Storie. Il piccolo cane molto fedele


Un affresco raccontato da un padre al piccolo figlio

Dove andiamo oggi? - aveva chiesto il figlio. La risposta era stata generica: – A fare un giretto – e vaga come al solito e non prometteva niente di buono. Partivano. Il padre alla guida, il figlio dietro (era ancora piccolo) e il cane nel terzo volume. La sua casa da viaggio.
Il padre aveva una mania: visitare tutte le chiese del mondo. Niente di grave, in sé; purtroppo aveva l'abitudine di portarsi il figlio con la scusa della gita e per stare un poco insieme mentre la madre, di sabato, era a scuola.
Le avevano viste tutte quelle chiese – saranno state milioni – e anche quelle della provincia di Como non erano poche. Soprattutto - il padre - sembrava provare sommo piacere a mostrargli ogni angolo, ogni cappella, ogni altare e le statue e le pitture...
Di ciascun paese raccontava le tradizioni; di ogni edificio conosceva la storia, lo stile, i costruttori e gli architetti. Una noia mortale. Degli affreschi o dei quadri sapeva, quasi sempre, la data d'esecuzione, il nome del committente (che parola strana), l'autore e sempre il soggetto; individuava un santo dall'attributo (diceva così) che il povero martire (con la palma, la spada, il libro, la ruota, la croce...) si portava appresso con fare disinvolto. Ecco un coltello ficcato in testa, una graticola fumante, un paio d'occhi in una coppa: un vero catalogo di crudeltà. Ogni volta lo stesso "oggetto", senza neanche troppe differenze.
Così, loro due insieme avevano visto eserciti di santi disperati dal distacco, dalla lontananza, da una Madonna o da Cristo e sempre più lieti mano mano che la distanza tra il divino soggetto e l'umanità pur santa si faceva minore. Così almeno sembrava.

Via via il figlio s'era smaliziato. Non che s'interessasse all'arte (era troppo piccolo, ovviamente), ma aveva elaborato uno stratagemma – così per divertimento – e cercava di mettere il genitore in difficoltà. Faceva domande: chi è quello, chi l'altro, il perché e il come di ogni scena cercando – e solo talvolta trovando – un punto debole o solamente una piccola incertezza. Era la vendetta della semplicità contro l'arroganza del sapere, della cultura portata ovunque, della lezione di storia e di arte imposta come necessaria alla crescita.

Una delle mete preferite era la parrocchiale di San Martino a Montemezzo. Un paesetto di poche decine d'abitanti. Una strada tortuosa per arrivarci, ma comoda e a tratti bellissima. La vista che si godeva dal piazzaletto al fianco della chiesa era stupenda, Gera Lario, sotto, e il Mera che scorreva dalla quinta del Berlinghera finendo nel lago. Più oltre, il Pian di Spagna e, in fondo, l'Adda, col bitorzolo di Fuentes.

Anche la chiesa – a dir la verità – non era male. Ricca di figure affrescate su ogni parete e sul soffitto: Storie di San Carlo, la Fede che scaccia l'Eresia (una vecchia rugosa dalle mammelle cadenti), un grandioso Giudizio universale, poi Storie della Passione e tanti Angeli musicanti, messi quasi ovunque a far da orchestra all'insieme. Così raccontava il padre al figlio spostandosi avanti e indietro per cogliere la luce che quella mattina s'infilava nelle finestre di destra per colpire di traverso le cappelle. Chiaro e scuro. Gioia e dolore. Quanta angoscia e quanta fame... San Carlo che consolava gli afflitti; l'Eresia scacciata da una Fede violenta.

- Che cos'è l'Eresia – chiedeva il bambino.
- È una... dottrina... un'affermazione... un pensiero – il padre cercava le parole adatte - un modo di pensare diverso dalla verità ufficiale.-
- Ah! – fece il figlio fingendo d'aver capito e aggiungeva - ...ma è davvero brutta... e scura e... -
L'interrompeva: - Era un'idea contraria: da scacciare, negativa, dannosa. Brutta insomma. -
- E anche schifosa – sottolineava il bambino guardando preoccupato i serpentelli che scivolavano dai libri, che cadevano di mano all'Eresia – con tutti quei vermi... -
- Sono serpenti. Orribili come il veleno che possono diffondere nel mondo. Escono dai libri che contengono pensieri sbagliati. – Il padre si fermava scorgendo nel figlio il balenare di un concetto pericoloso: libri buoni libri cattivi. Così passava oltre salendo verso l'altare maggiore.

