Scoperte. Arturo Martini a Como

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Il critico Vittorio Sgarbi “scopre” a Como una scultura già “nota”

L’edizione del “Corriere della Sera” del 25 maggio 2018 e il supplemento “Io Donna” del 26 annunciano – enfaticamente – che Vittorio Sgarbi presenta una “scoperta a Como”: una Deposizione del grande scultore Arturo Martini (1889-1947). L’opera – che gli è stata segnalata, nel corso di una recente visita al Museo della Seta, da Paolo Aquilini, direttore del medesimo museo – è definita “inedita e sconosciuta” e, nell’anticipazione giornalistica, viene descritta come collocata “nell’androne di un edificio attualmente in restauro”.

Al di là delle esagerazioni e delle approssimazioni tipiche di un certo modo di fare giornalismo e comunicazione anteponendo le esigenze dello spettacolo a quelle dello studio, l’opera di Martini è sicuramente importante. Ma non è affatto inedita e neppure sconosciuta.

La inserì, per esempio, nei suoi Itinerari d’arte in territorio comense (pubblicati nell’ormai lontano 1964) Agnoldomenico Pica, che proprio un dilettante non era. Da lì la notizia fu ripresa, esattamente trent’anni dopo, per essere inserita nel volume dedicato alla Città murata di Como e la sua storia (edizione NodoLibri), pensata come una sintesi delle molte cose che già si conoscevano sull’enorme patrimonio storico e artistico della città. E ancora: l’opera è stata citata dallo storico dell’arte Giovanni Anzani nel suo articolo dedicato all’arte del Novecento in provincia, inserito nella più recente Storia di Como edita sotto l’egida della Società Archeologica Comense. Ne ha poi parlato, da ultimo, su un “Notiziario tecnico tessile” dell’Associazione ex allievi del Setificio, nel 2014, l’ex preside di quella scuola, Vittorio Bianchi.

Quello che nessuno di questi testi ha potuto fino ad ora raccontare è la storia di quel rilievo bronzeo, strettamente legata alla sua funzione di Monumento ai Caduti, spesso sottovalutata, quando non addirittura taciuta, come succede nell’ultima citazione “sgarbiana”.

Un Monumento ai Caduti, dunque, ma con una vicenda del tutto particolare. Infatti l’opera di Martini non compare mai sui giornali dell’epoca che pure, dopo la fine del primo conflitto mondiale, dedicarono un’attenzione quasi ossessiva all’inaugurazione di monumenti, lapidi, parchi delle rimembranze agli eroi della patria, ovvero alle vittime della guerra. Ma nelle decine, centinaia di articoli rintracciabili al riguardo (solo nell’attuale provincia di Como i memoriali della guerra sono più di 500!), l’opera di Martini non sono mai riuscito a trovarla. Avevo quasi perso le speranze, quando ho reperito una traccia in una notizia molto tarda: in un articolo pubblicato sulla stampa locale il 2 giugno 1940 si dà notizia del fatto che presso l’Istituto di Setificio si trova “una tavola di Arturo Martini esaltante il sacrificio dei Caduti per la Patria” in attesa di “essere degnamente collocata”. L’opera ha una provenienza singolare: non è stata infatti commissionata dalla scuola (come pure in anni recenti si è fantasiosamente ipotizzato), bensì donata da un ex allievo, in segno di riconoscenza per i trascorsi studi. L’allievo in questione è Giovanni Balbis, di Torino, studente appunto al Setificio di Como e poi socio, sempre a Como, di Carlo Bari nella famosa ditta serica Balbis & Bari. Si spiega così, in modo lineare, perché dell’opera in tempi precedenti manchi del tutto una menzione comasca: semplicemente perché non si trovava a Como (niente a che vedere, quindi, con i soggiorni lariani di Arturo Martini e nemmeno con le sue frequentazioni comasche). Ancora due anni dopo, il 21 giugno 1942, l’opera aspettava una sistemazione, quando l’allora preside auspicava di poterla infine collocare nella nuova sede della scuola: un auspicio del tutto privo di possibilità di esaudimento, poiché – anche al di là dei difficili tempi di guerra – una nuova sede del Setificio era ben lontana dall’essere realizzata.

Infine, quando di nuovo l’opera di Martini viene citata (e illustrata) sulla stampa locale, nell’aprile 1947, essa appare finalmente esposta nella sede di via Carducci, e precisamente identificata come un “Monumento ai Caduti”. Doveva quindi già trovarsi nell’atrio della scuola (probabilmente al termine della breve rampa di scala che segue il portone, ma su questo le testimonianze sono imprecise), insieme a una lapide con i nomi degli allievi caduti.

Le notizie, per il momento, finiscono qui: delineano i tratti salienti di una storia assai interessante, ma con molti elementi ancora ignoti. Primo fra tutti la data di realizzazione. Una volta svincolata dagli agganci con i soggiorni comaschi di Arturo Martini, non si hanno più punti d’appoggio, e del resto la committenza e il collezionismo di Giovanni Balbis, pur in qualche modo confermata anche da testimonianze indipendenti dalla vicenda dell’opera “comasca”, non è nota nei suoi dettagli. Inutile dire che l’opera non risulta in alcun modo nelle varie monografie dedicate ad Arturo Martini, né nei documenti della Fondazione a lui dedicata.

Non sappiamo nemmeno con precisione quando l’opera venne inaugurata (sempre ammesso che una vera propria inaugurazione ci sia stata), anche se è verosimile immaginare che la collocazione dell’opera sia avvenuta in tempi immediatamente seguenti alla fine della seconda guerra mondiale. Avrebbe forse potuto aiutarci a sciogliere almeno questo dubbio la lapide dedicatoria che accompagnava il monumento, ma questa sarebbe andata in frantumi (ma anche in questo caso le testimonianze sono assai incerte) nel corso del trasporto alla nuova sede della scuola, ultimata nel 1974.

In ogni caso, la destinazione a Monumento ai Caduti, testimoniata fin dal primo apparire dell’opera a Como, mette tra virgolette l’identificazione del soggetto come Deposizione poiché, se di una deposizione si tratta, è più di carattere laico che religioso.

Merita qualche considerazione anche l’attuale sistemazione dell’opera, dai più ritenuta infelice quando non addirittura sconveniente. Nel progetto di chi la formulò, essa doveva evidentemente essere di tutto rispetto: si trova infatti all’esterno dell’ingresso della parte pubblica della scuola, cioè del corridoio che immette alla grande aula che per molti anni è stata una sorta di auditorium cittadino. Col passare del tempo, però, quello spazio è diventato un parcheggio, e i sempre più numerosi mezzi a due ruote hanno infranto ogni limite di sicurezza. Infine, la scultura, poco curata e ricoperta di polvere e sporcizia, è stata progressivamente dimenticata.

Per questo l’idea di Paolo Aquilini di valorizzarla, inserendola nel percorso del Museo della Seta, è degna di essere presa in considerazione, anche perché, facendo leva sugli indiscutibili legami che la vicenda del rilievo mantiene con l’orizzonte culturale degli imprenditori serici, promette di proseguire l’approfondimento di una storia tutt’altro che banale e di un ambiente di cui sappiamo ancora troppo poco.