Storie. Cullato dall'acqua del lago


Un incontro casuale rivela sensazioni ed emozioni d'acqua

La Galleria d'arte mi era sconosciuta; in compenso il titolo della mostra era intrigante: "Emozioni di lago". Imperdibile anche se il luogo era fuori mano e le scarne note sul giornale non davano che poche informazioni. Vado.
Zona dei Navigli a Milano. Casa di ringhiera ristrutturata con tocchi di minimalismo e in quella che probabilmente era, o sembrava essere stata, un'officina meccanica sta la Galleria. L'essenziale è garantito: bianche le superfici che ancora odorano di pittura e i binari che corrono tutt'attorno in alto alle pareti; qualche filo elettrico pendulo garantisce l'incompiutezza. I quadri appesi sono una serie di pannelli in grande formato tecnica mista: acrilico il fondo e pennellate a spatola di materia d'altro colore; meglio precisata dalle didascalie: più poetiche che specifiche.
Il giovane artista è abbigliato come si conviene al rango ed è circondato da una folla adorante. Ad occhio e croce i genitori, magari qualche allievo, certamente una morosa su tacchi così alti da temere per il pavimento liscio lucido e nero. Il contrasto tra suolo, pareti e quadri è netto, evidente; a tratti fastidioso. Eccessivo. Al centro del tutto l'artista gesticola come un direttore d'orchestra al colmo dell'eccitazione interpretativa. Gli manca solo la bacchetta.
Egli spiega al volgo l'essenza della sua arte con tale dovizia di particolari interpretativi da riportare tutti quanti miracolosamente in un'altra dimensione. Qui, nella Galleria ex officina, l'artista cerca di trasmettere un'intensità ovviamente irraggiungibile e neanche prende fiato muovendosi da quadro a quadro come da stazione a stazione in una immaginaria via crucis. Un vero dolore.

Con l'aria di quello cui sta per venire un infarto, rallento il passo è dopo un paio di minuti sono qualche metro distante dalla massa adorante dei visitatori.

