Storie. Simonino: due volte vittima

 

 Fine del Quattrocento: a Trento si consuma una tragedia. Vittima  un bimbo di due anni. Della morte sono ingiustamente accusati gli  ebrei

La violenza sui bambini e l’inevitabile eccitazione che segue i fatti drammatici del rapimento o dell’omicidio travolgono la sicurezza degli adulti e dei parenti, sconvolgono gli amici, i conoscenti e gli abitanti delle comunità coinvolte e fa scattare – sempre - una reazione emotiva, incontrollata, altrettanto violenta e frequentemente irrazionale. I genitori ne restano annientati; le autorità sono sottoposte a forte pressione.

L’individuazione del colpevole assume i toni della battaglia e la ricerca quelli di una battuta di caccia. Lo scenario è terribile. L’ansia per il ritrovamento aumenta in proporzione alla sete di sangue delle masse e solo il recupero del delinquente potrebbe placare la pressione generale. Anche quando – per fortuna o casualità – gli scomparsi rientrano alle case e si scopre che l’allontanamento era stato una birichinata (magari casuale) neanche allora si placa l’ira delle masse.

La storia dell’uomo è punteggiata di tanti, troppi casi di sparizioni, di violenze, di omicidi, di rapimenti di bambini e anche la nostra cosiddetta civiltà contemporanea (che pure ha elevato – nella parte ricca del mondo - al massimo grado l’attenzione per l’infanzia) ancora è testimone – spesso impotente – di casi estremi, di eccidi, di carneficine di bambini innocenti o della scomparsa misteriosa di creature indifese. Le cronache quotidiane sono la narrazione continua di tragedie e di lutti che hanno per protagonisti – ancora – i minori, i piccoli.

Strumentalizzare (cioè approfittarsi del sentimento sincero per eccitare gli animi) la scomparsa di un bambino o – peggio – la sua morte è quanto di più ignobile si possa architettare ed è – se possibile - ancora peggio dell’atto stesso, che è spesso il risultato di un’azione terribile causata da una mente deviata. I casi sono decine, centinaia e anche recenti, ma uno più d’altri è rimasto nella storia italiana come uno dei peggiori. Al fatto già orribile – avvenuto a Trento tra il Giovedì santo del 1475 e la Pasqua successiva – seguì una ancor più tremenda messinscena diretta dal vescovo Giovanni Hinderbach e alla quale nemmeno la Santa sede seppe opporsi. Neppure l’intervento diretto di papa Sisto IV, contrario all’azione, poté interrompere la catena di violenze che, nate dalla sparizione e poi dall’uccisione di un fanciullino di due anni, portò all’accusa – ingiusta e falsa – della comunità ebraica. L’intolleranza e l’ignoranza erano state le fondamenta sulle quali, con abile mossa processuale, venne costruito un grande edificio di menzogne che resse per quasi cinquecento anni, ma che poi fu demolito – mattone dopo mattone –, alla metà del secolo scorso, dalla serietà di studiosi e dalla compassione di un altro vescovo della stessa cittadina.

Simonino di Trento

“Omicidio rituale” fu l’accusa e quindici persone morirono (tredici sul rogo e due decapitate) perché ritenute – illegalmente – responsabili del delitto. È il Giovedì santo, il 23 marzo del 1475, e nella città di Trento sparisce un bambino di due anni; è figlio di Andrea Unverdorben un conciapelli di origine tedesca che vive, con altri connazionali, nel quartiere di San Pietro. Il bambino si chiama Simone.  Abita con la famiglia poco distante dalla contrada dove risiede la comunità ebraica in gran parte fuggita da Ratisbona, città ritenuta non più sicura; altri ebrei provengono da Verona.

Il piccolo Simone, presumibilmente sfuggito alla sorveglianza o di proposito sottratto alla custodia dei familiari, scompare al tramonto. È facile supporre l’ansia dei parenti e dei genitori e la velocità con la quale – immediatamente – iniziano le ricerche. Per due interi e lunghi giorni di Simone non si riesce a sapere nulla, né a trovare il corpo.

All’alba del terzo giorno la scoperta: il cadavere martoriato di Simone compare nella roggia vicina alla casa di Samuele, uno tra i maggiori ebrei della città. Peggio: è lo stesso Samuele a ritrovare il corpo e ne fa prontamente denuncia all’autorità. Tuttavia, la sua sincera e onesta azione si ritorce contro di lui e immediatamente sono coinvolte una trentina di persone: tutti ebrei.

L’ambiente a Trento era surriscaldato non solo dall’ultimo evento, riguardante la scomparsa di Simone, ma anche da un clima di tensione generale al quale aveva contribuito la predicazione di Bernardino da Feltre (1439-1494). Il frate minorita, uno dei maggiori e più noti predicatori del suo tempo, è particolarmente attento a cogliere le necessità del popolo ed in particolare delle masse più povere. Il frate predicatore, come del resto gran parte dei francescani degli ordini mendicanti, è convinto che lo stato di indigenza e di miseria del popolo cristiano derivi in gran parte dall’usura e non anche – o non solo – dalle tasse e dalle decime eccessive.