L'affresco che, in ogni modo, piaceva di più al padre era quello della Crocifissione, sul fondo del presbiterio.
Era uno spettacolo drammatico e popolare. Stupefacente, lo definiva, e sempre richiamava quello a Lugano, del Luini (quante volte l'avevano visitato?) o di Gaudenzio Ferrari a Varallo. Questo: - Datazione incerta – diceva - forse terzo decennio del 1500, di autore ignoto. -
Quando parlava come un critico il figlio lo odiava ancora di più. Poi, il padre, si soffermava ad osservare le tante figure della scena (una trentina tra Cristo, angeli, ladroni, nobili, soldati, popolani, pie donne, curiosi e cavalli) e sulla storia di ciascuno.

Lo colpivano anche l'atteggiamento, l'espressione del viso, la postura, il gesto, il costume, i colori, i tessuti, le decorazioni.
- Guarda la scena – e con il braccio teso segnava da sinistra a destra l'insieme delle figure. Poi tornava al centro: alla croce.
- Ci sono anche i cavalli – indicava il bambino.
- Certo. Sono sei: tre da una parte e tre dall'altra. –
- Sono soldati? –
- Di un unico grande esercito. –
- Sono romani. – affermava il figlio mettendo a frutto la recente esperienza scolastica.
- Non proprio. Rappresentano quelli che continuano ad uccidere il Cristo. Che sta al centro, sulla croce. –
- Ma è già morto... - osservava il bambino.
- Certo, ma questa non è una "fotografia" bensì un racconto; una rappresentazione di un lontano avvenimento narrato dai Vangeli. –
- Hanno dei bei cappelli. –
- Infatti non sono elmi romani, ma lussuosi cappelli e molto eleganti del Cinquecento. Di Nobili e mercenari. Gente di questi posti. –
- Anche elmi, però. Sembrano delle padelle – considerava il figlio. E il padre: - Tipici di quel periodo e fatti apposta per difendersi da armi e da scontri diversi da quelli dell'esercito romano. –
Il bambino ovviamente non capiva: - Ma allora? –
- Ti ho detto che si tratta di una rappresentazione, di una scena immaginata dal pittore che circonda il Condannato con persone del suo tempo, del Cinquecento. –
- Però sembra vera. –
- Certo. È verosimile e molto fedele al racconto dei Vangeli. Guarda a destra. Cosa vedi? –
- Tre uomini inginocchiati. –
- Giusto. Che cosa stanno facendo? –
Il bambino li osservava incuriosito: - Giocano? –
- Esatto. Ai dadi. Ti sembra il momento? –
Il figlio scuote la testa. Ovvio: - Non mi pare... -
- E invece stanno giocandosi la tunica del Cristo. Che è in croce nudo. –
Il bambino guardava il Cristo in croce che era nudo o quasi come tutti quelli che avevano visto migliaia di volte: - Che c'è di strano? –
- Che si giocano la tunica perché non possono separarla in pezzi e sai perché? –
Senza attendere risposta il padre continua: - Perché la tunica del Cristo non ha cuciture. Si dice "inconsùtile". Una parola difficile. –
- Perché? –
- Perché rappresenta la Chiesa cioè tutti quelli che credono in Cristo e che non possono dividersi. Né essere divisi. Per esempio da un'eresia – e così dicendo indicava l'affresco poco distante che avevano appena visto.

