Storie. Le segrete magie del Rugulon

 

Un gruppetto di ragazzini in una mattina d’estate a Grandola


Il Rugulon
Il patto era di sangue, ma non cruento. Veniva probabilmente dai Tre Moschettieri (Tutti per uno!), dai Sette nani, da Robinhood, da Ivanhoe e insomma dalla cultura televisiva allora nascente e qui – in questo giuramento - c'era un poco di tutte quelle storie.

- Domani mattina dopo la messa - disse un ragazzino del posto agli altri.
- Ma come facciamo? - chiese una bimba sui dieci anni.
- Dopo la messa del mattino, invece di andare a fare i compiti delle vacanze, andiamo al Rugulon - fu la risposta - torneremo in tempo. -
Tutti assentirono. Erano in sette.
- Ci saremo tutti e sette. Va bene? -
Dopo qualche attimo di pausa la combriccola rispose all'unisono: - Va bene. Ci saremo! -
Era una decisione coraggiosa e che richiedeva la partecipazione di tutti.

Il Rugulon era un albero. Una quercia immensa che stava in mezzo ad un pianoro distante un'oretta dal centro del paese, Grandola. Era un centro, a dire il vero, un poco spostato in alto e per andare al Rugulon bisognava oltrepassare i giardini della Villa Camozzi, sulla sinistra. La stradicciola scendeva lentamente ed era abbastanza larga da poterci camminare in due; poi si faceva più stretta e bisognava procedere in fila indiana.
Il Rugulon non era solo una pianta, ma anche un luogo. Uno spazio per magie o quasi. Non era un luogo proibito, ma bisognava andarci accompagnati almeno da un adulto ed era comprensibile perché la stradina a poco a poco, da mulattiera comoda, diventava più irregolare ed a tratti scoscesa. Non molto, ma abbastanza per far temere il peggio dai genitori sempre apprensivi.
Del Rugulon si raccontavano molte storie.
- È una pianta che ha mille anni - aveva detto uno dei ragazzi più grandi che faceva la prima media a Menaggio e che diceva di aver stupito tutti i compagni raccontando della pianta alta alta - dove si riunivano quelli che comandavano in paese. - Anche la professoressa, che non era di quelle parti, era rimasta affascinata dal racconto del ragazzo.
- Un giorno o l'altro ci porterai a vederlo - aveva detto sinceramente - questo Rugulon - storpiando il nome dialettale.
Poi, lo stesso ragazzo, aveva aggiunto che era anche l'albero dove si riunivano le streghe - che chissà da dove venivano... - lasciando in sospeso una provenienza che avrebbe potuto creare qualche imbarazzo alle donne del suo paese.
La notizia, tuttavia, circolava da sempre e c'era chi ci credeva e chi diceva che erano tutte balle...

A quel gruppo di avventurieri, quella mattina, poco interessavano le storie legate ai Consigli di paese e ai Saggi che decidevano la vita e il futuro delle comunità riuniti sotto il Rugulon; che stabilivano i confini e "amministravano la giustizia" proprio così, dicevano. Di tali faccende non sapevano quasi nulla e non volevano saperne. Ai sette coraggiosi interessavano le streghe e le magie e le formule che - dicevano - si erano tramandate di secolo in secolo. Ma che quasi nessuno più ricordava.
- Io so come togliere l'incantesimo - aveva detto quel ragazzino, forte del suo grado scolastico e dell'ascolto che - ricordava - aveva ricevuto in classe e persino dalla professoressa. Era chiaro a tutti che chi possiede il segreto dell'incantesimo è anche un capo. E tale si considerava.
- Perché c'è un incantesimo? - aveva chiesto una ragazzina subito zittita dagli altri.
- Perché di sì! - e l'argomento fu chiuso.

La mattina stabilita, tutti i bambini e i ragazzi del paese, come ogni giorno d'estate, arrivarono alla chiesa parrocchiale di san Siro per ascoltare la messa. Anche quelli che avevano stabilito il patto di andare in segreto al Rugulon. Sarebbe falso dire che il parroco poté notare qualche irrequietezza nel gruppetto anzi, se di qualcosa si accorse, fu proprio della calma inconsueta del gruppo. Il parroco, che non era un uomo distratto, governava il suo gregge di fanciulli con il piglio del comandante, piuttosto che come un pastore di pecorelle smarrite. Proprio per questo lo temevano ed era stato un gesto di grande coraggio anche solo immaginare, diremmo progettare, una scappatella segreta al Rugulon.
Finita la messa la chiesa si vuotò in un attimo e tutti si precipitarono sotto, nella piazza del paese distante trecento metri, dove c'era un monumento ai caduti sovrastato da un aquila abbastanza terrificante. Dopo qualche minuto di gioco maschi e femmine si sarebbero divisi per raggiungere i locali dove passare la mattinata a fare i compiti. Era sempre un momento di grande agitazione finché non arrivava il parroco che da solo bastava a regolare la confusione quotidiana.

