Documentari. "All'altezza dello sguardo"

 

Le testimonianze che rappresentano una realtà di umanità e speranza

ALL'ALTEZZA DELLO SGUARDO
I luoghi, le persone, gli incontri: persone  che migrano, persone che accolgono 

Como, Europa  Luglio- dicembre 2016
ideazione e realizzazione Claudio e Giulio Fontana (©2017)

Domenica 30 luglio 2017 si è tenuto, presso l' Auditorium Biblioteca di Brunate, l'incontro con Claudio e Giulio Fontana, ideatori e realizzatori del video "All'altezza dello sguardo". Un film documentario sorto su richiesta del parroco di Rebbio, don Giusto Della Valle, per far conoscere l'accoglienza dei migranti a Como nell'estate del 2016.

Tanti cittadini comaschi, di diversa estrazione sociale ed età, hanno saputo rivolgere il loro sguardo verso persone in
situazioni di fragilità, con bisogni e speranze degne di ascolto. I migranti, dopo disagi, umiliazioni e violenze si sono
sentiti accompagnati nel loro difficile percorso di vita. Hanno trovato tanti che non hanno voltato il capo dall'altra parte
ma si sono posti all'altezza dello sguardo. Le testimonianze e la bellezza delle immagini concorrono a rappresentare una realtà di umanità e speranza.

Proprio queste testimonianze raccolte erano interessanti e la documentazione fotografica, a partire da luglio, molto ricca; così, strada facendo, è nato un lungo filmato. Racconta la normalità dell’accoglienza da parte di semplici cittadini, tra loro molto diversi, nei confronti di queste persone in situazione di fragilità, con bisogni e speranze che stentano ad essere ascoltati e riconosciuti. Dopo disagi, violenze, umiliazioni trovano finalmente persone all’altezza del loro sguardo, che non voltano il capo dall’altra parte. Non soffrono di un’ulteriore frustrazione e si sentono accompagnati, per quanto associazioni di volontariato e semplici cittadini possano fare, nell’affrontare in modo consapevole una situazione difficile.

E’ una storia che merita di essere raccontata. Che ha un valore che va al di là dell’interesse locale.
Le chiusure delle frontiere hanno convogliato su Como un flusso crescente di persone in fuga da fame e guerre. Bloccati a Chiasso quando credevano di aver quasi raggiunto il Nord Europa. Il flusso crescente ha attirato l’attenzione dei mass media internazionali sul George Cloney’s Lake, come riportavano i siti Internet nel corso dell’estate.
Problemi di scala mondiale, chiusure delle frontiere, muri fisici di filo spinato e psicologici nei confronti di migrazioni vissute come una invasione alla fortezza europea hanno convogliato i flussi su Como, una città tranquilla, famosa per le sue bellezze e per l’eleganza delle sete; abituata a sentirsi appartata dalle turbolenze più acute del mondo. Lontana dai confini più duri e vicina a un confine rassicurante, da varcare nei due sensi per far benzina o far la spesa dove più conviene.

Un confine che di nuovo cambia di significato per queste persone respinte nel loro viaggio verso Nord; un confine che riprende un ruolo che solo le generazioni più anziane ricordano, ai tempi del fascismo e della guerra.
La città ha saputo attutire l’urto di questi accresciuti passaggi, molte persone si sono date da fare, con empatia. Un aspetto umano ma poco significativo in termini generali e politici affermano alcuni, o pre-politico. Un aspetto che la politica può ignorare o vedere negativamente perché parlare di migranti in tempi perennemente pre-elettorali è tema scottante. Todorov ci ha insegnato a non dimenticare le responsabilità dell'individuo nella storia e a considerare sempre l'altro nella sua realtà e diversità, senza rifiutarlo come estraneo o assimilarlo in modo generico. Senza dimenticare che siamo sempre anche sotto lo sguardo dell'altro.

