Storia a Memoria. 11_Scuola

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La scuola non era “dell’obbligo”, non ancora, ma era obbligatoria. Così ci si andava spinti da consuetudine più che dal desiderio di apprendere. Sembrava un lavoro (minorile) scandito da ritmi rigorosi, inflessibili, immutabili. La scuola (come edificio) era vicina a casa e ci si andava a piedi; da soli o poco accompagnati. Farsi vedere con un genitore o – peggio – con un nonno era un insulto; un crollo della propria immagine pubblica; una inaccettabile limitazione della libertà individuale.

Poi tutto è cambiato: con l’abolizione dell’esame di ammissione alla Scuola media (1961) e l’avvio della Scuola media unificata. Prima, il mondo della scuola pubblica era ancora affascinato da atmosfere tradizionali, retaggi di antiche modalità didattiche, usi e costumi lasciati dal Fascismo (la riforma Bottai del 1940) che mettevano l’insegnante “in cattedra” e gli alunni (bambini e bambine delle elementari e adolescenti delle medie) rigorosamente fissati nei banchi di legno, in divisa nera (giubbino e grembiule) e del tutto inconsapevoli dei modelli educativi di cui, bene o male, sarebbero comunque stati soggetti protagonisti.

Molto si stava cambiando, dentro le classi, ma lentamente. Solo qualche eco del rinnovamento giungeva dall’esterno, dal mondo, perché la radio e già la televisione portavano suoni e luci differenti nell’apparente ristretto ambito della tradizione educativa italiana. Il calendario non era “scolastico” ma liturgico e si dava ancora molta importanza a feste brevi e lunghe (il Santo patrono, i Morti, le Ceneri e poi San Giuseppe, Corpus domini, Pentecoste… aggiunte – ma ora perdute – a quelle di carattere generale, non scolastico).

L’anno – a ottobre – iniziava ufficialmente con la Messa nella vicina chiesa parrocchiale e il servizio (maschile!) alle funzioni religiose era considerato un punteggio favorevole nella “buona condotta” dell’alunno. Si poteva entrare in classe persino in ritardo (con la giustificazione del parroco, verbale) per aver servito una messa, ma anche interrompere le lezioni per fare il chierichetto ad un funerale di mezza mattina.

La lezione di religione era obbligatoria e proseguiva, di solito, la “dottrina” in parrocchia a cui partecipavano tutti: maschi e femmine.

Le classi erano separate: alunni e alunne non condividevano la stessa esperienza didattica; raramente si trovavano “classi miste” in città. Solo nei paesi, con piccoli plessi e situazioni “pluriclasse”, non vi era separazione di genere, ma era considerata una necessaria stranezza.

Nell’Italia analfabeta – improvvisamente – la scuola veniva scossa da un programma Rai condotto dal maestro (ma anche pedagogista e scrittore) Alberto Manzi: “Non è mai troppo tardi” (1960–1968) inventato per “dare la licenza elementare” ai milioni di italiani che ne erano privi. L’approccio di Manzi, privo di forzature ideologiche e mai arrogante, dava al programma giornaliero un’impronta di vivacità e serenità che raramente si trovava nelle classi elementari (e medie) dell’Italia di quegli anni. Semplice e molto efficace era anche il contorno dei disegni che il “maestro Manzi” usava nella spiegazione di argomenti letterari, aritmetici, scientifici.

Era una piccola rivoluzione che la Televisione pubblica aveva introdotto nelle case coinvolgendo sia gli adulti (non scolarizzati) che gli alunni della scuola facendoli partecipare ad un confronto tra la tradizione – che vivevano ogni giorno in classe – e le infinite, nuove possibilità del rinnovamento didattico e pedagogico.

Le differenze tra maestri (ancora molti erano maschi) e professori di vecchio stampo (che avevano subìto, al loro tempo, l’istruzione fascista) e i più giovani docenti incominciavano ad essere riconoscibili sia nella conduzione delle classi che nei risultati di ciascun alunno. La scuola si stava aprendo alla società e, magari perdendo la caratteristica di custode della tradizione e di trasferimento delle regole, guadagnava in capacità di coinvolgimento.

Non si aboliva il ruolo educativo e formativo, ma si ricercava un maggiore rapporto tra scuola, famiglia, comunità, società. Nuove voci si facevano sentire; altre sperimentazioni didattiche; diverse riflessioni di pedagogisti e docenti. Nel 1963 veniva pubblicato “C’è speranza se questo accade a Vho (nel1970 “Il paese sbagliato: diario di un’esperienza didattica) risultato del lavoro di insegnante di Mario Lodi (al Vho di Piadena, Cremona); nel 1969 esce “Lettere a una professoressa” di don Milani. L’effetto è determinante per una riflessione generale sui cambiamenti necessari dentro e fuori la scuola italiana.

Alcuni maestri stavano ancora nel passato (rigore gerarchico nelle classi, bacchettate sulla mani – dorso o palmo secondo la gravità della colpa –, sculacciate, punizioni non legali, saluto “militare” al docente all’uscita della scuola…); le famiglie non vedevano; comunque accettavano; più spesso approvavano. Incapaci di percepire la modernità avanzare, molti genitori lasciavano tutta la responsabilità formativa alla scuola.

Altri maestri e maestre (e professori) così come tante famiglie, invece, si stavano accorgendo del cambiamento. A Como e provincia ci si apriva verso esperienze nuove anche con l’aiuto di docenti, pedagogisti, direttori didattici, ispettori scolastici e persino qualche provveditore “illuminato”.

I genitori sapevano ascoltare il richiamo di una scuola alla quale avevano affidato i loro figli. Non escludevano – come in passato – una partecipazione più diretta e il mutamento avveniva di comune accordo tra docenti, genitori e anche alunni (soprattutto delle elementari). Lo spirito nuovo dell’educazione “non autoritaria” si allargava alla società cogliendone la trasformazione.

Dieci anni, più o meno, sarebbe durato il clima di ricerca, di esperienza nuova, di allegria e di festa. Ma andava regolato il rapporto “interno esterno” e ci pensò lo Stato. Tra il 1973 e il 1974 arrivavano i cosiddetti “Decreti delegati” con i quali per “dare un’effettiva, ordinata e coerente attuazione ai principi della costituzione della Repubblica Italiana concernente la scuola italiana…” la forza dirompente e creativa della scuola veniva – burocraticamente – domata.