Sgarbi urlati: Expo sono io!

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 Il critico d’arte Vittorio Sgarbi lancia verso Como accuse di incapacità. Ma non riesce a colpire.

La critica peggiore è quella distraente; che porta le cose sul piano della discussione inutile. Dopo l’illustre Daverio non poteva mancare l’altrettanto televisivo Vittorio Sgarbi ovvero l’incarnazione urlante della critica sfrontata. Anche impertinente.

Che cosa dice di nuovo al territorio della Provincia di Como? Che non è preparato a sfruttare Expo; che non ha risposto alle sollecitazioni pervenute (ma da chi); che la città è un disastro; che il monumento di Libeskind non si deve fare… le solite cose.

Sgarbi non è uno sprovveduto e sa bene che urla urla qualcosa succederà e alla fine potrà sostenere che il suo lavoro è stato determinante. Se solo l’avessero ascoltato.

L’incarico derivatogli dalla Regione Lombardia – ovvero Ambasciatore delle Belle Arti in funzione della programmazione culturale di Expo – è un incarico piuttosto vago (ma gratuito) che tuttavia gli consente di esprimersi a voce alta senza mai curarsi delle complicazioni che le sue proposte suscitano: i Bronzi di Riace a Milano, aperture notturne dei Musei (una sua mania) e altre idee dell’ultima ora.

Ammettendo i “meriti culturali” di Sgarbi non si conosce la consistenza del portafoglio a disposizione per i progetti evocati. Ne ha uno? Gestisce un budget? Con quale copertura? Chi controlla?

Ha un ufficio di riferimento o funzionari addetti ai quali proporre e dai quali ricevere il verbo? Ma il suo spazio non è terreno e probabilmente il suo ufficio è collocato piuttosto nell’arena virtuale dei media che volentieri ospitano le esternazioni criticensi del celebre lottatore.

E poi: che ne sa di Como e del lavoro che si è fatto è che si sta facendo? Ha sentito maggioranze silenziose o magari opposizioni o tecnici o addetti? Non pare.

Le suo opinioni restano dunque osservazioni non costruttive e le proposte cui accennava (intervista a La Provincia del 20 febbraio 2015) sono sciocchezzuole. Suggerisce – come fosse un’idea mondiale – un percorso Sant’Abbondio a San Pietro di Civate. Motivo? Perché son chiese romaniche o per i cicli d’affreschi o perché legate a qualche maestranza comacina?

Percorso da fare in che modo? A piedi in bici in auto in treno?

Certo. Sgarbi con la sua corte di seguaci potrebbe raggiungere l’una e l’altra chiesa anche con i droni e farsele aprire a notte fonda perché il servilismo degli operatori culturali è infinito.

Ma la massa di “capre” qual siamo (secondo un suo frequente insulto) invece di belare inutilmente alla luna sta pazientemente lavorando sul campo. Che è un poco arido eppure nutritivo e ricco di tante cose. Anche le capre sanno di avere molte risorse e parecchie possibilità.  Anche senza fattori o mezzadri o critici o faccendieri che ogni tanto esplodono con qualche fantasia condita d’improperi. Solo “flatus vocis” e niente più. 

Capra o montone: sempre quadrupede è!