Stati Generali della cultura. Una discussione utile

Il contributo di Darko Pandakovic, presidente di "Chiave di Volta"

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Quasi tre mesi fa, il Comune di Como / Assessorato alla Cultura ha riunito le Associazioni cittadine che si occupano di organizzazione e promozione della cultura: in tutti i campi. In questo tempo, non si sa quanto si sia sviluppato l’impegno preso tra Comune e Associazioni e tra Associazioni e Associazioni. Si doveva iniziare a lavorare insieme. Insieme? Parola magica, concetto estremo, obbiettivo difficile.
Inoltre, gli spazi comunali destinati alla cultura (quelli per mostre e incontri) sono chiusi da qualche settimana. Chi li frequenta sa bene perché. Il loro stato di manutenzione e l’adeguamento normativo non sono ai massimi livelli: per mancanza di fondi (al solito) e per questioni burocratiche.
Va detto – per amor di verità – che tale problema (pur aggravato da nuove norme restrittive) è antico quanto la città e che anche le precedenti amministrazioni non hanno mai brillato per efficienza. La manutenzione delle cose è sempre – o quasi – stata all’ultimo posto negli impegni amministrativi e politici.
Come ne usciamo?
Intanto apriamo il dibattito sul “fare cultura a Como” e incominciamo con Darko Pandakovic, Presidente di Chiave di Volta; chiamiamo a partecipare anche altre Associazioni e vedremo, poi, di ottenere qualche risultato: teorico, s’intende…

Avevamo iniziato così [clicca]


Ecco ora “Chiave di Volta”:

Caro Gerardo,

la tua “circolare” a seguito dell’incontro di giovedì 27 novembre 2019, promosso dal Comune di Como e detta, un po’ enfaticamente, “stati generali della cultura” fa riflettere sulla sostanza del tema. Nel tuo scritto riporti quanto da te pubblicato su La Provincia nel 2002 per mettere in luce come, nei trascorsi diciassette anni, rispetto al tema della cultura, tutto in Como sia rimasto immobile.

Questo è il primo aspetto che mi ha colpito: per ogni tema che implica la nostra esistenza constatiamo che il tempo degli eventi corre veloce. Troppo veloce per poter anche solo pensare di dare ordine mentale allo scompiglio che domina il mondo. Troppo veloce persino per badare, come forse vorremmo, alle nostre opere e i nostri giorni. Troppo veloce per soppesare le parole che pronunciamo, tra cui questa: ”cultura”. Ma, per la cultura, nella città di Como, il tempo si è fermato!
Il tema proposto nella riunione induce a ricapitolare cosa è avvenuto in questi ultimi vent’anni a Como: citiamo solo il caso del centro storico, nostro patrimonio culturale, gestito, nelle trasformazioni, in termini opposti ai criteri di tutela che ne avevano fatto l’orgoglio dagli anni Settanta, ma soprattutto trasformato nella sostanza, perdendo i residenti e trasformato in un continuum di B&B. Basterebbe questo svuotamento del tessuto storico per dire che la cultura è morta, o sta profondamente dormendo.
Ma l’analisi oggettiva di cosa le Amministrazioni comunali abbiano fatto e cosa no, indispensabile per ogni previsione nel futuro, non è tema centrale rispetto allo stato attuale della cultura in Como.

Il dialogo, il colloquio avviene con le parole e sulle parole.
La parola “cultura” ha assunto così tanti e diversi significati che non comunica più, è diventata equivoca e d’inciampo.
Nel tuo scritto, Gerardo, si legge: “Le divisioni (ideologiche e culturali) sono palpabili e riconoscibili ogni volta che il rappresentante di un’Associazione apre bocca in pubblico…”
Per alcuni è di scandalo che qualcuno possa usare con tanta disinvolture la parola “cultura”… senza curarsi del fatto che in una sola parola, quasi distrattamente e per lo più inconsapevolmente, vengano implicati il sapere, la storia, l’esperienza artistica, letteraria, musicale…qualcosa che è al di là di ogni capacità di sintesi, e senza curarsi di abbandonarla così all’arbitrio di chi legge o di chi ascolta.

