Storie. Viaggio al termine della cupola


Una mattina di primavera dentro le pietre della cattedrale

Fu una vera fortuna quella mattina aver trovato la porticina aperta. Non capitava spesso. Era in un angolo della sagrestia dei mansionari quasi nascosta dietro una tenda grigia. Una scala a chiocciola portava in alto ed era ripida; illuminata a tratti da una finestrucola scavata nella spessa parete, che lasciava intravvedere le case che circondavano la cattedrale. La scala sarà stata di cento, centocinquanta gradini ripidi, ma non scomodi e abbastanza stretta da lasciar passare una sola persona alla volta. Non troppo grassa. Era un passaggio di servizio che portava alle stanze superiori; luoghi poco frequentati e certo sconosciuti alla maggior parte dei tantissimi visitatori della grande chiesa che stava al centro della città. Guardavano dal basso; stavano in basso. Con la testa all'insù.
Quella mattina salì le scale con uno spirito diverso.

Conosceva bene quegli spazi e anche le stanze a lato del presbiterio, una a destra e una a sinistra, collegate "a vista" da una doppia loggia semicircolare, balconata, che metteva direttamente in contatto il raro ospite con le finestre vetrate dell'abside maggiore. Era, ovviamente, un percorso che solo pochi fortunati potevano godere e solo i sagrestani per le pulizie e gli elettricisti per la posa di cavi e lampade; i muratori per la manutenzione.

Salì la scala con passo veloce, almeno all'inizio, e arrivò ancora fresco fino al primo piano. Aprì la porta dopo aver tirato il catenaccio e spalancò i battenti. Quella stanza era un po' deposito e museo involontario di reperti d'ogni genere: vecchi arredi non più in uso, statue di gesso e i calchi dei Plinii, copia esatta delle sculture rodariane, come quelli esposti al Museo civico. Qui, sempre in coppia, attendevano forse una collocazione più adeguata e ormai vecchi di oltre cento anni (li aveva fatti fare Federico Frigerio nel 1911) vivevano impolverati, ma ben conservati. Bianchi fantasmi fissi nelle loro edicole che testimoniavano - forse - la tolleranza del Rinascimento comasco verso personaggi tanto celebri (zio e nipote) quanto discussi (il Giovane fu davvero un persecutore di cristiani?).
Comunque stavano in facciata da cinquecento anni e in quella stanza da cento, ma erano molto vicini al Paradiso.

Dall'ampia finestra rettangolare chiusa da vetri incorniciati e piombati si vedeva di scorcio il Teatro Sociale deformato dal vetro antico e, più lontano, la Casa del Fascio ora detta Palazzo Terragni appena illuminata dal sole del mattino.

Uscì dalla stanza richiudendo la porta e incamminandosi verso la seconda rampa che portava su su alle controvolte delle navate laterali. Entrò nel sottotetto e si trovò a dover superare qualche dislivello, ma era facilitato da ponticelli in metallo appositamente collocati tra una parte piana e l'altra - a dorso di mulo o d'asino come si dice - comunque curva. Cementata, anche, e pulita essendo chiusa da ogni parte e quasi sigillata. Mancava l'aria.
A cinquanta sessanta metri dal suolo e sotto il tetto non ci si poteva aspettare frescura. Eppure non era estate.

Si trovava sulla volta dell'abside laterale destra: salì una scaletta per andare fin dentro ovvero sopra lo spazio che separava la volta capriata dalla curva della navata centrale. Uno spazio metafisico, infinito e comunque lungo un centinaio di metri, con qualche buchetto qua e là. Si mise carponi ponendo l'occhio fin quasi a sfiorare l'apertura che lasciava filtrare una luce lontana. Mise a fuoco. Come un foro stenopeico, quello delle antiche macchine fotografiche a fuoco fisso, vide l'immagine sottostante e s'immaginò o s'illuse di essere una lastra sensibile su cui si stesse prodigiosamente fissando la luce catturata con quella visione. Sotto sotto lontani lontani piccoli piccoli, ma a fuoco, vedeva un'umanità devota che accendeva candele - o anche solo curiosa - muoversi sulle lastre bianche e nere del pavimento della cattedrale; tirato a lucido e splendente come una lastra di ghiaccio pop. Si rialzò. Stropicciò le mani per pulire i sassolini di cemento e ritornò sui suoi passi arrivando alla porta da cui era entrato.
Lì - con qualche fatica - aprì quell'altra porticina che dava su una specie di pianerottolo senza protezioni.
Era un luogo fantastico amato dagli architetti, preferito dai fotografi, proibito agli umani mortali.
Si sentì privilegiato.