Bernardino da Feltre, proprio nella Quaresima del 1475 ha menzionato di sfuggita, nel suo sermone, come "avesse talvolta inteso dire che gli ebrei bevono il sangue dei cristiani durante la Pasqua". È una credenza molto diffusa e che male interpreta i riti ebraici nelle feste del Purim e della Pasqua (si diceva che “per avviso dei rabbini e degli altri giudei processati, si può far uso del sangue di qualsivoglia cristiano, ma per le feste Pasquali vuol essere il sangue di un fanciullo che non abbia oltrepassato i sette anni di età, e la cui immolazione scusi quella dell'agnello”).

L’accusa

Ritrovato il corpo non è difficile trovare i colpevoli e per l’accusa è indicato “l’omicidio rituale”, in quanto gli ebrei, all’approssimarsi della Pasqua, “uccidono un bambino cristiano per impastare col suo sangue i pani azzimi”. Bastano poche settimane al Principe Vescovo Giovanni Hinderbach (1418-1486; Vescovo dal 1465 al 1486), sostenuto e tollerato dal duca Sigismondo d’Austria, a guidare un processo che trova nella tortura l’unico modo per rinvenire le mancanti prove di colpevolezza.

L’accusa di strozzinaggio lanciata dal frate Bernardino colpisce direttamente il nucleo degli imputati, due dei quali (Samuele ed Angelo) sono effettivamente usurai autorizzati a tenere banco, secondo le consuetudini del tempo; e il vescovo  Giovanni Hinderbach non ha timore di proseguire in un processo che si è dimostrato assolutamente guidato e privato della minima credibilità giuridica. Le copie degli atti conservate a Trento, Vienna e Roma non hanno successivamente consentito di confermare né l’accusa e neppure di giustificare l’atroce condanna.

Ma l’omicidio e le sevizie sul corpo del piccolo Simone chiedono vendetta e il vescovo intende offrirla al suo popolo. Più cauto l’atteggiamento di papa Sisto IV (Francesco Della Rovere eletto nel 1471, morto nel 1484) e pure appartenente all’ordine francescano di cui fu anche generale. Il Papa invia un Commissario apostolico il quale giunge a Trento troppo tardi: gli imputati hanno già “confessato il delitto” e “rivelato” il complotto. Due – addirittura – si sono convertiti al cristianesimo e per questo è loro evitato il rogo (considerato infamante oltre che atroce) e sono giustiziati col taglio della testa.

Il piccolo Martire

La morte del piccolo Simonino, avvenuta per un rito misterioso e di sangue, dà l’opportunità al principe-vescovo Hinderbach di considerare il bimbo un martire e quindi di favorire un culto specifico (che la chiesa considererà soprattutto locale e al quale avrebbe dato il consenso ufficiale solo nel 1588, con papa Sisto V, pur lungamente sollecitato dal vescovo di Trento, cardinale Madruzzo). Una vasta azione propagandistica sostiene l’operazione sia con scritti di autori umanistici (la prima stampa relativa all’evento è del 1475, corredata di incisioni) sia con la predicazione; molto attivi sono gli interventi, in particolare, dei francescani nel Trentino e nelle regioni vicine, in Valtellina e in AltoLario.

Il culto di Simone si diffonde (presente nel Martirologio romano: festa il 24 marzo; soppressa nel 1965) e la pietà popolare mescola l’amore verso i fanciulli con l’odio verso gli ebrei (che attraverso il prestito di denaro – si diceva – facevano la guerra ai cristiani). Ben presto si hanno i primi miracoli cui altri seguono incessantemente aumentando la devozione verso il Santo fanciullo che prende confidenzialmente e affettuosamente il nome di “san Simonino”.

Ebrei banditi

Le polemiche per come era stato condotto il processo e per le sue conseguenze non sarebbero mai cessate: alla cacciata da Trento di tutta la comunità ebraica si sarebbe contrapposto il “cherèm” (un bando che proibisce all’israelita l’uso o la proprietà di terra “maledetta”) destinato a durare per quattro secoli. L’imbarazzo della Chiesa cattolica fu cancellato nel 1965 dal vescovo di Trento. Dopo un riattento esame delle carte che permise di rileggere l’evento con attenzione ristabilendo la verità, restituendo agli ebrei l’onore che l’intolleranza, la malafede e la violenza del tempo avevano macchiato. Viene cancellato il culto, sepolto il corpo di Simone (che era stato imbalsamato ed esposto alla venerazione in una chiesa della città) e ricomposta la verità dei fatti. Il Cherèm è tolto ed i rapporti tra la comunità cristiana e quella ebraica riprendono anche nella città di Trento. La verità ha vinto.

