Visioni. Como: Piazze ai turisti e alle emozioni

 

 Tizio e Caio a Como: Osservano le piazze del Centro storico e discutono di visioni

TIZIO, il Professore e CAIO, il Giovane, siedono al tavolino di un bar del centro. Incominciano ad arrivare altre persone. Qualche uccellino spazza il terreno. Il vento sposta i tovaglioli lasciati sul tavolo dai precedenti clienti. Tizio li appallottola ficcandoli nel posacenere. Ha un moto di stizza che subito rientra. Caio lo guarda divertito.

CAIO- Non capisco perché siamo venuti qui.

TIZIO- Strano: dovrebbe essere evidente e mi pare che una parentesi di piacere possa far parte di questo viaggio dentro la città.

C- Concordo, ma – scusi – non pensavo fosse incline ai piaceri…

T- Credi che il petulante rigore del giudizio non possa convivere con la scelta di piaceri sani?

C- L’aperitivo è sano?

T- In senso sociale? Certamente!

Ordinano due aperitivi: leggero per il ragazzo; più forte per Tizio.

T- Vedi? Siamo nel cuore della città: semplice, assemblaggio di architetture non omogenee, luogo ricco di storia, pulito un pochino arido…

C- Non le piace la piazza?

Tizio si guarda intorno. Come se contasse i palazzi declinando avanti e indietro la testa: – Piazza o piazze? Siamo in quello spazio che si chiamava “brolo” e ovviamente non è più un prato verde; a sinistra c’è una larga strada che costeggia il Duomo; qui dietro ci sono portici che i passanti usano solo in caso di pioggia…

C- Meno male…

T- Sì, ma sono un’area deserta, poco utilizzata, senza negozi o quasi. Non ti pare un segnale negativo?

Il ragazzo si gira totalmente verso i portici davvero spopolati.

T- Quel che manca, in tutta questa parte di piazza è la vita vera; è lo spazio vissuto dalle persone se non in occasioni particolari magari religiose, magari commerciali. È stata persino un mercato ambulante, un tempo neanche lontano, immagino con la puzza del genere e il casino di voci e di carretti.

C- Non era il massimo…

T- Ma c’era vita quotidiana. Vivacità umana. Ora è una specie di museo all’aperto, asettico. Ben tenuto, non c’è che dire… Pensa che lì in mezzo c’era un pisciatoio.

C- Oh! Una meraviglia. Immagino il contorno.

Tizio, senza quasi dargli retta: - Con intorno i cartelloni delle pubblicità e del cinema. Un quasi servizio informativo… pubblico.

Arrivano gli aperitivi e le immancabili patatine. Tre secondi dopo una banda di passerotti allegri cala e fa barriera ai pigri piccioni che vorrebbero partecipare al banchetto. Tizio afferra una patatina, la spezza in due e la lancia nell’aria: non arriva a terra. Tizio è soddisfatto. Caio lo guarda con disdegno.

T- Non si fa, lo so. Per il decoro… cittadino.

Ridono entrambi e guardano un gruppo di turisti che s’affollano attorno all’ingresso del Broletto. Cinque o sei, dopo aver confabulato, s’avviano all’InfoPoint. Le porte scorrevoli si spalancano per magia.

Tizio riprende il discorso: - Dunque: questa piazza è tante piazze.

C- Tante quante?

T- La via Pretorio è una strada che finisce a mo’ di piazza proprio qui dove siamo. Sotto i portici del Broletto che c’è? – e indica con il braccio teso – una piazza coperta, senza nome, addirittura in discesa, una specie di vasca, separata da un muricciolo. Oltre, dopo la terza fila di colonne, si vede la grande piazza del Duomo: l’unica vera della zona.

C- E fanno tre. Le altre?

T– Quella in fondo, la vedi alla nostra destra, che parte dal vescovado o episcopio o casa del vescovo.

C– Palazzo, direi.

T– Diciamolo: Palazzo del vescovo. Un falso. Un abbellimento degli anni Trenta di casupole che stavano intorno ad un’antica chiesa e alla casa del vescovo, appunto.

C– Parlavamo di piazze, mi pare.

Tizio si concentra sullo spazio tra il Palazzo vescovile e la Banca: – Quella zona è la piazza Grimoldi, vescovo guerriero, quello della guerra tra Como e Milano del XII secolo…

C– Piazza, dicevamo…

T– Grimoldi, infatti. Arrivava più o meno al limite delle vasche d’acqua appena messe là in mezzo, da un paio d’anni.

C– Non era immensa.

T– E c’erano pure case di qua e di là. La grande basilica di San Giacomo non si fermava alla facciata, come vedi ora.

Caio si sporge per guardare oltre il pilastro d’angolo e per controllare la facciata giallo–arancione della chiesa: – Davvero?

T– Era una lunga chiesa a tre navate. Arrivava fino al limite del campanile che è qui davanti, alla fine del Palazzo del Broletto. Erano spazi regolati dalla logica o meglio dalla necessità del tempo. Cambiati a poco a poco e non sempre nel modo migliore.