Lo spazio era a sbalzo. Una lastra di marmo poggiata sui coppi del tetto (così sembrava) senza protezione ovvero ringhiera. Essendo balcone di servizio esclusivo non si erano previsti adeguamenti normativi... solo un corrimano fissato alla parete di sinistra offriva qualche sicurezza.
Guardò prima il Teatro Sociale col timpano triangolare e le colonne di marmo solidissime. Elegante, molto neoclassico!
Poi lasciò scivolare lo sguardo in fondo, oltre la ferrovia che tagliava in due la piazza, e arrivò a cogliere il bianco della Casa del Fascio pardon Palazzo Terragni...
Rivide l'inquadratura spesso usata dai fotografi che davano concretezza all'idea del progettista il quale aveva immaginato un dialogo tra la Cattedrale, il Teatro e la sua Casa del Fascio. Da quella posizione si capiva quanto l'idea di Terragni si fosse concretizzata in forme ed equilibri di volumi e in un sapiente uso dei colori: il bianco purissimo dell'edificio razionalista che si stagliava oltre la quinta color paglierino del Teatro Sociale e, a sinistra, il gioco dei marmi più scuri delle absidi della cattedrale.

Si convinse a lasciar correre l'estetica architettonica ed a compiere l'ultimo tratto: salire il catino e trovare la porticina della cupola. In cima, appunto, all'ampia curva dell'abside maggiore dovette percorrere lo spazio del soffitto che copriva il presbiterio. Un semicerchio di trenta metri di diametro e un'altezza di quasi dieci.
Nel punto più alto si apriva la porticina a doppio battente che si affacciava sullo spazio centrale della chiesa (sottostante una cinquantina di metri) da cui partivano i quattro pilastri su cui poggiava la cupola.
Per primi vide Luca e Marco, gli evangelisti, dorati e perfetti, con il bue e il leone, illuminati dal sole, che occupavano i due pennacchi di fronte. Sotto di lui stavano Giovanni e Matteo con l'aquila e l'uomo alato.
Si fece coraggio e uscì attaccandosi saldamente alla ringhierina che circondava l'intera circonferenza, alla base del cilindro, appena sopra il cornicione. Il camminamento era largo poco più di mezzo metro.
Pensò che quella che stava per compiere non era una buona azione. Non aveva scarpe adatte, non il casco, neanche i guanti e men che meno una cintura di sicurezza da agganciare.
Non soffriva di vertigini e questo era positivo.
Non aveva chiesto permessi e si trovava lassù per caso. Non era la prima volta che percorreva i segreti della cattedrale, ma quella che stava immaginando sembrava un'avventura estrema. Decise di compiere il giro soprattutto strisciando contro il muro e non per sicurezza, ma per evitare di farsi notare dal basso. E così fu.
Il giro fu lento, ma eccitante e gli permise di guardare le cose da una posizione nuova. Ritornò alla porticina e la richiuse.
Non molto distante c'era un'altra porta.

Un edificio tanto complesso nasconde spazi interni e collegamenti che lo rendono molto interessante; con sorprendenti curiosità che sarebbe bello poter mostrare a tutti, ma è impossibile.
Aprì la porta e salì una scaletta a chiocciola molto stretta e soffocante. Illuminata da qualche finestrina o meglio feritoia che appena lasciava entrare la luce necessaria per non inciampare nei gradini. Arrivò a un'altra porta dopo aver salito l'intero tamburo che sosteneva la cupola. Aprì la porta e quel che vide lo considerò quasi un miracolo: la città vista da quell'altezza era di una bellezza mozzafiato. La fatica era mozzafiato. L'occhio spaziava fino al lago e il vento si faceva sentire; faceva fresco.