Senza che nessuno potesse accorgersi, come stabilito, i sette prodi svicolarono verso la stradicciola che portava al Rugulon. Prima lentamente, per non farsi notare, e poi, quando nessuno avrebbe potuto vederli, si misero a correre fino alla fonte che stava sotto la Villa Camozzi. Qui si fermarono. Non fu poco lo stupore nell'accorgersi che mancava proprio lui, il capo. Quello da cui era partita l'idea di togliere l'incantesimo delle streghe.
Arriverà, tu l'hai visto in chiesa, c'era e non c'era, cosa facciamo adesso... furono le parole confuse che esprimevano tutta l'ansia e anche tutta la paura possibili.
- Che facciamo... senza lui? - azzardò una.
- Ritorniamo - decise uno dei meno coraggiosi.
- Neanche per sogno - disse uno dei ragazzi più grandi che veniva da Como e non si sentiva meno importante dell'altro e aggiunse: - Abbiamo iniziato e dobbiamo finire.-
Passarono pochi drammatici minuti finché quel ragazzo non s'avvio verso il Rugulon. A poco a poco lo seguirono gli altri, ma non tutti contenti.
E se ci ha traditi, e se non sappiamo la strada, e quando saremo al Rugulon come faremo, e se non sappiamo fare le magie... borbottavano l'uno all'altra mentre camminavano in fila indiana come se invece d'andare baldanzosi verso una battaglia tornassero dopo averla perduta.

Cammina cammina si resero conto che quella strada l'avevano fatta già mille volte e che non era mai cambiata e che la conoscevano bene e che era una bella mattinata tranquilla e che ancora non avevano incontrato qualche conoscente dal ritorno dei campi. Sarebbe stato il vero dramma: un padre, uno zio, un amico di famiglia. Non ci avevano pensato. Ma la strada era deserta e nessuno incontrarono fino al Rugulon. Alla magica quercia arrivarono dopo neanche un'oretta che già il sole illuminava le foglie e i rami e il tronco e l'aria era ancora freschina. Non avevano niente da bere. Nulla da mangiare.
- Ma è ancora presto. Non avrete mica fame? - chiese uno che di fame ne aveva e anche molta. Per non parlare della sete.
- Beviamo alla fonte - disse una ragazzina indicando la casetta in muratura al lato del prato.
- Ma è tutto bagnato, intorno - replicò saggiamente un'altra - così ci bagniamo tutte e chissà cosa succede quando torniamo a casa. -
L'acqua della fonte era a portata di mano e irraggiungibile; non fu un bel segnale, ma l'operazione doveva procedere come stabilito.
- Che facciamo? -
Pur non sapendo bene in cosa si trattasse la magia delle streghe ben sapevano che l'incantesimo andava rotto.
- Ci teniamo per mano tutti... e... sei - tentennò quello di Como.
- Ma dovevamo essere sette! -
- Sì, ma se diciamo bene la formula magica funziona lo stesso... forse. -
- E se non funziona? -
- Deve funzionare. -
Doveva funzionare altrimenti avrebbero organizzato quell'avventura per niente e sarebbero tornati in paese senza la gloria d'aver rotto il millenario incantesimo. Si presero per mano e chiusero il cerchio, ma per quanti sforzi facessero l'apertura delle loro braccia moltiplicata per sei non fu sufficiente a chiudere la grande pianta in un abbraccio.
- Tiriamo, proviamo, dai che ce la facciamo... -
Niente.
- Ne manca uno – ammisero.
Lo sapevo, ecco, che non dovevamo venire, e perché non è venuto, e adesso che facciamo... tutti pensieri confusi e azioni scollegate che durarono per qualche istante.
- Proviamo a stringerci. -
- Lo sai che non è valido. Bisogna stare a un metro dalla pianta e vedi che c'è quella pietra in basso? -
Una pietra vagamente cubica stava infatti sotto il tronco del Rugulon e doveva essere il segnale di collocazione del cerchio magico che avrebbe rotto l'incantesimo. Sempre che qualcuno si fosse ricordato la formula...
- Com'era? -
- Com'era cosa? -
- La formula che dobbiamo dire. -
Era, ecco, insomma, mi pare... ma la memoria li tradiva e la confusione fu totale.
Ci fu silenzio per qualche minuto.
Poi a uno a uno si staccarono e si allontanarono dal Rugulon. Un paio andarono a sedersi più lontano, nel prato, quasi sotto il Rugulin che stava all'inizio della scarpata.
Il gruppo di prodi aveva terminato l'avventura e il malumore serpeggiò finché divenne rancore e trasformo in breve la squadra compatta in un manipolo di velenosi accusatori.
È colpa tua, è colpa sua, è colpa di questo e di quello... finché non si delineò meglio la figura del colpevole che, quasi si fosse materializzata, comparve nelle loro immaginazione sotto l'antico Rugulon in forma, ma non in carne e ossa, del loro amico assente e ormai considerato il traditore.
- Un traditore! - questa fu la sentenza espressa dal gruppo dei giovani più giustizieri che saggi sotto l'antica quercia dove i loro antenati amministravano la giustizia, almeno così si dice.
- Dobbiamo punirlo! - considerando ovvia la pena dopo una sentenza neanche discussa.
Ma quale pena?
- È tardi. Torniamo. Ci staranno cercando. -

