Storia a Memoria. 16_Scrivere

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 16_Scrivere

Si scriveva a mano. La macchina per scrivere (ma si diceva “da” scrivere) era uno strumento d’ufficio; un aggeggio assente a scuola e superfluo in casa, utile solo alle segretarie e forse agli avvocati. Molti giornalisti abbozzavano a mano l’articolo e poi lo dettavano a dattilografe esperte nelle trascrizioni di grugniti, spazio, virgola, virgolette, punto. Gli scrittori – quelli professionisti – semmai usavano il dittafono che poi pretendeva – ancora – l’intervento di transcodifica del parlato. In tanti preferivano il foglio, il quaderno, insomma la carta perché – dicevano – è il ritmo e il tempo impiegato – la bella calligrafia! – che danno il senso al tutto. Scrivere a mano – dunque – era l’essenza stessa del pensare.

Si incominciava all’asilo, ma poco poco per non disturbare la crescita degli arti e della mente che si muovevano – che crescevano – in sintonia. A parte la Maria Montessori, di cui si sentiva parlare come una sovversiva, ed era poco seguita, tutti gli altri teorici e docenti della scuola praticavano la lentezza e seguivano una sorta di tempo naturale: il disegno all’asilo, la scrittura alle elementari; prima la matita e poi la penna; prima la grafite e infine l’inchiostro. La stilo? Era strumento da grandi. Comunque ci si sporcava sempre.

Qualche avventuriera maestra d’asilo si era già lanciata – diciamolo per amor di verità – nello spazio incerto della scrittura bambinesca affrontando le lettere separandole – i, u, o, a, e… – le une dalle altre e infine, con molta cautela, ricomponendole insieme col tratto incerto delle manine infantili più avvezze a plasticare col Pongo verde che non a combinar parole intere. Il pensiero debole dei fanciullini all’asilo andava cautelato, protetto anche a costo di essere anacronistici. Tale era la convinzione del tempo non ancora contaminato da pedagogie avveniristiche e/o – peggio – sperimentali.

Inoltre, i bambini provenienti dall’asilo, con minima esperienza di scrittura, rischiavano il linciaggio didattico e subivano – spesso – una bella frenata evolutiva; insomma, non erano graditi passi avanti. Il programma “elementare” andava seguito letteralmente “alla lettera”. Si partiva, così, dalla matita maldestramente impugnata dagli scolaretti e si riempivano paginate di “aste” in verticale, in orizzontale e oblique: destra sinistra, sinistra destra. La procedura, ovviamente ritenuta idiota da tutti i piccoli e presentata come ineluttabile (secondo la procedura pedagogica dell’epoca), mai spiegata nelle sue valenza metodologiche, era tutt’altro che inutile. Eravamo bambine e bambini poco avvezzi a maneggiar matite o pennelli o sfogliare quaderni. Eravamo primitivi.

I banchi erano in legno color cioccolato triste; il piano di lavoro di (ex) smalto nero scrostato; le cartelle pesanti; le pareti prive di decorazioni. Solo un’asta di legno correva lungo il perimetro dell’aula portandosi appesi disegni e lettere, esplicativi: u di uva, i di imbuto, o di oca… fino alla fine dell’alfabeto.

La lavagna era in un angolo: enorme, pasticciata, polverosa, nera. Un incubo provare a scriverci le prime parole. Il gesso strideva come il trapano del dentista e cancellare avrebbe imposto l’uso di tuta isolante e di mascherina a protezione, ma non erano ancora state inventate. Scrivere a mano era faticoso.

Dopo aste, vocali e consonanti la scrittura prendeva la consistenza delle parole compiute: era una scoperta entusiasmante; un’esperienza bellissima. Restava un problema: la calligrafia che – com’è noto – o è un dono di dio o è a zampa di gallina, che non sono rughe. C’era persino un voto in pagella che codificava la qualità del segno – graffiato, sgarbato, secco e fastidioso – ed era, per i gallinacei, una situazione frustrante, sempre a rischio nonostante l’impegno e i rifacimenti (“rifare, incomprensibile” sibilava la maestra) e l’umiliazione e anche i ceffoni. In questo i genitori non erano meno delle maestre.

Un giorno di mezzo primo anno scolastico si presentava in classe il bidello (figura mitica di tutte le scuole italiane) portando tra le mani un aggeggio tipo innaffiatoio o dispensatore d’olio. Con quella latta e dal beccuccio ricurvo riempiva i calamai a scomparsa che ogni postazione aveva. Si passava così dall’Era della grafite o della matita a quella dell’inchiostro o della penna, ma l’evoluzione della specie transitava da altre complicazioni che, soprattutto, si chiamavano “macchie”.

Neanche le belle calligrafie, moderatamente in corsivo – come s’usava – e più sciolte sul foglio ne erano esenti. La macchia capitava, di solito, alla fine della pagina ovvero quando lo scrivano prestava meno attenzione al lavoro perché considerato concluso, finalmente. Splat! Ed era preceduta da un’impennata del pennino, uno scarto secco nella parola, un inciampo nella materia cartacea che sembrava liscia come marmo, ma che era fetente come una strada acciottolata. Rifare! Era il minimo.

Non c’era pennino esente dalla colpa: in metallo, sempre, rigido o flessibile e dai nomi curiosi (a manina e dito, con torri, a campanile, a lancia, cavallotti e mille altri) e poi cadevano, si spuntavano, si seccavano. La cannuccia in legno e la carta assorbente completavano l’essenziale attrezzatura.

Scrivere, da concetto astratto e poi col possesso sempre più consapevole degli strumenti, diventava un modo per comunicare, finalmente. Per entrare a testa alta nel mondo della vera scuola. Per passare alla stilografica, alle medie. Temi, riassunti, poesie, calcoli diventavano facili da capire e belli da realizzare anche se una macchia o uno strappo, qua e là nei fogli a righe o quadretti, potevano dare un tocco di disordine o un accenno di superficialità. Per migliorarsi, nei contenuti e nella forma e anche nel modo (e ovviamente nella calligrafia) bisognava aspettare la terza Era: quella della Biro.