Teatro. Copenaghen: La bomba comunque

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 Orsini, Lojodice, Popolizio: Magnifici interpreti di Copenaghen

Esplosa! Con gran fracasso. La bomba atomica non è più un’idea astratta. La bomba, in un sol colpo – quanto dura l’impatto? -, vola dal cielo sulle città, sulle case, sulle persone. La bomba è un’esperienza fisica, reale, che cancella fino in fondo anche le anime. Niente rimane. Le brucia fino a farle scomparire. Di chi la responsabilità? Questo forse è il punto.

Dei piloti che la lanciano, dei militari che ordinano, dei politici che autorizzano, dei fabbricanti, degli ingegneri che progettano, degli operai che assemblano? O magari dei matematici che calcolano e dei fisici che immaginano…? Che cosa pensano che diventerà la somma finale dei loro calcoli teorici?

Copenaghen (di Michael Frayn) parte proprio dall’inizio. Si potrebbe dire dalla creazione. Dall’idea astratta dei calcoli (perversi?) che menti geniali scrivono sulla lavagna, metafora piatta e nera del destino del mondo. Bummm! La bomba esplode in teatro con grande spavento e lasciando sparpagliare nell’aria grigia (della scena di Giacomo Andrico) un sapore amaro, un senso di colpa. Questo è in punto!

La colpa: chi immagina, chi progetta, chi fabbrica… chi ha responsabilità sull’uso che avrà ciò che dall’astratto diventa reale?

Copenaghen non sembra voler dare risposte definitive e tuttavia conduce lo spettatore nella questione della responsabilità di ciascuno dentro la sua quotidianità, nel suo lavoro, nelle idee. Nessuno può lavarsi le mani…
I tre protagonisti s’accusano a vicenda e cercano, in tutti i modi, di diminuire le proprie responsabilità, ma quando la fisica (teorica) e la matematica (perfetta) diventano arma letale, non ci sono sconti e lo sanno benissimo.

Umberto Orsini è Niels Bohr il grande fisico danese, premio Nobelnel 1922 (è a Como con altri scienziati nel 1927): distaccato, quasi ironico, lievemente provocatore, elegante e arrogante e capace di tirare le fila di una discussione infinita con Massimo Popolizio che è Werner Karl Heisenberg, matematico tedesco.Maestro e allievo. Nella scena e nella vita reale. Tanto Orsini è secco e misurato tanto Popolizio abilmente s’affanna, gesticola, quasi grida. Spesso urla. Tra i due scienziati (pur amici) vi fu sempre competizione: uno scontro di due intelligenze superiori. Michael Frayn in Copenaghen (lavoro del 1998, da quasi vent’anni portato in scena con grande successo) immagina l’incontro avvenuto certamente nel 1941 a casa di Bohr, in Danimarca. Il piccolo paese era già occupato dai Nazisti.

Non vi sono documenti relativi e i due scienziati non hanno mai rivelato la vera sostanza di quei momenti “segreti” passati insieme a discutere sulla guerra, sulle prepotenze naziste, sul destino dell’Europa e su quello del mondo. Che cosa accadrà? Non lo sanno, ma lo suppongono. Non possono ignorare il gran lavoro che gli scienziati europei (dunque anche tedeschi) e quelli americani stanno facendo per realizzare la bomba micidiale che metterà fine a quel conflitto.

Il regista Mauro Avogadro mette in scena un dramma scarno, con atmosfere grigie, con lampi di luce e rumori di fondo che lasciano presagire solo il peggio. Movimenti semplici, asciutti, efficaci che portano i tre attori a segnare lo spazio come fosse una lavagna su cui disegnare i rapporti umani e le mutazioni d’umore di tre protagonisti in una storia tragica.

Punto importante è la moglie di Bohr Margrethe cui dà voce e anima una dolente e bravissima Giuliana Lojodice capace di bilanciare i caratteri forti e determinati dei due scienziati riportandoli – forse – alla realtà e magari alle loro responsabilità.

Copenaghen di Michael Frayn
Umberto Orsini, Giuliana Lojodice, Massimo Popolizio
Regia di Mauro Avogadro
Como. Teatro Sociale 27 e 28 febbraio 2018

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