Caio si guarda intorno con lo sguardo che si ferma sugli spigoli mettendo a fuoco le diverse distanze degli edifici: – Sembra tutti in ordine, mi pare.

T– Ti pare che l’ordine sia sufficiente per definire bello un luogo? Gli edifici sono sorti e sono spariti o trasformati secondo le necessità del momento. Pensa al brolo: sparito quando non serviva più. Pensa al Duomo: ampliato a dismisura in tanti passaggi della storia cittadina… e alla chiesa di San Giacomo: tagliata in due quanto basta. Ora poco o niente utilizzata. Uno spreco!

C– Ma tutto questo rimane nella memoria della comunità, della città.

T– Esatto. Nella memoria, ma non nella vita. Non coscientemente. Questo colgono i turisti, per esempio.

C– Che cosa c’entrano i turisti?

T– Guardali.

Il gruppo dei turisti davanti all’InfoPoint si sta ricomponendo. Non hanno una guida che possa indicare loro un percorso; sembrano impreparati comunque incerti.

T– Vedi? Non sanno cosa fare e non stanno guardando nulla perché niente li attrae. Neanche la Porta della Rana che sta lì a pochi metri ed è pure bella e interessante.

C– Forse neanche sanno che esiste.

T– Ma non è all’altro capo del mondo e sono pure usciti dall’InfoPoint. Non avrebbero potuto chiedere? E sono pure nel cuore storico della città. Hanno sopra la testa il Broletto: uno dei simboli della comunità antica e moderna. Neanche lo guardano. Non sanno come accedervi.

C– Già, come si sale?

T– C’era una scala esterna, poi rifatta varie volte e fino agli anni Settanta s’era mantenuto uno scalone serio e solido proprio sotto quell’acro; al suo posto ora c’è l’InfoPoint: una specie di negozio–ufficio per turisti in cerca di conoscenza… diciamo così.

Caio si alza e fa qualche passo verso la vetrina dell’ufficio informazioni. Poi torna indietro: – Vero. C’è una piccola scala che porta al piano superiore. Non è molto visibile.

T– Non è neanche molto accessibile. Per fortuna c’è il montapersone che rende la salita meno disagevole. È una delle ragioni per cui, frequentare il salone del Broletto diventa difficile e poco invitante per i visitatori. Non si accorgono che questo bello e antico edifico sarebbe aperto al pubblico. Per questo, lo spazio è usato malvolentieri.

C– Forse non si poteva fare diversamente.

T– Tutto si può fare: allargare un Duomo, tagliare in due una chiesa, costruire una banca – indica quella in pietre bianche e nere – in stile medievale. Non una di quelle pietre è vera, ma l’insieme non è bello? Guardalo.

Caio guarda l’edificio: – È… falso?

T– Diciamo che è stato pensato, progettato e costruito mille anni dopo il suo tempo storico. Ma non è questo il punto. Ogni epoca deve trovare il modo di porsi a chi la vive in quel momento, rispettando il passato e immaginando il futuro. Non è facile.

C– Mi sta dicendo che ci vuole coraggio?

T– E intelligenza e anche senso della misura. Ora, tutto questo spazio che è tante piazze che sembrano una, ma sconclusionata, ha bisogno di ritornare ad essere il centro emozionale dell’intera città e solo l’architettura vera la può salvare.

C– Demolire? Costruire?

Tizio ride: – … questo è il dilemma… No. Forse. Anche. Per noi che l’abitiamo e per i turisti che ci vengono per caso o per piacere programmato questo luogo non può essere lasciato senza la costante e amorevole cura di progettisti capaci, attenti, intelligenti, creativi. Allora, vedi mio caro amico, che difronte alla bellezza di un luogo come questo tutto diventa secondario. Anche rimettere uno scalone moderno che possa accogliere e far salire che so… un Presidente della Repubblica, un Papa o chissà chi. Li faresti passare da un negozio?

Caio non comprende bene: – Non capisco.

T– Vedi: ora si discute se l’InfoPoint appena allestito, non ha neanche tre anni, non si debba portare altrove, ma non per abbellire qui, che resterebbe una specie di negozio, ma per rallegrare un altro posto qui vicino.

C–E dove sarebbe?

T– Là. Proprio a due passi. Una specie di cortile interno tra i più brutti della Città murata: anzi, della Convalle. Sembra sia stato scelto per rivitalizzare quel luogo ora non ben tenuto, con quattro palme spelacchiate, una fontana asciutta e niente sole. Mai. Il posto è davvero imbarazzante, orrendo. Se vuoi te lo mostro magari domani.

Tizio e Caio si alzano e si salutano. Tizio paga il conto e si lasciano allontanandosi verso strade opposte, non senza lanciare – entrambi – un ultimo sguardo all’InfoPoint a rischio trasloco.