Acqua. Colpi di remo sul Lario

 Disegno di Daniele Carpi

 Colpi di remo. Edizione Nodolibri. Una storia tutta sull’Acqua

Colpi di remo. Edizione NodoLibri, 2003

Colpi di Remo non è un libro sul canottaggio, ma una narrazione per giovani canottieri; non è la storia di una disciplina, né l’elenco delle glorie di atleti o di società. È il racconto di entusiasmi, di fatiche e di emozioni che si possono vivere su una barca che sfida l’Acqua, che s’infila nell’Aria, che viaggia dentro la Terra con la sola Forza di uno spirito nervoso, giovane e consapevole.

Colpi di remo è la storia di una crescita: quella di tutti i canottieri, ma in particolare di quelli che hanno remato e che remano sulle acque lariane. Osservandoli faticare e correre e respirare e vedendoli crescere da ragazzi a giovani fino a diventare atleti e campioni, stagione dopo stagione, ho potuto apprendere, cercare di capire e infine raccontare. [Gerardo Monizza]

Nella Giornata dell’Acqua dai cinque capitoli ho tratto quello intitolato: Acqua.

 


Acqua.
È l’elemento naturale dal quale nasce il canottiere: dai primi tentennamenti ai grandi successi, dai pochi o dai tanti ribaltamenti alle scivolate veloci, è l’acqua che decide le sorti di una preparazione, di una competizione e di una vittoria. Mutevole come i nostri umori essa sa comprenderci. L’acqua è magica e perfida, materna e pericolosa, amica nemica di tante giornate di fatiche, di lavoro e di sconforto. Quando abbandono la mano, fuori della barca, per bagnare l’estremità del corpo teso e affaticato, lo faccio per giocare con le dita sulla cresta delle ondine e nello stesso tempo per catturare la forza che l’acqua sa mantenere, quasi gelosamente, intatta e indivisa e poi riesce – generosamente – a concedere a tutti. È fiume, è lago, è mare; dolce o salata l’acqua è l’essenza stessa del canottaggio. Lo stile, lo scatto, la fatica, il remo, la barca possono cambiare, ma l’acqua è da sempre e per sempre, immutabile.

 L’acqua non si concede facilmente. Talvolta sa persino essere crudele, addirittura perfida. Con la complicità del vento può essere molto cattiva e mettere a dura prova la preparazione e il coraggio di un atleta. L’acqua pretende concentrazione.  Non ammetteva che mi distraessi a guardare le nuvole o che – certo per timore – fermassi la barca all’arrivo di un grosso battello.

Remare non è un gioco, anche quando il divertimento non manca, anche se ogni uscita in barca può essere l’occasione di una festa della squadra. Ma è da soli che si coglie al massimo il rapporto tra la forza che si è allenata giorno dopo giorno, per anni, con l’acqua e la terra che la circonda.

 Ho molto osservato l’acqua. Ogni canottiere guarda intorno lo specchio brillante e mutevole che lo circonda prima di partire con l’allenamento o con la gara. Cerca di rendersi conto della consistenza dell’impalpabile pulviscolo vaporoso che scioglie l’acqua verso l’aria in una dissolvenza di umori che sa rigenerare il corpo teso dell’atleta, pronto per lo scatto iniziale. L’acqua conosce i miei dubbi e percepisce ogni tentennamento, ogni paura. Aiuta, quando può riequilibrare una posizione mancata; allontana quando comprende il distacco carico d’emozione tra la barca, l’atleta e la sua missione. Ogni allenamento, ogni gara, ogni faticoso movimento della barca diventano momenti di proposito e di riflessione. Non si rema per andare da una parte all’altra, ma per capire.

 L’esperienza ha fatto di tutti noi, giovani canottieri, qualcosa di più che dei rematori e qualcosa di diverso dai campioni: ci ha fatto partecipi di un’atmosfera complicata dove convivono forze difformi e anche misteriose, che non abbiamo sempre saputo valutare; almeno non subito. Eravamo come bambini legati alla riva da una gòmena immaginaria; gli esperti, gli allenatori, i maestri la trattenevano per rassicurarci. Non temevano l’acqua – che ci è amica – temevano le bizzarrie della giovinezza che lascia spazio al pericolo, al rischio. Poi, improvvisamente, l’acqua ci ha accolto.

Ricordo il giorno in cui lasciai il pontile sicuro, sullo skiff di vetroresina di colore simile all’impossibile. Sapevo che la corda, che mi aveva legato a lungo, era stata sciolta; avevo improvvisamente avuto la consapevolezza che avrei superato l’esame dell’acqua. Restai - da solo - nello spazio indescrivibile che si trova tra l’acqua e l’aria; solo a lanciarmi in un’avventura che mi avrebbe portato magari anche al successo; solo senza una guida sicura. In quel momento capii che ogni insegnamento – anche il migliore, il più giusto, il più corretto – nulla avrebbe potuto darmi di più di quello che avrei ottenuto con l’esperienza. Questa idea mi fu trasmessa dall’acqua che subito accolse la barca stravagante e, nonostante il mio incerto remare, mi consentì di vogare e di lasciare la riva. Quel giorno, quella prima volta, non arrivai da nessuna parte (almeno non molto lontano), ma compresi che mi stavo lentamente e inesorabilmente avvicinando alla maturità. Eppure ero ancora un ragazzo.

 

In un paese di poco più di un migliaio di persone il campo sportivo parrocchiale è il vero centro delle attività ricreative: attorno a questo rettangolo diverse generazioni hanno vissuto la propria infanzia e la loro adolescenza. Il Palio delle Frazioni racchiude in sé un pezzo della storia di Nesso e di ogni nessese.

Una ricognizione nelle vite della gente comune del Regno Lombardo-Veneto tra 1818 e 1862, basata sui verbali dei processi inquisitori, custoditi presso l’Archivio di Stato di Como. Storie tanto lontane nel tempo, ma che appaiono ancor oggi molto vicine.

La passione civile ha sempre animato Luigi Fagetti, indirizzandone la vita professionale e l'impegno sociale. Como: città sempre amata anche nei momenti di crisi.