Il bambino incominciava a capire i collegamenti; almeno quelli tra le figure e come fossero un'unica storia.
Quei soldati dipinti – comunque – poco si curavano di quel che succedeva intorno.
- Guarda – e indicava il gruppo di donne a lato della croce - La madre del Condannato...-
- La Madonna. –
- Esatto. Sorretta dalle donne. Guarda la posizione inclinata delle lance e delle alabarde, lo svolazzare degli stendardi.
- A destra, quello giallo riporta la scritta SPQR; a sinistra, sullo stendardo rosso sventola uno schifoso scorpione nero. I veri mandanti della crocifissione – si scalmanava il padre – si riconoscono per quell'insetto dalla puntura velenosa e mortale, come è appunto l'eresia. –
Il bambino iniziava a comprendere la complessità di quella storia, che un poco conosceva avendola ascoltata in chiesa e a scuola, e come fosse importante sempre osservare i particolari. Questo gli piaceva.
- Guarda – diceva infine dopo qualche istante di silenzio durante il quale il padre s'avvicinava all'affresco per controllare le screpolature (lo faceva sempre) – Guarda quel bambino. -
In basso all'affresco, e proprio sopra la porticina di sinistra, tra le donne, compariva un fanciulletto ignudo a mano di una donna che aveva in braccio un bambino più piccolo. Il bambinetto teneva al guinzaglio (un bel laccio forte, in cuoio) un bastardino con un osso tra i denti.
- Perché? - chiedeva, molto incuriosito – è nudo? -. Una cosa che non si fa: - Non siamo al mare e poi non è così piccolo... -
- Ma è sincero; è pulito; è sereno. E guarda il cagnolino - rispondeva il padre. – Vedi: il cane rappresenta la fedeltà, la fede. –
A ben guardare era un personaggio molto importante, in primo piano.
Il figlio insisteva: - E perché ha un osso? -
- Perché... – indugiava il padre.
Lo incalzava il bambino: - E perché il bambino lo tiene al guinzaglio?
- Guarda bene: da una parte i soldati si giocano la tunica. Non sono persone per bene. Al centro, vicino alla croce, amici e parenti del Condannato piangono e si disperano. –
- Dietro, i soldati cattivi - incalza il bambino.
- Proprio così. –
- È una storia triste... -
- Ma c'è una speranza. La vedi? – chiede il padre.

Il figlio guardava e riguardava l'affresco e incominciava a spazientirsi. È lui che faceva le domande.
Il padre gli sorride: - È qui davanti a te. Vedi la donna con il bambino piccolo in braccio? È la Speranza; una nuova vita si sostituisce a quella che sta morendo in croce. E poi tiene stretta la mano del suo bambino più grande... -
- E il cagnolino. –
- Certo. Sai cosa vogliono raccontare? Il bambino è la Verità, semplice e spensierata. Proprio come te. Che tiene al guinzaglio la Fede... -
- Che è il cagnolino – dice il figlio tutt'altro che convinto.
- Perché il cane è fedele e tiene l'osso che non molla. Guai a cercare di portarglielo via. S'arrabbia e morde. Ma la Fede è forte se è "attaccata" alla Verità. Come a quel guinzaglio. –
Il sole illuminava l'altare e già uno scorcio dell'affresco sembrava più chiaro. Si faceva tardi.
- Andiamo. –
- Andiamo. Ma perché il bambino è nudo? –
_ Ora basta – tagliava corto il padre - torneremo un altro giorno. -
Mille volte l'aveva guardato quell'affresco, ma non aveva ancora visto bene. Non tutto. C'era molto da scoprire tra quelle figure dentro la scena del dramma, tra quei personaggi compresi nel loro ruolo, tuttavia incapaci di viverlo sino in fondo. Si accorgeva infine che nessuno di loro guardava il Condannato. Strano. Ma quella era un'altra storia.

Padre e figlio uscivano dalla chiesa avviandosi al parcheggio dove avevano lasciato l'auto, sotto le piante, all'ombra. Quella volta, saliti per ritornare a casa, sentivano un rumore da dietro, quasi uno sbadiglio. Si ricordavano che il loro cagnolino li aveva aspettati paziente e senza abbaiare. Lo vedevano ora con occhi diversi. Lo facevano scendere per andare a bere alla fontanella. Il cane li guardava e scodinzolava ed entrambi notavano – con sorpresa - persino una certa somiglianza con la bestiola dell'affresco: stessa razza, taglia, pelo, colore... Il figlio, sorpreso, guardava il padre senza dire nulla. Infatti: non c'erano altre parole.

Racconto ispirato dalla Crocefissione di Anonimo. Chiesa di San Martino, Montemezzo provincia di Como


STORIE. CULLATO DALL'ACQUA DEL LAGO

In un paese di poco più di un migliaio di persone il campo sportivo parrocchiale è il vero centro delle attività ricreative: attorno a questo rettangolo diverse generazioni hanno vissuto la propria infanzia e la loro adolescenza. Il Palio delle Frazioni racchiude in sé un pezzo della storia di Nesso e di ogni nessese.