Era arrivato alla base della cupola. Poteva toccare il costolone di sostegno e il rame della copertura. Sfiorò il metallo verdastro e una traccia di colore gli rimase sul dito. Attaccandosi saldamente alla ringhiera, fissata alla base del tamburo, pensò di non fare il giro esterno, ma qualcosa di più esagerato.
Partiva, dal camminamento circolare, una scala di metallo che segava uno degli otto spicchi della cupola e che, di color ruggine, si mimetizzava contro le variazioni cromatiche del verderame che da vicino apparivano cangianti e luminose. Dal basso, la scala era quasi invisibile e comunque non era in posizione di primo piano. Era una scala di servizio che collegava la cupola alla lanterna e dalla lanterna alla palla dorata.
Ci pensò poco anzi affatto. Non era né tempo né luogo per sagge riflessioni. Aveva compiuto un tragitto quasi fino al termine della logica ed ora non rimaneva che concluderlo.
Afferrò il primo tubo e incominciò a salire. Cinque tratti per una settantina di pioli.
Non fu difficile perché la scala saliva curva seguendo il restringersi della cupola e arrivò in cima, neanche affaticato. L'incoscienza paga.

Arrivò alla base della lanterna e si rese conto di aver superato settantacinque metri dal suolo. Non era un grattacielo, ma neanche una capanna. Guardò intorno e si convinse che ne era valsa la pena. Cercò tra le case della città e, lontana, vide la sua, con le finestre aperte e immaginò moglie e figlio piccolo indaffarati ed ai quali avrebbe raccontato l'esperienza. Non l'avrebbero capita, né lo avrebbero approvato.
Guardò in alto e vide che la salita andava compiuta.

Alla base della lanterna la scala si congiungeva con un'altra inclinata che portava al cupolino. Salì. Arrivò sotto la palla e il vento fischiava abbastanza forte. Trovò una sorta di terrazzino su cui poggiava l'enorme palla, quasi tre metri di diametro. Sopra stava la croce lavorata, di ferro battuto.
Era stato tutto un caso. Una vera fortuna, quella mattina, aver trovato la porticina della sacrestia aperta, il tempo buono e la forza di terminare. Non aveva con sé la macchina fotografica; nessun testimone. Si appoggiò alla ringhierina comunque felice. Stanco, ma contento d'aver compiuto un'impresa assolutamente inutile eppure gratificante. Si rilassò per qualche istante e poi cominciò a progettare la discesa. La parte più difficile e forse pericolosa. Si girò e afferrò saldamente il primo piolo della scala.
Un battito d'ali e uno stridio lo trattennero. Su un braccio della croce era atterrato un grosso rapace che sfrullò le ali e poi si mise a riposo.

L'uccello guardò a destra e a sinistra torcendo il collo e finalmente si accorse di non essere solo.
Guardò l'intruso con sguardo indagatore, un poco bieco. Si aggiustò meglio sulla croce mettendosi in posizione d'attesa. I due formavano una coppia davvero strana, in quel luogo e a quell'altezza. L'uno e l'altro si consideravano conquistatori, ovviamente. L'uccello lanciò il suo verso; l'altro, imitandolo, gli rispose, ma il risultato non fu all'altezza del suono originale. Forse fu scambiato per un tacchino e, per fortuna dell'uomo, il rapace decise che non si poteva ingaggiare una scaramuccia con un essere qualsiasi, senza ali, finito fin lassù chissà come e senza neanche una piuma addosso.
Un tocco. Poi due... La campana della torre vicina lanciò il segnale del mezzogiorno facendo un gran baccano e spaventando il rapace che, seccato, improvvisamente aprì le ali e spiccò il volo. In un battito finì lontano, in mezzo alle nubi.

 

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