Mogi mogi i sei che furono coraggiosi ripresero la via del ritorno. Neanche uno sguardo alla quercia millenaria che, anzi, trovarono quel giorno priva di interesse. Rifecero la strada all'inverso sperando in qualche modo che si fosse accorciata. Certo, un po' per l'umore e forse temendo ripercussioni, il tragitto fu più breve dell'andata. Saltarono i torrentelli come capretti e appena fu loro possibile corsero per la mulattiera impiegando un quarto d'ora meno.
Si stava facendo chiarissima nella loro mente una possibile visione dei genitori, delle suore dell'asilo, del parroco, dei carabinieri e di chissà cosa in giro a cercare la squadra che voleva liberare il paese dal non si sa quale maleficio.
In tanta fretta e pure molto accaldati neanche si fermarono alla fonte sotto la Villa Camozzi e girarono velocemente la curva che, giù per la discesina, li avrebbe portati in piazza del paese. proprio sotto il monumento dei caduti.

La prima cosa che videro fu l'aquila che sembrava aver rivolto il becco verso di loro. Per non parlare dello sguardo rapace. Così almeno sembrava.
Sotto il monumento stava il parroco che alla squadra sembrò un gigante. Non era piccolo di statura, ma a loro parve corpulento, enorme e minaccioso. Le braccia conserte. Gli occhiali tremolanti. Un brutto segno.
Di fianco, il segretario comunale, che era basso di statura e solitamente allegro. Non quella mattina. Non c'erano i carabinieri e questo venne considerato dalla squadra un buon segno, forse.
Intorno, tutto il paese o forse non proprio, ma certamente tutte le mamme e qualche papà dei sei prodi. Il silenzio era totale.
Non c'erano né ragazzi né bambini. Messi forse già in prigione - non si sa perché - così pensavano i sei che, finalmente si resero conto che il loro atto di coraggio era stato considerato una scappatella da punire e senz'altro una fuga incomprensibile.
Più dietro, seminascosto dal monumento, videro il "traditore" che immobile e imbarazzato cercava di non farsi notare. Il settimo: complice dell'inizio dell'avventura e colpevole del suo fallimento.
- Ma dove siate stati? – urlarono i presenti.
Il "traditore" fece segno di "no" con la testa e questo gesto immediatamente lo scagionò. Non aveva tradito. Non aveva raccontato nulla. Infatti nessuno gli dava importanza.
Come spesso succede nelle situazioni drammatiche e comiche allo stesso tempo qualcuno dei sei preso coraggio disse: - Qui dietro, alla fontana della Villa... - e certo non immaginava che potessero credere a quella panzana.
La piccola folla si guardò incredula; il parroco rimase perplesso; il segretario comunale si lasciò sfuggire un sorriso. La tensione calò.
- Alla fontana? -
- Della Villa Camozzi? – risposero i sei quasi in coro.
- Qui a pochi passi? -
- Ma siete stati via quasi tutta la mattina... -
Lo stesso ragazzo di prima trovò il coraggio di rispondere: - Stavamo... stavamo ripassando le poesie del quaderno... dei compiti per le vacanze... -
Questa era davvero grossa, ma qualche adulto di buon cuore incominciava a crederci.
Il segretario comunale si rivolse al parroco: - Lei che ne dice? -
- Non c'è che provare... - chiuse con un ampio e sarcastico sorriso rivolto alla squadretta - Poi vedremo se sarà il caso di punire... -
Tutti furono d'accordo e anche sollevati dalla responsabilità di ulteriori indagini. In fondo non era successo niente.
Il segreto del Rugulon venne mantenuto ancora per secoli, la formula magica per rompere l'incantesimo fu dimenticata e tutti vissero felici e contenti.
Tuttavia i sei ragazzini non dimostrarono di saper le poesie a memoria, non così bene dopo quel lungo ripasso; non secondo lo standard del parroco. Questo, i sei, lo sapevano già mentre si avviavano ai locali dell'oratorio per essere sottoposti alla prova. La punizione sarebbe stata comunque esemplare. Come di fatto, fu.

STORIE. CULLATO DALL'ACQUA DEL LAGO
STORIE. QUEL RAMO. UN'ALTRA STORIA

Per saperne di più:

Ecomuseo Val Senagra

Il Rogolone. Storia di un albero – PDF

Italia Nostra. Rogolone e Rogolino -- PDF

In un paese di poco più di un migliaio di persone il campo sportivo parrocchiale è il vero centro delle attività ricreative: attorno a questo rettangolo diverse generazioni hanno vissuto la propria infanzia e la loro adolescenza. Il Palio delle Frazioni racchiude in sé un pezzo della storia di Nesso e di ogni nessese.