Storia a Memoria. 03_Buondì

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03 – buondì

Puft! Un colpo, un suono secco, una rivoluzione. Un piccolo gesto quotidiano – schiacciare un sacchettino – ovvero un rito mattiniero o mattutino –  come si preferisce – che avrebbe segnato un cambiamento nei costumi della società e nelle abitudini delle famiglie. Forse anche nella piramide alimentare.

Primissimi anni Cinquanta e ancora senza televisione (sarebbe arrivata nel 1954): il signor Angelo Motta (1890–1957) inventa la nuova brioche all’italiana: il “Buondì” che, per il grande industriale dolciario milanese, doveva somigliare al panettone, ma in piccolo: un cuore dolce in un involucro glassato. A distanza di oltre mezzo secolo si comprende quanto l’idea fosse meno deflagrante della bomba atomica (esplosa qualche anno prima) e certo più gradita in Italia e nel mondo. Era un nuovo, moderno modello di colazione mattutina; era l’offerta di una novità gustosa da condividere con gli altri: dentro o fuori casa. Era una confezione pulita e igienica per l’asilo e per la scuola. Il signor Motta aveva centrato il prodotto ed era nata la merendina del 20esimo secolo.

L’alba nelle famiglie italiane era – allora – un momento di tristezza; un attimo freddo che separava il tempo della notte dagli impegni della giornata: lavoro per i padri, talvolta per le madri, scuola per i figli, sempre. Un imperativo materno e costante: fai colazione! era un obbligo, un’imposizione, un’abitudine molto necessaria per la crescita e la salute dei figli, quanto sgradita perché ripetitiva e assai poco invitante. Latte, pane secco, solo talvolta biscotti (quelli rettangolari, ricamati al bordo, privi di zuccheri e tanto noiosi…) che stavano a galleggiare asciutti nella tazza, per interi, interminabili minuti.

I biscotti si acquistavano in qualche spaccio aziendale e ogni ditta media e grande ne aveva uno a disposizione dei lavoratori. Erano forniti in scatole di latta, belle e decorate, di notevole robustezza e –  per questo –  poi trasformate in contenitori per archivi familiari (foto, lettere, tombole…). Ne circolano ancora oggi in tante famiglie e sono diventate quasi preziose, da collezione.

Il pane era d’avanzo: dalla sera precedente e mai si buttava. Neanche una briciola (ricorda, dicevano, che Gesù è sceso dall’asino per raccogliere una briciola di pane…). Il pane era secco e s’ammollava nel latte bollente e nel succedaneo d’orzo o di cicoria: una materia strana che somigliava al caffè e che sarebbe diventata molto di moda, ma decenni dopo.

Qualche adulto, soprattutto i vecchi legati ad una tradizione alimentare mai dimenticata, facevano colazione con una fondina della minestra avanzata la sera prima. Nelle case in cui capitava quel cerimoniale, povero e paesano, si spargeva un odore nauseabondo.

Tè, biscotti, fette biscottate e marmellata non comparivano neanche nella pubblicità dei cartelloni per strada e raramente nei film. Erano una messinscena da signori più facilmente rappresentata nel pomeriggio, all’ora della merenda, e magari per la visita di qualche amico o parente o comunque ospite.
Le ciotole del latte erano “tazze” in terraglia, bianche, con una riga azzurra o marrone a segnarne la circonferenza. Non eleganti, ma funzionali; si sbrecciavano senza rompersi facilmente ed erano propriamente “scodelle”. Poi sarebbe arrivata la melammina, resistente e colorata: altro vero progresso dell’epoca.

La colazione si consumava in casa quasi sempre con la famiglia al completo – dipendeva dagli orari di lavoro – e semmai, si rinforzava con un caffè al bar: un lusso di poco costo, ma di grande significato. Chi lavorava – professionisti, impiegati, artigiani… – s’era abituato a poco a poco a quel rito di prima mattina. Soprattutto i pendolari che raggiungevano la città o la Metropoli e che trovavano, al termine del viaggio, un’ampia scelta di luoghi sempre più attrezzati con macchine moderne per espressi, vasta scelta di paste, brioches…

Siccome le abitudini – buone o cattive comunque piacevoli – si diffondono a grande velocità la presenza al bar di uomini e donne infreddoliti e addormentati sarebbe diventata una costante dei ritmi mattutini; in alcuni bar c’era ressa costante all’arrivo dei mezzi pubblici e gli incontri tra le persone erano occasione di scambi, amicizie, condivisioni, dialoghi: veloci come un espresso. La moda si allargava anche al cappuccino – specialità tutta italiana – realizzabile con macchine espresse nazionali (di grande successo nel mondo) – tuttavia già in produzione nei primi del Novecento – che sostituirà a poco a poco la colazione casalinga.

La prova del cambiamento, dell’affermazione di un moderno costume, della conferma di nuove abitudini sarebbe avvenuta con la trasmissione “Specchio segreto” (1964, programma Rai sul comportamento degli italiani, prima candid camera) e la celeberrima scena della “Zuppetta” in cui il regista conduttore Nanni Loy (1925–1995) inzuppava una brioche nel cappuccino di avventori stupefatti, ma non sempre arrabbiati. I bar, ripresi dalle telecamere nascoste, rivelavano il gran numero di clienti e la varietà delle “colazioni” che gli italiani già consumano fuori casa.

Tutto per un Puft! o quasi perché, oltre l’innegabile originalità del prodotto e la bontà delle materie dolciarie, quel che segnava il cambiamento era la possibilità di schiacciare la confezione per liberare la brioche dall’involucro. Semplice, veloce, pulito. La carta trasparente esplodeva liberando per magia una ventata di profumo dolce. Quel rito segnò il successo del Buondì che sarebbe, per vent’anni, rimasto identico: morbido pane dolce ricoperto di graniglia di zucchero. Poi avvenne qualche cambiamento con l’introduzione della variante al cioccolato, poi le farciture (marmellate varie), la crema al latte, la crema pasticciera fino al prodotto con farine integrali. Ma il Puft! – ieri come oggi – rimane lo stesso suono dell’infanzia in cerca di novità e di un sistema alimentare magari sano e tradizionale, ma molto molto meno divertente.