Teatro Fontana di Milano. Commento a “Tradimenti” di Harold Pinter

Michele Sinisi dirige Pinter al Teatro Fontana di Milano

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Tradimenti è davvero un esempio sublime di teatro di parola; si potrebbero chiudere gli occhi e ascoltare solo le voci: niente scena, pochi rumori di fondo, una voce fuori campo che scandisce il ritmo del tempo che scorre all’indietro, che fissa le date, e restano solo le parole. In questo Pinter è maestro.

Questo non giustifica, a teatro, la troppa semplificazione: o c’è scena oppure non c’è, ma veniamo al punto: i Tradimenti messi in scena da Michele Sinisi (regista) e interprete nei panni di Robert, con Stefano Braschi in quelli di Jerry e Stefania Medri che è Emma restano fedeli all’originale oppure lo “tradiscono”? A Sinisi piace l’infedeltà fedele (vedi i suoi Promessi sposi del 2017), ma sa anche catturare l’essenza di un testo che, in questa edizione al Teatro Fontana di Milano, al testo (traduzione di Alessandra Serra, edizione Einaudi) rimane fedelissimo.

Deve pur prendersi qualche licenza che applica nell’insieme della scena (che non c’è), ai costumi (sciatto–anonimi), agli oggetti qualsiasi (i bicchieracci di plastica) e per qualche simbolo come le corna del cervo (mah?) e il pollo arrostito con la fiamma ossidrica (divertentissimo, ma che c’entra?) ovvero tutte cose che poco dicono della situazione generale.

Tradimenti, dunque, ma dove? A Milano o forse in Brianza? A Londra, magari. Ecco che l’infedeltà non al testo, ma alla situazione si fa sentire anzi vedere nonostante la vera bravura degli interpreti che superano i limiti imposti da una visione “povera” di un teatro “para–borghese” ma abbastanza fastidioso che – invece, per il suo ambiente – Pinter disegna con la consueta maestria.

È un testo del 1978 e si sente: troppe parole, ma molto d’epoca; troppi inganni e tante inutili giustificazioni e ripensamenti e dolori trattenuti. Dieci anni prima, le tre storie intrecciate, sarebbero state nascoste; dieci anni dopo le stesse parole sarebbero insulti. Qui è raffinatezza psicologica e cattiveria sottintesa che il trio (di attori, s’intende) porta, in certi momenti, alla massima espressione.

Ma la scena è troppo spoglia e il retropalco a vista troppo generico, anche brutto. Bella l’idea di scandire il tempo e fissare le situazioni attraverso le parole scritte che compaiono su un cartellone luminoso messo a mo’ di didascalia (e manovrato dagli stessi attori); brechtiano, si direbbe. (Ma in una replica s’inceppa il saliscendi e tutto rimane un po’ troppo sospeso… perché non interrompere e sanare il guasto?).

Pessima la scelta delle musiche: non d’epoca (saremmo agli anni Settanta?); non d’oggi; non utili a sostenere l’atmosfera. Interminabile la sequenza della pseudo discoteca (dieci minuti, a teatro, sono davvero troppi!) e la mancanza di sedie e divanetti e magari letti (anche simbolici) rende qualche momento abbastanza grottesco, privo di quella precisione di movimenti che avrebbe aggiunto significato alle parole.

In fine, bravi davvero e molto e sinceramente applauditi da un pubblico che probabilmente si domanderà preoccupato: ma siamo davvero così stronzi? E questo è inevitabilmente il successo di Tradimenti.

Per approfondire: Teatro Fontana, Milano
Per ascoltare (RAI. Voci d’archivio)