Segni. Comunicazioni nel paesaggio

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Libeskind (per sempre) e Christo (provvisoriamente) lasciano tracce sull’acqua dei laghi

ARTE(?) DI LAGO
Un architetto (Libeskind) propone un oggetto scultoreo da collocare in modo permanente sul lago di Como. Un artista (Christo) propone un’opera ingegneristica da costruire e smantellare dopo due settimane sul lago d’Iseo.
Si tratta in entrambi i casi di personalità di fama internazionale e di lungo corso (classe 1946 il primo, 1935 il secondo).

RAPPORTO CON IL PAESAGGIO
L’artista propone un intervento “colossale” per dimensioni e complessità; il cui colore ne ostenta il valore di segno creativo, come un segno di pastello arancione tracciato da mano decisa su una immagine fotografica: questa è l’impressione che se ne ha osservando l’opera dall’alto. E’ il gesto creativo e provocatorio, immaginato, meditato, studiato e realizzato.
L’architetto definisce un intervento di dimensioni ridotte, compromesso tra una forma artificiale, affascinante, “di design”, e un materiale riflettente che fa scomparire l’oggetto nel paesaggio, che su quella forma si riflette.

RAPPORTO CON IL TEMPO
L’artista dedica molto tempo alla traduzione dell’idea in un progetto e alla sua realizzazione che richiede anche la collaborazione di centinaia di persone; l’opera vive solo 15 giorni: facendo leva sulla curiosità attraverso lo strumento della comunicazione (gestito in modo magistrale) viene caricata di un valore forte legato a ciò che è transitorio, eccezionale, che va colto subito o sarà perso per sempre.
L’architetto propone un oggetto certamente meno eclatante, ma permanente che – in quanto tale – va ad identificare/riqualificare un luogo urbano circoscritto restituendolo alla città.
L’artista propone un’esperienza.
L’architetto propone un oggetto di arredo urbano.

RAPPORTO CON IL PUBBLICO
Tutti gli avventori (o perlomeno tutti quelli i cui commenti sono giunti fino alle mie orecchie) hanno apprezzato l’installazione d’artista che li ha condotti a scoprire o riscoprire forse il vero soggetto dell’opera: il paesaggio. Questo intervento di land-art può essere proprio questo: una cornice, un piedistallo che guida, che spinge, dirotta il nostro sguardo e la nostra attenzione verso la realtà circostante, quella del nostro quotidiano. Quella che non vediamo più. E che possiamo tornare a vedere solo se stimolati, provocati. Ecco spiegati gli impacchettamenti che hanno reso famoso Christo, che nascondono per mettere sotto i riflettori, che velano per poter svelare; ed ecco spiegati anche i percorsi, che ci prendono per mano e ci accompagnano alla scoperta di paesaggi spesso consueti, spesso da prospettive inedite e sorprendenti. Vera concretizzazione dell’idea proustiana secondo la quale: “Un viaggio di scoperta non è andare in nuovi posti, ma guardare con nuovi occhi”.

Il gioco del parallelismo con l’intervento di recupero della diga comasca e l’installazione dell’opera di Libeskind è certamente da prendere come tale; ricordo tuttavia le processioni di visitatori – comaschi e non – che, al momento della riapertura della diga, la percorrevano accalcati. Curiosità? O voglia di ri-scoprire un luogo da troppo tempo rimasto velato? Arte o non arte, forse questa voglia di riappropriarsi di spazi collettivi, di riscoprire il paesaggio, è l’elemento che determina il successo di operazioni come le due raccontate.

…continuando il gioco di parallelismi ‘forzati’, mi vien da pensare a cosa succederà quando (semmai dovesse succedere) riaprirà il mitico lungolago.