Teatro. Coriolano tra Shakespeare e Social

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 Il Coriolano di Shakespeare diretto da Marco Plini al Teatro Fontana di Milano

Coriolano, tragedia del tradimento o dell’incomprensione; dell’inganno e del sopruso, della lotta e delle classi in conflitto. Una vicenda che Shakespeare (nel 1607–08 circa) riprende dagli storici romani, senza troppo badare alla verità. Siamo ai bordi del mito e Coriolano entra nella “storia” per giustificare la vittoria dei Volsci sui Romani: solo un romano può battere l’esercito romano! Una vicenda, quella della tragedia shakespeariana, usata per narrare questioni solo apparentemente distanti: fame e carestia, sequestro dei beni alimentari, rapporti di potere (tra militari e politici), patriziato e plebe, ma soprattutto – incredibilmente – il rapporto tra madre e figlio.

Qui sono Volumnia e Caio Marzio detto Coriolano in virtù della vittoria riportata a Corioli (cittadina dei Volsci, una trentina di chilometri da Roma).
Mezzo millennio prima dell’Era nuova, duemila e cinquecento anni da noi la storia di Coriolano sembra avvenire oggi.

Così la lettura, adattamento e regia, di Marco Plini che riduce il testo shakespeariano dai cinque atti all’ora e quaranta della messinscena portata a Milano (Teatro Fontana dal 21al 25 marzo) sfoltendo la compagnia (nell’originale sarebbero oltre venti personaggi, contro i sei in scena, molto efficaci; ottima la compagnia) e soprattutto trasferendo al pubblico in sala il compito (gramo) d’interpretare la plebe, vera protagonista della storia.

L’idea è abbastanza efficace e il pubblico, investito del ruolo, non si sottrae al compito di rumoreggiare e giudicare (come fa da sempre nelle piazze, nei parlamenti, sui social…). Anche di ascoltare i vari tribuni che sollecitano i poveri, gli affamati, i “magri magri”, a prendere le distanze da Coriolano: generale, poi console, decisamente contrario al benessere del popolo.

Questo è un punto interessante perché rivela di Coriolano l’aspetto, come dire, sincero, non troppo politico. A differenza di quel che sostengono i tribuni del popolo, Coriolano assume un ruolo pragmatico dunque schietto: non promette nulla e anzi toglie quel poco che la plebe pretende (grano, pane) senza meritarlo. La plebe è parassita perché consuma senza produrre e pretende senza aver né diritto né consapevolezza del suo stato e non fa nulla per cambiarlo. Marco Plini fa del suo Coriolano (l’esplosivo Marco Maccieri) una sorta di liberista di destra, non sciocco, ma sempre sopra le righe (come s’usa oggi in televisione che, difatti, qui è usata per rafforzare l’interpretazione).

Il carattere di Coriolano è spiegato bene da un coprotagonista della tragedia, quel Menenio Agrippa (ottimo Luca Cattani) qui proto democristiano abile a convincere (col suo celebre apologo del ventre e delle membra) che i livelli sociali, le classi diremmo oggi, le membra, insomma… fanno parte di un corpo (collettivo) che vive nel rapporto costante tra le diverse e differenti parti.

Nell’adattamento di Marco Plini – però – si perde il rapporto tra madre e figlio. Volumnia compare poco avendo, il regista, trasferito la vicenda sul piano politico sociale piuttosto che su quello umano familiare. Visione evidentemente più moderna rispetto al testo di Shakespeare anche se – magari – si perde il senso di un rapporto profondo e condizionante, soprattutto per Coriolano che fatica a liberarsi dai consigli materni e dagli obblighi familiari.

Essendo tuttavia “da” Shakespeare ogni scelta è lecita e Marco Plini usa la scarnissima scenografia (ma efficace) come spazio, libero da connotazioni specifiche; semmai caratterizzato da sensazioni luminose (luci di Fabio Bozzetta) che, in modo suggestivo, riescono a trasporre la vicenda dal mito alla contemporaneità.

Il Coriolano di Marco Plini è uno spazio aperto – continuamente – al rapporto con la platea coinvolta in sommosse di “black bloc” in tuta gialla (parolai e violenti), chiamata ad esprimersi (imbeccata, ovviamente) su questioni che capisce poco, ma per le quali dovrà esprimere un giudizio (il voto!) di “esilio” o “morte” verso Coriolano ormai non più utile né ai Volsci, né a Roma e, alla fine, neanche alla plebe. La sua fine è segnata, inesorabilmente.

 

CORIOLANO di William Shakespeare al Teatro Fontana di Milano

Adattamento e regia Marco Plini
Con Marco Maccieri (Caio Marzio Coriolano) e con Luca Cattani (Menenio Agrippa), Giusto Cucchiarini (Giunio Bruto, tribuno del popolo), Cecilia Di Donato (Sicinio Veluto, tribuno del popolo), Marco Merzi (Cominio, console e generale romano contro i Volsci), Valeria Perdonò (Volumnia, madre di Coriolano).
Aiuto regia Thea Della Valle e Angela Ruozzi
Disegno luci Fabio Bozzetta
Video editing e live shooting Samuele Huynh Hong Son
Costumi Nuvia Valestri
Costumi dei senatori romani: Luigi Bianchi Sartoria, Mantova
Produzione Centro Teatrale MaMiMò
Con il sostegno della Fondazione I Teatri