Storia a Memoria. 21_Mistero buffo

Mistero buffo: la grande riscoperta del teatro popolare

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Dario Fo compare in scena con Mistero buffo. È il 1969

Battuta. Pausa. Breve silenzio. Risata. Applausi! La “pausa” è la riscoperta– se si vuole – più banale che un già grande e noto attore potesse fare nell’epoca del dibattito continuo, degli interventi fiume, degli “scazzi” e dei contrasti, delle assemblee fumose (anche nel senso della nicotina), dei progetti, dei sogni e delle illusioni.

Una pausa. In tutto questo ciarlare ci voleva del metodo. Dario Fo [1926–2016], il più anarchico degli attori all’epoca, l’avrebbe trovato reinventando un nuovo teatro; un nuovo modo di fare teatro attraverso temi e linguaggi – in parte veri ma anche inventati – che riprendevano testi, storie, gesti, voci, suoni dal Medioevo, più o meno; e il metodo era “rileggere” il fin troppo noto (la poesia delle origini della lingua italiana) o il mal compreso (la tradizione accademica contro differenti letture dei testi antichi).

Nel casino del Sessantotto (studentesco) e dell’aspro seguente Sessantanove (operaio) Dario Fo sembrava portare l’orologio della storia e del teatro all’indietro e invece li muoveva verso il presente. Nasce Mistero buffo. Sembrava una “sacra rappresentazione” (in quanto “mistero”) ed era invece una raffigurazione complessa di un passato che sembrava sovrapporsi – talvolta con grande effetto e precisione – all’attualità del tempo contemporaneo che vedeva il potere ancora oppressivo, becero, arrogante e il popolo che subiva, perdente.

Mistero buffo sembrava nascere (drammaturgicamente) per caso: da appunti e testi lasciati in visione a Franca Rame che li passava al marito Dario Fo che coglieva la novità: storie e personaggi nascevano così dalla rilettura e dalla ricomposizione di figure e parole che la letteratura e il teatro – soprattutto – avevano dimenticato. Il teatro popolare era morto da tempo, trasformato in farsa o rivista o avanspettacolo, perdendo quasi sempre la vena satirica, la capacità dello sberleffo, la critica al potente (politico o papa che fosse…), la contrapposizione tra “chi ha” e chi “mai avrà”.

Mistero buffo era divertente, ma anche politico e ideologico eppure coinvolgeva masse di spettatori di differenti classi sociali, di cultura non omogenea, di visione politica anche contrapposta. Piaceva alla sinistra (con ovviamente qualche distinguo per il suo iniziale didatticismo) ed era gradito alla destra (quando colta, raffinata, capace di cogliere gli sconfinamenti linguistici).

Dario Fo (forse senza volerlo) stava compiendo il miracolo di riavvicinare i giovani al teatro di parola o – come si sarebbe detto – di “narrazione”. Da solo sul palco, per due, tre, quattro ore (poi si sarebbe aggiunta Franca Rame coi suoi celeberrimi monologhi sulla “condizione della donna”) l’Attore diventava colui che trascinava per mezzo della parola, ma non s’imponeva: coinvolgeva, ammiccava, lanciava, sussurrava, gridava, imitava, gorgheggiava, cantava, mimava… fino alla pausa. Che non era un effetto, ma una causa. Geniale.

La riflessione che passava attraverso Mistero buffo era la miglior rivoluzione possibile – al tempo – perché non s’imponeva bensì allargava gli orizzonti di ciascuno passando per storie e situazioni incredibili. La Chiesa cattolica era in crisi e Dario Fo riprendeva i Vangeli (canonici e apocrifi) narrandoli con linguaggio popolare perché non liturgico, non dogmatico, non filologico; teatrale ed emozionale. Così faceva anche per i testi sacri della letteratura.

Il successo era enorme. Dal 1969 al 2016 (ultima sua replica) Mistero buffo è passato quasi cinquemila volte sui palcoscenici e sulle pedane d’Italia e del mondo (un successo planetario che darà a Fo il Nobel nel 1997) sempre uguale e sempre diverso. Di battuta in pausa Fo sapeva cogliere l’attimo della cronaca fuggente (o della politica sfuggente) per realizzare intermezzi “politici” e “ideologici” da vero guitto moderno che, attraverso un linguaggio (il celebre grammelot), reinventava la storia reale per renderla “incredibile”.

Nel 1969, dopo qualche anteprima d’assaggio, Fo e Rame sono alla Statale di Milano durante un’occupazione studentesca. Fo si lancia in un Mistero seriamente buffo che lascia i duemila studenti presenti senza parole (quasi un miracolo, a quel tempo). È la profezia di un successo che durerà mezzo secolo.

Nel mese di ottobre, la Compagnia Nuova scena porta lo spettacolo alla Camera del Lavoro di Milano (in corso di Porta Vittoria); sala infelice, ma capiente. Esaurito per tutte le repliche. Mistero è ancora in forma didascalica: Dario Fo si serve di proiezioni (molto rudimentali) per “spiegare” con le immagini poi (per fortuna!) gli audiovisivi scompaiono e resta da solo in scena con le sue storie riprese dal vero e quelle ricreate dai testi antichi. Affabulatore per costituzione, Dario Fo sa mischiare le parti note e quasi sempre ripetute (Le nozze di Cana, Bonifacio VIII, La resurrezione di Lazzaro…) con agganci alla realtà facendo, di ogni spettacolo, un momento di riflessione collettiva e di crescita culturale e politica.

Da Milano, Mistero buffo sarebbe passato nelle fabbriche occupate, nelle scuole, nei palazzetti dello sport, nelle piccole cooperative e persino al Nisciolano di Cernobbio. Era il maggio del 1970 e sembra che Dario Fo e Franca Rame (cernobbiesi d’adozione e anche talvolta residenti nella casa dei Rame) abbiano voluto partecipare ad un’occasione di festa quasi familiare organizzata dall’ARCI di Como per i propri iscritti; negli archivi è conservata la locandina dell’evento (in realtà un ciclostilato come s’usava al tempo) molto semplice, sobrio. Poi, le date e le tappe si infittiscono, moltiplicandosi in Italia e all’estero.

Fino al 1977 la Rai ignora il gran successo; troppe le pressioni politiche (per le critiche dirette ai politici) e i malumori clericali (per l’interpretazione dei Vangeli); infine, riprende tutta la serie di Mistero buffo (dalla Palazzina Liberty a Milano) mandandolo in onda con straordinario successo dimostrandone – a milioni di spettatori – il valore letterario, l’energia del suo interprete, la forza dirompente delle storie e – non meno importante – il divertimento garantito.