ragazzo non parve vero di poter ripetere l’esperienza. E così fece per qualche giorno finché, vista la costanza e certo di fare cosa gradita, il portinaio lasciò le chiavi al ragazzo, senza chiedere altro.

- Così sarà più facile per te – concluse.

I giorni che seguirono furono di gran lavoro. Munito di scopa, spazzole, stracci e vetril il ragazzo si mise all’opera per sistemare la barca. Almeno nel suo aspetto esteriore. Doveva renderla presentabile perché aveva – nel frattempo – immaginato una soluzione. Nettò, lustrò, lavò per una quindicina di giorni e spesso ritornando dal portinaio al quale, alla fine, mostrò il risultato che fu ritenuto ottimo.

- Ma perché fai tutto questo? Non è neanche tua… - disse l’uomo con una punta di scetticismo.

- S’informi dai proprietari della villa e… chissà che non si conoscano i nomi di chi ha abbandonato questa barca – rispose il ragazzo.

Il portinaio promise di interessarsi anche se riteneva complicato arrivare ad una risposta. La villa era dell’Ospedale Sant’Anna lasciata in eredità dall’ultima proprietaria. Ci provò.

Mentre il portinaio svolgeva indagini, il ragazzo sistemava la barca al meglio finché un bel giorno ebbe un’idea pazza: farla uscire da quella prigione.

La situazione era questa: la barca era pesantissima, con fiancate enormi, senza motore (ovvero senza possibilità che il motore potesse funzionare) però aveva un lungo arpione e due remi (abbastanza deteriorati). Non era pronta per solcare l’oceano, ma poteva affrontare le calme acque del Lario. Era preparata per una nuova vita.

Nei giorni che seguirono avvenne l’impossibile. Il ragazzo liberò la barca dalle cime che la trattenevano dentro il rimessaggio e manovrando con il lungo arpione s’avviò al largo. Che era di una decina di metri; cioè lo spazio aperto della darsena. Ripeté la manovra per qualche volta finché non fu sicuro delle proprie capacità marinare. Così passò qualche giorno andando avanti e indietro in uno spazio limitato dunque sicuro. Quando – infine – il grosso natante fu manovrato con sufficiente sicurezza, il ragazzo prese una decisione: uscire al largo.

Era ben consapevole della follia, ma doveva comunque tentare di agire secondo incoscienza. Una bella mattina di sole liberò la barca e spingendosi con l’arpione arrivò alla cancellata che chiudeva la darsena. L’aprì (con fatica) e, spingendosi come fosse sulla canoa di David Crockett, si portò al largo. Come procedere?

Fu facile anzi ingegnoso: lanciando l’ancora il più lontano possibile e tirando la cima. Faticoso eppure efficace. Così poté allontanarsi dalla darsena un centinaio di metri e gustare il lago aperto come un avventuriero, magari un pirata, certamente un pirla. Inconcepibile, ma nessuno si accorse che per quasi un mese un ragazzo navigò dentro il lago dei suoi sogni guidando una barca senza motore e senza futuro.

- So chi sono i proprietari – gli disse infine il portinaio.

- Chi? – chiese ansioso il ragazzo.

Erano un gruppetto di giovani di un Club nautico che, non più interessati al vascello fantasma, l’avevano abbandonato alla darsena della Celesia.

Li rintracciò facilmente e quelli proposero la vendita: un milione! Una cifra enorme (costava come una Millecento Fiat) che andava suddivisa in forma cooperativa.

Fu così che l’amore nautico dovette svelarsi ad un gruppo notoriamente scettico. Il ragazzo raccolse qualche adesione tra gli amici, ma l’obbiettivo era di raggiungere la dozzina.

Un sabato mattina aprì la darsena al gruppo dei soci proponendo una visita guidata all’imbarcazione. Come spesso succede l’amore individuale non fece scattare una scintilla collettiva e – anzi – qualcuno si mise di traverso: - Troppo grossa, troppo pesante, troppo costosa… e il motore. Funzionerà? E la nafta e il bollo? – queste furono le prime osservazioni che superavano anzi cancellavano il fascino dell’insieme.

E c’era un altro problema: per guidarla bisognava avere la patente nautica e nessuno aveva l’età per ottenerla. Fu l’argomento decisivo perché l’affare non venisse concluso. Restò l’amore di un singolo contro la sensatezza delle opinioni del gruppo. Il progetto rimase – come dire – in porto anzi in darsena. Per sempre o quasi.

Le prime nubi dell’autunno portarono altri pensieri e la scuola ricominciò. Il ragazzo tuttavia non dimenticò mai la sua barca e, quando passava dalla darsena, non mancava di fermarsi per controllare la prua. Ma l’aveva nascosta bene da occhi indiscreti e le onde, le frasche, l’edera e il tempo fecero il resto.

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In fine: Molti e molti anni dopo i fatti qui narrati il ragazzo era diventato commentatore de La Provincia di Como. Un giorno, avendo letto del ritrovamento di una barca, nascosta nella darsena di Villa Celesia in fase di ristrutturazione, confessò pubblicamente che quella barca fu, in un qualche modo, sua.

L’articolo che scrisse a commento, comparve in prima pagina e fu letto dal padre del ragazzo che attese di aver a pranzo tutta la famiglia riunita (figli e nipoti) per portare in tavola il quotidiano piegato al punto giusto.

Il “ragazzo” capì che era giunta l’ora delle spiegazioni, ma non fu proprio così.

Il padre, divertito, comunque disse: - Devo venire a sapere trentacinque anni dopo - e dal giornale - che cosa combinavi durante le tue fughe estive? -

E preso il quotidiano in mano lesse ai nipoti il resoconto di quelle avventure giovanili.

- Non è possibile! – fu il commento dei più grandi. Infatti era stata un’avventura più che im-possibile, in-credibile. Ma bellissima.

 

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