Mostre. "India. Sulle vie dell'illuminazione"

 

 Al Lac di Lugano l'India immaginata dall'Occidente

C’è ancora qualche giorno, fino al 21 gennaio, per visitare la mostra India. Sulle vie dell’illuminazione al Lac di Lugano. L’esposizione, come spiega bene il sottotitolo, non è una semplice mostra sull’India, ma sul suo mito all’interno della cultura occidentale dall’inizio dell’Ottocento a oggi.

I diversi ambienti dell’esposizione (che occupa ben due piani del Lac) sono dedicati ai diversi approcci che l’occidente ha riservato al variegato mondo del subcontinente indiano. Si comincia con alcuni esempi del vedutismo ottecentesco, che ovviamente traducono i paesaggi e gli edifici indiani in chiave di esotismo, si continua con numerosi esempi di pittura di genere, che – di nuovo – nelle scene di una cultura “altra” trovò molti spunti da sviluppare, per passare poi alla grande stagione della documentazione fotografica. Anche in questo caso, comunque, l’uso della fotografia è tutt’altro che neutro, e tende invece a selezionare “vedute” e “generi” particolari; di grande interesse e qualità sono gli scatti dell’italiano Felice Beato (tra i primi a percorrere le vie indiane a partire dal 1848). Nel momento di massimo apogeo del colonialismo europeo, all’inizio del Novecento, l’India era ormai di moda, come testimoniano la pittura e letteratura di genere (basti pensare a Emilio Salgari), ma anche più approfonditi approcci come quelli della narrativa di Hermann Hesse, della psicanalisi di Carl Gustav Jung o della filosofia politica delle comunità di libertari-naturisti (come quella di Monte Verità sopra Ascona in Canton Ticino), o ancora della pittura espressionista e di quella astratta.

Nella fase della lotta per l’indipendenza, l’India torna ad essere al centro dell’interesse europeo; in questo caso giornalisti e fotografi si avvicinano con maggiore disponibilità e sensibilità alla realtà indiana: ne fanno fede i servizi fotografici degli anni Trenta e Quaranta, firmati da maestri come Henri Cartier-Bresson (l’ultimo a ritrarre Gandhi prima della sua morte) e Walter Bosshard.

Un capitolo particolare è quello dell’incontro tra l’India e Le Corbusier: il grande esponente dell’architettura del Novecento ricevette nel 1950 l’incarico di progettare, insieme al cugino Pierre Jeanneret, la nuova capitale del Punjab, Chandigarh. I suoi progetti che, a partire dalla cultura occidentale, si confrontano con il contesto orientale, sono diventati una parte essenziale del patrimonio architettonico della modernità, e come tali continuamente ripresi e comunicati in innumerevoli immagini dei principali fotografi d’architettura della seconda metà del Novecento.

A fare da cerniera tra la parte “storica” dell’esposizione e quella più “contemporanea” è una sezione dedicata all’irruzione dell’India nell’immaginario giovanile e – più genericamente – “pop”: tra i Beatles, Ravi Shankar e Allen Ginsberg, tra meditazione e psichedelia, a Lugano sono in mostra alcune delle icone classiche degli anni Sessanta e Settanta, al cui fascino nessuno che abbia più di cinquant’anni è sfuggito, per un verso o per l’altro.

La seconda parte (che occupa per intero il primo piano del Lac), per quanto divisa in capitoli è un unico percorso nel complesso rapporto che lega la modernità razionalistica dell’Occidente contemporaneo con la profondità spirituale plurisecolare dell’India. Di notevole interesse sono i molti servizi fotografici esposti, che evidenziano diversità di atteggiamenti e di esiti, così come le opere d’arte (molte realizzate da artisti italiani) che rivelano la profonda fascinazione, ma anche i radicali fraintendimenti, di questa dialettica tra mondi diversi.

L’esposizione è così un buon esercizio di riflessione di autocoscienza attorno alla cultura occidentale, capace di contaminarsi, ma anche di cannibalizzare l'”altro”.

In un paese di poco più di un migliaio di persone il campo sportivo parrocchiale è il vero centro delle attività ricreative: attorno a questo rettangolo diverse generazioni hanno vissuto la propria infanzia e la loro adolescenza. Il Palio delle Frazioni racchiude in sé un pezzo della storia di Nesso e di ogni nessese.

 

 

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