Si può ancora pronunciare la parola “cultura” dandole un significato che vada al di là di una inerte sopravvivenza? In questo momento non credo, sapendo che viviamo dentro la realtà di uno sviluppo sociale e tecnologico che può fare benissimo a meno di qualsiasi manifestazione o ricerca che tradizionalmente faceva parte dell’ambito culturale.
Anche le istituzioni internazionali non ci aiutano a fare chiarezza. Sono state classificate Patrimonio Culturale dell’Umanità: la dieta mediterranea; il sapere fare il liutaio a Cremona; l’arte del pizzaiolo a Napoli; la vite ad alberello a Pantelleria….Vogliamo proporre anche “la città dei balocchi” di Como? Tutti aspetti di vita e di storia interessanti, ma ci aiutano a comprendere cosa per ciascuno di noi, oggi, è cultura? La cultura così diventa tutto, va bene, ma la parola non significa più niente.
È come se il significato di “cultura” si fosse frantumato nei troppi rivoli delle esperienze, oppure stravolto nelle grida di chi se ne serve per piccole o grandi strategie. La parola è relegata in un destino inerziale, mentre tutto, intorno, vortica e si trasforma.
Si tratta di capire se c’è un nucleo, un nervo che oggi si possa salvare dentro questa parola. Se si possa ancora farla vibrare di quelle scintille che l’hanno tenuta in vita nei secoli, senza aggirare il confronto con un’umanità distante e diversa da quella che, nel passato e anche nei ceti più umili, confidava nella “cultura” e la sentiva come una necessità.
Questo eventuale nucleo o nervo si può cercare negli interessi, nelle ricerche, nelle attività pratiche e concrete che ciascun individuo e ciascuna Associazione svolge; dimentichiamo e cancelliamo, per maggiore chiarezza, la parola “cultura”, soprattutto per non arrogarci la pretesa di esserne portavoce e interpreti.

Parliamo delle nostre necessità di senso, dei nostri interessi, ricerche, attività volte a quegli ambiti che noi, soggettivamente, pensiamo interessanti e vitali senza pretesa che lo siano per gli altri. Parliamo dei temi che ci sembrano necessari nell’attualità, delle proposte che formuliamo, concretamente.
In questo senso cito ad esempio, tra le Associazioni Culturali comasche, la Società Archeologica, di prestigiosa memoria storica, che ha sostenuto e diffuso le ricerche e le conoscenze relative al proprio settore di interesse, con costanza e coerenza. Un gruppo appassionato che diffonde per tutti la “necessità” di non disconnettersi da questo sia pur impegnativo settore di conoscenza.
Così potrebbe caratterizzarsi ogni associazione che ritiene il proprio ruolo utile o persino necessario a un settore di cittadini e a questo fine raccoglie soci e sostenitori.
Non è facile dire quale ruolo per le associazioni debba avere l’Amministrazione pubblica.
Credo che, qualora non sia in grado, l’Amministrazione possa anche non svolgere un’attività culturale…forse è meglio non fare niente che fare male.
Ma è certo che una città evoluta deve poter offrire strutture per le associazioni, per le riunioni, per le attività, per l’informazione: Como non brilla in tal senso…

La città deve mettere a disposizione le strutture pubbliche considerate come bene economico comune: non può gestire il restauro di Villa Olmo come un esasperante rinvio che si trascina negli anni precludendo ogni possibile iniziativa… non si può, altro clamoroso esempio, tener chiusa la piscina per mesi perché oltre ad essere una privazione per i cittadini, è un danno per l’erario pubblico…

La considerazione finale è che, visti i tempi, le associazioni devono vivere in modo autonomo, indipendente, senza aspettarsi nulla, a testa bassa, non lasciando morire la fiammella degli interessi e delle attrattive, in attesa che qualcosa cambi nella gestione della collettività e nuovamente si possa raccontare, tra tutti e per tutti, quello che a ciascuno sembra dar senso luce e felicità alla vita.

Darko Pandakovic
Presidente Associazione Culturale CHIAVE DI VOLTA
www.chiavedivolta.org