«Noi abbiamo bisogno di essere riconosciuti dall'altro per esistere. Il bambino ha bisogno dello sguardo dei suoi genitori, il professore esiste grazie ai suoi allievi, gli amici si confrontano gli uni agli altri. Sia che cerchiamo di essere colti come loro simili, sia come differenti da loro, gli altri ci confermano la nostra esistenza. (…) Ogni coesistenza è un riconoscimento. (…) Io posso allora cercare di captare lo sguardo degli altri attraverso diverse sfaccettature del mio essere, il mio fisico, la mia intelligenza, la mia voce o il mio silenzio.» (T. Todorov, "Sous le regard des autres”, Sciences Humaines, 2/10(2002).

Questo filmato richiama fin dal titolo l'incrocio degli sguardi che non va mai perso. È punto di partenza, ma anche punto d'arrivo ed è il senso profondo di una politica adeguata al mondo contemporaneo che non può limitarsi ad ideali astratti. Cerca di mostrarlo con le espressioni e le parole dirette delle singole testimonianze (non ci sono voci fuori campo che spiegano).

Negli ultimi trent’anni le società occidentali hanno invertito quel corso che, grazie anche a lunghe lotte collettive, le aveva portate ad essere sempre più inclusive, con aspetti emancipatori e sistemi crescenti di Welfare. La società e l’economia hanno invece puntato su una dimensione individualistica, con una forte polarizzazione delle ricchezze e del potere. Sono economie e società dove nessuno è al sicuro dalla precarietà e dalla minaccia di esclusione. Il comprensibile senso di insicurezza e le paure, che richiedono un difficile ripensamento di un intero sistema economico e sociale, si riversano facilmente sui soggetti più deboli, la cui emancipazione e richiesta di uno stato
di benessere superiore vengono avvertite come possibile minaccia e maggior ripartizione di risorse già scarse. Il ritorno alle chiusure e ai nazionalismi sembrano la risposta più immediata e gli egoismi vengono a trovare giustificazione a paure a cui nessuno sembra dare risposte.

Le migrazioni vengono ridotte a problema di sicurezza, senza considerare che la sicurezza vera è data dall’evitare l’uscita dalla legalità, accompagnandone il percorso, mantenendo un contatto umano. Le esclusioni, le frustrazioni e la mancanza di prospettiva, le umiliazioni non possono che generare sofferenze e, a lungo andare, reazioni depresse o di rabbia. Il rischio più grande è rendere meno umano l’altro, un po’ meno degno di cura e di interesse;dapprima renderlo anonimo, massa, numero; poi indifferente e infine fastidioso. Un terreno scivoloso, un’area grigia che sfuma verso forme di intolleranza, dapprima percepite, poi ostentate. Si toglie un poco di umanità all’altro e si perde un poco alla volta la propria umanità.

Deumanizzare deumanizza. Ma è vero anche il contrario. Dare prova di umanità aiuta l’altro a vedere riconosciuta le sua persona e aiuta noi stessi, rafforza la nostra fiducia nel poter affrontare insieme i problemi che si presentano, fa sperimentare il gusto della partecipazione. Di queste storie degne di essere raccontate tratta “All’Altezza dello sguardo”, con le voci dei protagonisti e con i luoghi dove si svolgono, a partire dalla Parrocchia di Rebbio, vero laboratorio di umanità.

Passato il clamore dell’emergenza estiva, l’attenzione può affievolirsi, lo slancio spegnersi. 
I problemi di fondo restano. Il freddo delle notti, le modalità dell’accoglienza, il ruolo delle istituzioni ai diversi livelli, i progetti per affrontare il futuro e il probabile maggior afflusso con l’arrivo della bella stagione. Molti però hanno continuato a darsi da fare, a offrire un aiuto dove serviva. I cittadini hanno fatto la loro parte e hanno mostrato una grande saggezza, un bisogno profondo di partecipazione condivisa. Ad altri il compito di creare le condizioni perché Como possa vivere, in modo non legato all’emergenza, la sua condizione di città di frontiera nel cuore dell’Europa.
Nel documentario si cerca di mostrare, nella concretezza delle situazioni e dei vissuti il volto normale dell'accoglienza e della relazione con l'altro.

(…) Che l'esser umani è normale
è semplice e si può fare
lo mostra chi senza apparire
qui a Como, nel centro d'Europa,
è stato ad altezza di sguardo.