Tema del Film: “Tenet”

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Tenet di Christopher Nolan_Annoiare_5/10

Tenet è un test facile: piace, non piace. È certo – anche – una questione generazionale e – di conseguenza – di approccio alla narrazione. Ai giovani piace perché la “storia” è frammentaria (non frammentata) e vaga nel tempo e nello spazio con lo stile del videogiochi. Agli altri, infastidisce proprio il gioco continuo tra luoghi, spazi, tempi (e tempo), personaggi, passato, presente e futuro… Con ciò, ogni osservazione o critica, risulterebbe inutile. Ma ci si può provare.

Il titolo: Tenet. Incuriosisce non tanto perché parola latina (verbo tenere, terza persona singolare, indicativo presente); significa “tiene” o anche “guida”, ma perché – agli amanti dell’enigmistica o delle parole “magiche” ricorda subito il “Quadrato di Sator”. È un’iscrizione latina di 25 lettere che formano cinque parole:

SATOR

AREPO

TENET

OPERA

ROTAS

Sono leggibili nelle due direzioni; è dunque un palindromo.

Nolan (soggetto, sceneggiatura, produzione e regia) non fa mistero della fonte d’ispirazione chiamando i personaggi o le “società” del film come le quattro parole rimanenti e usando quella centrale come titolo. Piuttosto che la “magia” del quadrato – tuttavia – sembra interessargli la possibilità di creare una storia che si possa leggere nelle due direzioni: da inizio a fine e viceversa (questo è un modello narrativo non raro nel cinema).

Non contento, sposta più volte la vicenda dal presente al futuro cosicché il futuro diviene presente e il presente (dove si svolge gran parte dell’azione) sprofonda nel passato. Chiaro? È il paradosso del nonno (vedere qui).

Poi c’è l’algoritmo. I poveri mortali credono che si tratti di un “concetto”, di un programma o qualcosa del genere o di “procedimento di risoluzione di un problema” insomma qualcosa di immateriale. Per Sator (il protagonista cattivo) sarebbe invece qualcosa simile a un pulsante o una macchina o un congegno col quale porre fine al mondo. Questione non da poco.

Il film (che dura 2.5 ore, un’eternità) è dunque un gioco tra pensieri (filosofici e parafisici) e immagini (effetti speciali e scazzottate); la storia si sposta in mezzo mondo (ma potrebbe essere l’altra metà non avendo – i luoghi – alcun rapporto con la vicenda); i personaggi non hanno alcun relazione né con la storia (di cui ignorano i passaggi), né con i luoghi, neppure con la narrazione. Passando tra passato e futuro, aprendo e chiudendo “tenaglie temporali”, andando avanti mentre si guardano indietro… si capirà quanto possano essere credibili.

Dunque: scene e pupazzi di un video gioco benissimo confezionato (ma non ben montato né commentato musicalmente) dove i veri protagonisti sono gli impeccabili abiti che indossano quasi tutti. Sempre perfetti, stiratissimi, e mutati ad ogni passaggio.

Le solite domande: non pranzano mai? Né dormono? Chi porta i necessari bauli per cambiarsi e le armi? Chi paga? Ma non fanno mai la pipì…

Insomma, un film noioso e inutile, incomprensibile e presuntuoso, pieno di concetti fantasiosi e di parole e paroloni che non spiegano nulla.

John David Washington, il Protagonista, avrà modo di fare meglio; Kenneth Branagh, Andrei Sator, al suo peggio e la di lui consorte, Elizabeth Debicki, Kat Sator, sovrasta il gruppo ma solo per la sua altezza (1.91cm).

Molto belle le auto, le barche e il maxi-yacht, veloci gli aerei, micidiali le armi e plumbei i cieli. Un bel catalogo del lusso che certo aiuta a pagare il costo del giocattolo: 205 milioni di dollari.

Però ai giovani piace (e su questo si può discutere…).