Diffusione dell’immagine di San Simonino

Come ogni evento che abbia risonanza in un territorio vasto, anche il presunto martirio e la susseguente santificazione a furor di popolo avrebbero provocato una larga diffusione del culto e delle immagini del Santo fanciullino. La scena stessa del “martirio” si sarebbe prestata ad alimentare la fantasia degli artisti. Secondo l’iconografia ufficiale si tendeva a rappresentare costantemente il bambino in piedi su di un tavolo o, qualche volta, legato ad una croce, talvolta fatto a pezzi, ma più frequentemente e – se vogliamo – più propriamente “tagliuzzato con coltelli sino a morire dissanguato”; al collo del bambino c’è sempre un fazzoletto che si riferisce al “soffocamento”. Così si esprime la “Biblioteca santorum” inesauribile fonte delle vite di santi e beati, anche molto precisa nel definirne l’iconografia costante e gli attributi di riconoscimento.

Favorito dall’invenzione della stampa a caratteri mobili, il culto di san Simonino diede subito argomento a molti letterati o agiografi che utilizzarono il “libro stampato” quale veicolo di trasmissione di una vicenda dagli aspetti oscuri, ma dalla prospettiva certa. Che l’immagine del Santo fanciullino sia diventata l’emblema della campagna antiebraica (che si alimentò in molte cittadine italiane a cavallo tra il Quattrocento e il Cinquecento) non è neppure messo in discussione; meno persuasiva è la sua collocazione tra santi tradizionali locali e nazionali come san Sebastiano e san Rocco (protettori di malattie e peste) e sant’Antonio abate (dei mali e degli animali). Eppure, dovette essere così forte e persuasiva la propaganda iniziata immediatamente, dopo le vicende capitate a Trento se, con velocità inimmaginabile anche oggi, il suo culto e la sua immagine si sono diffusi in gran parte dell’Italia settentrionale.

Tre anni dopo il presunto martirio san Simonino era già affrescato nelle chiese del trentino, del bresciano e delle valli bergamasche. Non si hanno notizie nel territorio comasco di immagini relative al santo, ma nella stessa diocesi, in territorio della provincia di Sondrio quelle che rimangono sono almeno tre: a Teglio, Montagna e a Caspano oltre ad alcune tele sparse, delle quali si ignora la derivazione.

È proprio a Caspano, nella parrocchiale di san Bartolomeo, che si trova la più chiara e netta rappresentazione del Santo trentino. Si tratta dell’ancona lignea che raffigura la “Resurrezione di Lazzaro”. L’opera è datata 1508 ed è firmata “Alvise De Donati”. Al centro la resurrezione di Lazzaro di Betania, l’amico carissimo che Gesù riporta in vita. La scena rappresenta, anticipandola, la Resurrezione del Cristo, ma supera la simbologia con la naturalezza dei personaggi che partecipano fortemente impressionati all’evento straordinario.

Sotto la raffigurazione centrale, nella predella, due formelle di modesta misura mostrano San Bartolomeo (alla sinistra di chi guarda) e San Simonino alla destra. Nell’ancona di Caspano la presenza simmetrica di due santi “torturati e uccisi” con sevizie sul corpo e più precisamente “nella pelle” (san Bartolomeo fu scuoiato ed a san Simonino vennero praticati brevi e numerosi tagli longitudinali) compresi gli attributi (cioè lame da taglio: un coltello per entrambi) lascia spazio ad una ipotesi di interpretazione.

È pur possibile che il culto di san Simonino abbia travalicato i passi montani spinto dalla devozione popolare e che la trasmigrazione di emigrati “da e per” il tentino abbia favorito anche lo scambio di immagini, ma nel momento del progetto di un’opera di tale importanza devono essere intervenute ben altre necessità.

Allo stato attuale non si conoscono documenti che provino le motivazioni della composizione dell’opera con le richieste della committenza o le proposte dell’artista; resta la combinazione particolare di una scena madre, centrale, che rappresenta la Resurrezione; o meglio: che simboleggia la resurrezione del Cristo attraverso quella dell’amico Lazzaro. Il corpo già in putrefazione (come testimoniano le figure che si turano il naso) è dalla “fede” e per la “fede” riportato in vita.

La forza della “verità” può qualsiasi cosa; anche ciò che non è umanamente possibile concepire. Il corpo risorge e si rigenera. Esattamente – ma al contrario – come quello di san Bartolomeo, martire nella “coscienza della fede” o di quello di san Simonino, morto “nell’Incoscienza della fede” e per l’irresponsabilità e la “cattiveria” degli ebrei.

Nel triangolo ideale che porta al vertice della Resurrezione la linea di base si appoggia al martirio (la morte consapevole-inconsapevole) e nel sangue versato dai pagani (per il santo Apostolo) e dagli ebrei (contrari al Cristo) per Simonino. Facile, nel 1508 sostenere la tesi della colpevolezza dell’intero popolo d’Israele esattamente come avverrà quattrocento anni dopo con la truculenza del cinema ideologico e sanguinario. Sono cambiati i mezzi di espressione, ma – forse – non è cambiato molto il cuore degli uomini e l’abilità degli artisti.

 

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