Storia a Memoria. 20_Parcheggiare

 

20_parcheggio


La faccenda è (linguisticamente) curiosa: “parcheggiare” non ha spiegazione; è una parola senza una vera origine. È come se fosse capitata per caso nella realtà quotidiana. Un bel giorno arriva un’auto e si ferma – ovvero “parcheggia” – dove capita o dove serve fermarsi. Così inizia il “parcheggiare” moderno.

Tanto per dire: anche i cavalli avevano un “posto” limitato dalla greppia, nelle scuderie dove si pagava lo “stallaggio”, una specie di scontrino ante litteram dovuto per la sosta e, magari, per il nutrimento delle bestie. Eran già rettangoli segnati col legno e separavano i “mezzi”, i carretti e carrozze e birocci e mille altre varianti, dagli animali trainanti. Le scuderie stavano nelle città e ancora le vedevamo in disuso o attrezzate come cantine disordinate nei tempi che hanno preceduto il boom economico. Qualche stallazzo (tuttavia già smontato) manteneva l’insegna sul portone d’ingresso caratterizzata da due belle teste di cavallo in terracotta.

Le stalle propriamente dette erano, invece, per gli animali delle cascine tra pascoli e colli o prati che ancora si coltivavano con misero reddito; ci sarebbe voluto poco tempo per portare il sistema rurale all’industrializzazione.

Parcheggiare, come ci ricordavamo, era dunque un derivato dal comportamento animale e pare sia stato l’imprinting di tutti i comportamenti successivi dell’uomo moderno che, appena salito a bordo di una quattroruote puzzolente e rumorosa, subito aveva compreso la possibilità di lasciare il proprio mezzo in qualsiasi posto.

Le fotografie scolorite e un poco ingiallite e le cartoline del Novecento ci confortavano (nella nostra nascente maleducazione) col mostrarci le auto sempre più numerose e sempre meno “parcheggiate” col buon senso. Le mettevano dove capitava; anche in mezzo alla strada. Le piazze ne erano piene o si sarebbero riempite di lì a poco.

Si comportavano, il mezzo e il conducente, esattamente come i cani che segnano il confine del loro specifico e particolare territorio. C’era spazio, è vero, ma anche tante e troppe cattive abitudini.

Segnalazioni, poche; semafori, ancora scarsi e pendolanti ai pochi incroci considerati, all’epoca, già pericolosi; vigili (così si chiamava la futura Polizia locale) persino tolleranti. I sensi stradali, doppi quasi sempre e se lo spazio era poco (come nei paesi o nel centro del capoluogo) si applicava il galateo medievale (con rischio di sfida: ”Chi cede il passo?”).

Erano solo tentativi, approcci alla motorizzazione praticati dalla nobiltà “sportiva” o dalla buona borghesia. S’andava a piedi a teatro, al cinema; i medici condotti visitavano casa per casa e senza usare l’auto. Gli operai usavano la bicicletta per andare da casa alla fabbrica: era un mezzo per il lavoro; non per il divertimento.

Per le strade, le biciclette raramente erano bloccate da un lucchetto e, pur temporaneamente accatastate qua e là, non creavano problemi d’ordine stradale.

Il Codice della strada (1933) disponeva le prime regole di civiltà automobilistica, ma non era sufficiente a moderare le già radicate cattive abitudini. Le auto incominciavano – nella mentalità comune – a far parte della famiglia; erano una specie di locale aggiunto all’abitazione e, in mancanza di un ricovero interno – rarissimo nelle città –, stavano sotto casa, vicine vicine, guardate a vista. Il parcheggio diventava un bisogno primario.

I rettangoli (ancora solo bianchi) che segnavano i primi posti auto a lato della strada, venivano subiti come un’imposizione e non come una necessaria regolamentazione. Le righe blu (pagamento della sosta) e quelle gialle (riserva dei residenti) sarebbero arrivate molto dopo, nel malcontento generale.

L’auto era ormai un mezzo obbligatorio per il lavoro, il divertimento, gli acquisti. Doveva arrivare sempre più vicino alla meta e così si riempivano le piazze storiche, i cortili delle case, i giardini conservati per secoli per la bellezza delle residenze. Il mezzo diventava mostro; l’uso diveniva mania; la necessità si confermava diritto d’avere comodità e velocità.

Tuttavia, la smania di possedere una, due, tre auto per famiglia (a volte indispensabile per il lavoro) non corrispondeva alle soluzioni proposte per il ricovero protetto (i garage erano – e sono – in numero inadeguato), né per il parcheggio pubblico. Le strade – a poco a poco – erano occupate da auto in sosta quasi perenne e per questo la cosiddetta “sosta a rotazione” veniva proposta come una soluzione all’ingorgo continuo.

Non era soddisfacente e i commercianti – anzi – trovavano che l’auto stava diventando il vero mezzo di sviluppo e di promozione di un settore in grande espansione: auto e negozio sembravano gemelli, figli del progresso economico.

Il caos dei centri storici, delle piazze d’arte, delle vie strette dei paesi non poteva durare a lungo; una nuova sensibilità si andava confermando anche facendo riscoprire ai cittadini (diventati autodipendenti) la bellezza e l’importanza del “camminare”. Qualche scomodità, ma anche molta più salute, meno smog, più consapevolezza dei luoghi e diversa percezione delle persone e dell’ambiente.

I parcheggi continuavano ad essere reclamati dal numero crescente delle auto e la fantasia dei pubblici amministratori era messa a dura prova; molte soluzioni erano appena adeguate. Gli autosilo (quasi una novità nella vita sociale delle città) cercavano di regolarizzare la confusione e l’invasione di auto, ma non erano sufficienti a coprire la richiesta e il progetto di allontanare le auto dai centri vitali delle comunità si rivelava velleitario, poco realizzabile.

I numeri (quante sono le auto che si muovono…?), le scelte urbanistiche (dove e come facciamo i parcheggi?), le diverse “ideologie” (auto sì, auto no!) e l’inadeguatezza del trasporto pubblico (non arriva ovunque e mai all’ora giusta…) imponevano scelte coraggiose. La sosta abusiva – comunque – era ormai scaduta.

 

 

La passione civile ha sempre animato Luigi Fagetti, indirizzandone la vita professionale e l'impegno sociale. Como: città sempre amata anche nei momenti di crisi.

 

Ricco corredo iconografico; rigore scientifico e alta leggibilità. L'intera vicenda del Teatro comasco: architettura, artisti, spettacoli. Una storia lunga due secoli.