- Non ti piacciono, vero? -
Scosso da una voce laterale e rivelatrice scorgo un giovane quasi un ragazzo, così parrebbe.
Che dire? – penso.
- Cioè? - rispondo prendendola piuttosto alla larga.
- Hai una faccia... – mi dice sfrontato.
Ho una faccia, certo, e piuttosto arrabbiata, anche. Ma immaginavo fosse un atteggiamento interiore; un sentimento personale. Non una dichiarazione di guerra.
E poi chi sarebbe costui? – penso - Un parente fuori dal gruppo; un allievo negligente; una spia?
- Non ti piacciono – mi dice.
- Non mi piacciono! – confermo abbastanza irritato – va bene. È un problema? –
- Non è un problema – risponde divertito.
Che sia il gallerista? – rifletto imbarazzato perché non era mia intenzione offendere né tantomeno aprire una discussione sull'arte, sui colori, sulle forme dell'acqua.
Non ha, il giovane, l'aspetto del gallerista e né l'abito né i modi. È un giovane dall'aria serena e lo sguardo acuto che osserva per la prima volta la collezione esposta. Il gallerista, poi, non avrebbe affrontato un possibile cliente in quel modo diretto. Dandogli del tu...
- È la prima volta che vengo qui – dice a conferma della mie supposizioni – e tu?
Rispondo che non conosco quel posto e che ero stato incuriosito dal titolo e dal soggetto: il lago.
- Anch'io ho visto il titolo e l'argomento mi interessava. Però non mi pare che i quadri abbiano rapporto con l'acqua, con il lago – lo dice dando uno sguardo all'intorno mentre l'artista è ormai nell'altra stanza.
- Non so tu – scherzo – ma non potevamo aspettarci immagini liquide. –
- Che cosa intendi dire? – reagisce serio.
- Che il titolo potrebbe essere solo un pretesto, un richiamo, un'idea dell'acqua. Non è un pittore realista. –
Il giovane si guarda intorno: - Certo. Ma questi quadri sono come un campionario di colori. Non è un po' banale? –
Osservo bene i tanti quadri appesi e devo ammettere che la mia impressione di fastidio derivava proprio dalla banalità espressiva: colori e basta. Emozione nessuna.
Seguendo il mio sguardo il giovane incalza: - Colori e basta! –
- Forse nell'insieme... - cerco di giustificare l'artista.
- Intendi guardando tutta la serie?-
- Cerco di capire il senso di questa proposta; deve pur averne una. Poi l'artista mi pare un tipo convincente... - e indico ironicamente il gruppo che lo segue da vicino senza perdersi alcuna riflessione.
- Più che altro convinto – precisa il giovane.
- Hai ragione. C'è anche un'insistente ripetizione di modelli: il colore di base e qualche striatura d'altra tonalità. Così per ogni quadro. Monotono per voler rappresentare o evocare l'acqua del lago... –
Il giovane sembra non ascoltarmi.
Continuo: - Anche l'uso della materia, dell'acrilico, è ripetitivo. –
- Non è acrilico – e arriccia le narici per qualche secondo avvicinandosi ad un'opera – è vernice. -
Lo seguo e annuso: - Hai ragione. È vernice e ancora fresca. –
- Certo. Guarda quello; quello rosso e giallo e viola: RAL 3020 Rosso traffico, RAL 1023 Giallo traffico e RAL 4005 Lilla bluastro. Penso. –
Lo guardo esterrefatto: - Come "penso"? –
- Potrebbe essere un Tele magenta 4010 leggermente scurito. Da qui non si vede bene – e si avvicina al quadro.
Lo seguo sinceramente senza parole. Non so che dire. Mi ha davvero colpito.
- Sei un esperto, vedo – e lo dico con ammirazione.
- Ho una certa esperienza. –
- Non sarai per caso un artista, un pittore – e lo dico con la preoccupazione di chi non vorrebbe offendere la categoria.
- No, tranquillo – e procede con l'esame più attento di alcune opere. Annusandole da vicino.
- Potrei dirti anche la marca... -
Sono francamente sorpreso e non lo nascondo. Il giovane sorride.
- Scusa, ma che mestiere fai? –
Ride e riguarda un quadro e si vede che cerca mentalmente i riferimenti cromatici: - Faccio il carrozziere – risponde con noncuranza.
- Il cosa? –
Allargo quasi le braccia. Ho una reazione davvero sciocca e anche sgradevole. Se m'avesse detto artista o critico d'arte o esperto in qualcosa non avrei reagito in quel modo.
- Cosa credevi? –
Niente. Non credevo niente e la stupidità della reazione mi rende persino ridicolo. Sono imbarazzato. Ma il giovane non se ne cura.
- Di dove sei? – chiedo tanto per spostare l'argomento.
- Di Milano e tu? –
- Di Como – rispondo.
- Ah. Di Como... -
- Conosci Como? –
- Vengo abbastanza spesso. –
- A mangiare il gelato la domenica, come tutti i milanesi, immagino. –
Mi guarda davvero perplesso e capisco che se avevo guadagnato qualche punto in credibilità dando prova, se non di sensibilità artistica, almeno di competenza, ora sono crollato ai suoi occhi.
- No. No. Vengo quando sono triste o preoccupato. Quando il mio umore non è al massimo... - dice queste parole con un sorriso appena segnato, amaro.
Sto attento a misurare le parole: - Scusa: tu vieni a Como quando il tuo umore non è buono? –
Guarda i quadri ancora una volta e poi scuote la testa: - Abbastanza spesso. –
- Abbastanza spesso vieni a Como... -
- Sì. Finito il lavoro prendo la macchina e arrivo a Como. –
- È già un bel viaggio non sempre rilassante a quell'ora. –
- Di solito non c'è tanto traffico. Poi a Como parcheggio vicino al lago, ai giardini, dove c'è quel monumento...-
- Ai Caduti. –
- Sì, quello del Terragni, mi pare. Sembra una torre. –
- Giusto. –
- Vicino c'è anche quella specie di Tempio di Volta. –
- Tempio Voltiano. –
- Quello. Con quegli alberi intorno a forma di palla. Curiosi. Poi passeggio in riva al lago e guardo la città.
- Vai verso il centro? –
- Verso il centro. Non in città. Quasi mai. Mi fermo prima. –
Sono un po' perplesso: - Non vieni a Como per passeggiare in città? –
- Non sempre, ti ho detto che vengo per rilassarmi. –
Capisco. Penso che anche per un milanese la città non sia un luogo di riflessione della prima sera: - Se vieni dopo il lavoro sarà ormai quasi buio. –
- Diciamo al tramonto. È un momento molto bello. –
Confermo: - E poi cosa fai? –
- Vado su quella passeggiata che sta in mezzo al lago, tra le acque... -
Preciso: - Sulla Diga foranea. –
- Si chiama diga... foranea? Non sapevo il nome. –
Spiego con il tono del sapiente: - È uno sbarramento protettivo dal moto delle onde. –
- Ecco, foranea – ci pensa un poco e continua – passeggio avanti e indietro alcune volte finché diventa buio. È bellissimo e molto rilassante. –
Lo guardo mentre racconta e m'immagino questo ragazzo che arriva triste, passeggia avanti e indietro "qualche volta", e torna rasserenato. Una cura da proporre a molti. Anche a quelli che affollano la diga nei giorni festivi e poco godono del piacere delle acque che sfiorano la passeggiata.
- Mi piace anche l'odore dell'acqua – e precisa – anche se credo sia inquinata. –
- Non più di tanto e non come prima. Una volta era persino colorata a giorni alterni di giallo, di rosso, di viola. –
- Davvero? –
- Erano gli scarti delle tintorie. Li riversavano nel lago. –
Vedo che riflette sulle mie parole: Giallo, rosso, viola... -
- Capisco quel che pensi. –
- Una specie di catalogo dei colori – e si guarda intorno – più o meno come questi quadri. –
Seguo il suo sguardo: - Vuoi dire che questo pittore... -
- Non credo – mi risponde – non sono la stessa meraviglia. Sono piatti, troppo forti, uniformi... -
- Non cangianti, non mutevoli, non increspati. Non rilassanti. – Aggiungo io tirato dentro da quell'entusiasmo.
- In mezzo all'acqua, sulla diga, è tutta un'altra cosa. Non ti pare? –
Ovviamente concordo. Conosco bene quella sensazione, ma non la ritenevo terapeutica. Glielo dico.
- Non ci vai mai? – mi chiede.
- Spesso – rispondo – ma non con la tua stessa intenzione. E vorrei aggiungere: non con la tua sincera, notevole intensità.

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