Storia a Memoria. 22_Piazza Fontana. Madre di tutte le stragi

16:37 Una bomba esplode a Milano: la notizia circola in pochi minuti…

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La notizia rimbalza in pochi minuti. A Milano è quasi sera, fuori fa freddo e piove; dentro, tutti ascoltano le poche e secche parole dell’annuncio; restano in silenzio: allibiti. Da poco sono passate le 16 e 37. Il Direttore della scuola entra in aula (non lo faceva mai) e si avvicina al docente che sta raccontando storie di teatri antichi, tragedie d’altri tempi, brutalità di popoli lontani e che – tuttavia – hanno lasciato il profondo senso del loro dolore (l’incomprensione degli dei, soprusi tra città, guerre di nazioni, governi incapaci, violenze…) in testi ancora mirabili, profondi, drammatici e che stanno all’origine del teatro e della cultura e scavano nei sentimenti e nei comportamenti di uomini e civiltà.

Poche le parole: una bomba è esplosa in una Banca in piazza Fontana, qui a Milano. Il Direttore resta in silenzio; il docente chiude il libro che ha davanti e raccoglie i fogli degli appunti. Il segnale è chiaro e tutti gli studenti chiudono quaderni e libri e poi si alzano. Ancora in silenzio, lasciano l’aula ed escono dall’edificio e s’avviano in ordine sparso verso piazza Fontana. Molti neanche sanno dove sia, la piazza, ma bastano pochi cenni e qualche richiesta ai passanti per portarsi verso il Duomo di Milano; la piazza sta lì a poche decine di metri davanti all’Arcivescovado e a Palazzo Beccaria: la sede dei Vigili urbani.

La scena dell’annuncio si ripete in molte scuole, identica, in contemporanea, sempre tremenda. Università, Accademie d’arte, Scuole superiori, aziende, in breve sono informate della disgrazia e di quel che si suppone subito: una caldaia scoppiata; ma poi la verità: bomba uguale esplosione, morti, disastro, politica…

Politica, appunto. È il 12 dicembre del 1969. Il Sessantotto non è passato invano nelle aule e nei luoghi di lavoro portando tensione – ma positiva – e molte discussioni e anche numerosi progetti di cambiamento nella scuola, nei posti di lavoro, nelle famiglie, nell’informazione, nella società. Lo Stato teme una rivoluzione; i Governi hanno paura dei cambiamenti; il Potere trema e reagisce. La violenza delle stragi e delle bombe è “tollerata” dagli investigatori (le ricerche sono lentissime) e i magistrati faticano a condurre le indagini; non è presa seriamente l’esplosione alla Fiera di Milano avvenuta il 25 aprile (nessuno è morto, molti i feriti); non è considerata (stesso giorno) quella alla Stazione Centrale di Milano e neanche – esploderanno il 9 agosto – le otto bombe su diversi treni; niente sembra allarmare lo Stato.

Cresce il nervosismo e la bomba alla Banca Nazionale dell’Agricoltura in piazza Fontana conclude il prologo della violenza stragista e neofascista aprendo gli anni della tragedia che porteranno l’Italia verso la strategia della tensione con stragi e attentati compiuti in luoghi pubblici, nelle stazioni o sui treni.

Intorno alle 17.30 del 12 dicembre, piazza Fontana è piena di gente; sono i milanesi che hanno saputo anche dalla radio e abbandonato il luogo di lavoro, sono gli studenti avvertiti dai docenti; sono i pendolari che attraversano la piazza (luogo centralissimo e importante per i collegamenti in tram verso le stazioni ferroviarie) che s’ammassano contro le prime, improvvisate, provvisorie transenne che vorrebbero separare la tragedia dalla gente.

La piazza non è immensa e vi si accede da una mezza dozzina di strade importanti e trafficate; la confusione è enorme e le informazioni pochissime. Certo: si sa subito che vi sono morti (saranno diciassette) e tanti feriti (ottantotto quelli immediatamente ricoverati negli ospedali) eppure nessuno alza la voce; nessuno si agita. Giovani, tantissimi, e adulti stanno in silenzio davanti al palazzo della Banca semidistrutta. Non si sa ancora della voragine creata dall’esplosione e neanche dell’altra bomba (inesplosa, ma fatta brillare senza cavarne dati utili alle indagini) trovata a mezzo chilometro di distanza nella sede della Banca Commerciale Italiana, in piazza della Scala.

Fotografi e giornalisti riportano alla folla le prime, frammentarie, imprecise e anche sbagliate notizie: chi, come, quando, perché? Non sono domande a cui si possono dare risposte. Quel che è avvenuto da poche ore in piazza Fontana non è ancora considerata – nella coscienza generale dei presenti – la vera miccia che farà scoppiare altre decine di bombe che provocheranno stragi nei successivi dieci anni, solo in Italia. Quel che si sa è che l’attimo storico – quel che è avvenuto in quella piazza – susciterà nel Paese indignazione, preoccupazione, reazione…

Prima che cali definitivamente la sera sulla tragica scena, mentre i soccorritori lavorano celermente per trarre in salvo i superstiti e liberare lo spazio dalle macerie, in piazza serpeggia una sensazione di disagio. I giovani studenti (non ancora ventenni e dunque non maggiorenni) sentono che niente sarà come prima e tuttavia, ancora ignorano, che niente andrà come sarebbe stato giusto fosse andato. Basterà leggere i giornali del giorno dopo per rendersi conto dell’incertezza del grave momento che stanno passando la città di Milano e il Paese intero.

Da quel giorno e per lunghi anni le indagini, i giudizi, le inchieste non porteranno chiarezza; la pista anarchica si rivelerà inconsistente: Pietro Valpreda – dopo tre anni di carcere – sarà assolto per insufficienza di prove; Giuseppe Pinelli, trattenuto illegalmente durante le prime indagini, muore “precipitando” da una finestra della Questura di Milano.

Il compito dei magistrati risulta difficile: per i depistaggi (risultato del lavoro costante e negativo dei servizi segreti), per il pretestuoso utilizzo del segreto di Stato e per il contrasto tra le diverse procure. Si allungheranno i tempi della giustizia e i veri colpevoli (pur rivelati da inchieste giornalistiche) resteranno – nell’immaginario degli italiani – vaghe figure nel panorama nero del sistema eversivo; seguiranno anni e appelli e trasferimenti di sede giudiziaria. L’ultima sentenza della Cassazione (sarà nel 2005) stabilisce che la responsabilità della strage è di un gruppo eversivo neofascista di Padova di cui facevano parte Freda e Ventura. Ma quella sera, in piazza, tutto questo non c’è; si sente solo una pesante aria di morte e di dolore.