Storia a Memoria. 08_Processioni

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08 – processioni

I parroci, prevosti e arcipreti d’un tempo, dicevano ai riottosi, praticanti d’una fede debole e inclini alle postazioni d’angolo… “Mostrate, esprimete, professare apertamente la vostra testimonianza. Portate Cristo tra la gente!”. Così urlavano dal pulpito talvolta sostenuti dalla tonante voce di predicatori (spesso frati francescani) chiamati di tanto in tanto a scacciare i dubbi, a purificare le coscienze, a confessare le anime non sempre purissime.

Quei predicatori straordinari (nel senso della qualità e della veemenza) riportavano masse incerte dalle strade – di paesi e città – alle chiese; poi li riportavano all’esterno, in processione. Così, in bellezza scenografica e coreografica, finivano i giorni delle “Missioni”. Spesso poi, il segno visibile di tanto impegno e stupore era una performance con costruzione di un apparato scenico una specie di scultura polimaterica (legno + ferro) ficcata non a caso in qualche area conquistata alla vera fede, soprattutto nelle pericolose periferie umane. Erano i “segni della passione” che ancora sopravvivono in tanti paesi della provincia, ora assorbiti dalla malvagia espansione urbanistica.

Di tutto tale scenico coinvolgimento, la processione era parte essenziale nello spettacolo dell’anima rinnovata, ma le missioni erano eventi comunque straordinari per le comunità; più normali ovvero frequenti erano quelle parrocchiali ad uso e beneficio delle famiglie e fissate, numerosissime, nel corso dell’anno ovviamente liturgico. Erano brevi, medie e lunghe e anche interne ed esterne; di quartiere, di paese e di città. Secondo necessità e tradizioni.

Erano un momento di festa della comunità, riunita per la solennità del santo patrono (una ogni anno), ma più frequenti per la Madonna (dell’Assunta, del Rosario, dell’Immacolata…) e sempre cariche di allegria paesana, anche in città. Le “Madonne” erano portate a spalla (se di dimensioni umane) oppure su appositi carri addobbati e illuminati (da candele e poi da apparati elettrici). I colori bianco e azzurro, con strisce di blu, davano all’insieme dell’incedere devoto dei fedeli un tono di acqua mossa in leggere ondine…

Poi vi erano quelle più serie e quasi tristi, lente e pompose, scandite volentieri dal ritmo delle bande locali, dei giorni del Corpus Domini o di Pentecoste. La partecipazione – a tutte – era fissata da regole e gerarchie che ponevano i gruppi (associazioni, Azione cattolica, adulti, bambini…) in ordine sequenziale preciso. Immutabile. Poi suore, preti e su su fino – magari – al prelato ospite per l’occasione. Intorno alla statua o alla croce o all’ostensorio (secondo i casi) si serravano i membri di una qualche Confraternita, organizzatori e registi dell’evento.

La banda era collocata in un punto giusto della processione cioè dove sarebbe stato possibile diffondere i suoni perché si potessero sentire dalla testa alla coda. In fine, in fondo, il popolo: quello non organizzato, non classificato, raccogliticcio e poco impegnato. I preti indossavano un camice bianco, gli uomini un mantello, le donne il velo: bianco o nero secondo l’età.

Le processioni, in alcune chiese di grande dimensione, potevano essere anche “interne” (una domenica del mese definita “eucaristica”) ed erano una sorta di miniatura ricca di particolari; come fosse vera.

Le parrocchie di città abbellivano i percorsi con “stazioni”; erano altarini costruiti dalle famiglie residenti, in gara per mostrare reliquie domestiche, immagini votive, tavolini decorati con rari pizzi, tappeti pregiati e tende opportunamente trattenute da ricchi cordoni dorati e il tutto illuminato da candelabri tolti ai cassettoni di casa. Il tragitto era segnato da sandaline rosse con bordura oro (per le processioni eucaristiche) oppure bianche e azzurre per quelle mariane.

Era consueto, in alcune occasione dell’anno, imbattersi in eventi più folcloristici; processioni dedicate al Bambin Gesù (Capodanno), ai Re Magi (Epifania), alla reliquia della Croce (nel tempo di Pasqua) così come, molto festosa e piena di allegria, la processione per la Domenica delle palme (quella che precede la Pasqua) o – sul lago, specialmente, quella davvero spettacolare, dedicata a San Giovanni (con suoni e costumi).

Molte processioni, rientrate in chiesa, erano occasione o pretesto per far uscire poi tutti i fedeli a godersi stupefacenti spettacoli pirotecnici e mercati e bancarelle sempre ricchi di merci varie e colorate. Insomma, una grande occasione di festa.

In alcune località (o parrocchie) il mese di maggio (liturgicamente dedicato alla Madonna) era occasione di brevi processioni dalla chiesa al cortile di una casa. Tale cerimonia, che finiva con la recita del rosario (più recentemente anche con la celebrazione delle Messa), era chiamata “Madonna Pellegrina” la “Peregrinatio Mariae”; un’antica devozione (ripresa nel secondo dopoguerra) che portava un simulacro mariano nei vari cortili delle case dove era allestito, con grande sforzo scenografico, un altare provvisorio riccamente addobbato.

A Como, antica, celebre e affollatissima era (ed è) la processione del Crocefisso; segue ancora un percorso che ricalca quello fatto dai Confratelli della SS. Annunciata ai primi del Cinquecento. Allora, trovarono la strada sbarrata da catene che, al passaggio del simulacro, si sarebbero spezzate. Ogni anno una folla numerosissima ripercorre la strada di allora, girando per le vie della città e ritornando nella Basilica del Crocefisso per le cerimonie finali della Settimana santa. L’evento religioso e civile richiama in città fedeli e curiosi da tutta la Diocesi e anche dal Canton Ticino. Il bacio del crocefisso (che dura tutta la Settimana santa) è una tradizione molto sentita e seguita da credenti e non credenti. Un tempo, quando si allevavano i bachi da seta, la grazia richiesta più di frequente era proprio la salvaguardia dalle malattie, frequentissime, che decimavano gli allevamenti domestici, mettendo a dura prova la sopravvivenza di intere comunità familiari.