ICOM_092. ICOMOGRAFIE: Mestieri. I pescatori del Lario

 

iCOMOgrafie. La pesca sul Lario tra documenti e storie

Non è un mestiere romantico, ma faticoso. Il pescatore e la pesca del Lario sono ricordati negli scritti di Plinio il Vecchio [Como 23-Ercolano 79], nelle lettere del nipote Plinio il Giovane [Como 61-Bitinia 113] e negli Statuti della città di Como (XIV secolo). Li descrivono Paolo Giovio (vescovo nativo di Como) a metà del Cinquecento e lo storico Benedetto, suo fratello.

Erano centinaia i pescatori del Lario e ancora all’inizio del Novecento se ne contavano 600 (con intere famiglie coinvolte). Attività importante e redditizia, stagionale e limitata da leggi – che regolano tempi e modi di pesca – e dalla necessità di non esaurire la risorsa.

Dal Seicento le regole diventano specifiche; nel Settecento si fissano spazi lacustri, calendario, misure del pescato, caratteristiche delle reti, persino i nomi delle barche attrezzate. Nell’Ottocento le rilevazioni si fanno più precise; la pesca è un’attività fondante per l’economia del territorio e i pescatori sono diverse centinaia e – inoltre – nei tempi morti della pesca svolgono altre mansioni o commerci (fruttivendolo, panettiere, barcaiolo).

Nel Novecento le autorità provinciali intuiscono le difficoltà del mestiere. Il pescatore lavora durante la notte e, fino all’alba, è in barca; a terra deve sistemare e pulire il pescato e – nei giorni di mercato – consegnarlo sulla piazza del paese o del capoluogo.

È un lavoro familiare: i figli per tirare le reti; le donne per rammendarle; i vecchi per pulire il pesce. Sono votate leggi che intendono aiutare l’attività, ma non sono sufficienti a frenare l’abbandono di un mestiere importante e caratteristico, che oggi conta solamente circa 60 addetti su tutto il Lario.

Titolo: Pescatrice al Lago di Piano
Autore: Anonimo
Soggetto: Pescatrice, con barca e reti stese
Data: 1905
Tipologia: Fotografia
Provenienza: Brunner & C. Archivio NodoLibri 

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