Storia a Memoria. 19_Scoperte

 

19_Scoperte

Ogni epoca è tempo di scoperte e di invenzioni, anche la nostra, più delle altre. Neanche ce ne siamo accorti. Del resto, al tempo dell’invenzione della ruota qualcuno fissò l’idea? Non c’era il diritto d’autore. Così per la freccia, la spada, il carro e persino l’utilissima scala, quella a pioli, s’intende. L’ago e il filo non hanno scopritori. Importanti, determinanti per lo sviluppo dei mestieri, dei rapporti, delle comunità intere le invenzioni sono state, perlopiù, non subito comprese e spesso ignorate; scoperte passate all’uso comune, al tempo, certamente senza troppa attenzione: usate, come cose banali, quotidiane. 

Tante piccole idee nuove hanno fissato il passo avanti della storia: la lampadina, oggi così ordinario oggetto di casa, dopo la candela, il lume, il gas... ha segnato la modernità. Quando ancora, nel secondo dopoguerra, la potenza della luce domestica si misurava in candele, di lampadine, nelle case, ve n’era una per stanza e poco luminosa. L’impianto elettrico – di conseguenza – era garantito da cordoni ritorti fissati alle pareti da isolanti di porcellana: piccoli oggetti da mercatino, oggi. Poi arrivava la piattina (un chiodino isolato ogni spanna) e gli interruttori “a rotazione”, bianchi e fragili, diventavano di plastica vagamente color beige chiaro. La luce aumentava di potenza e si diffondeva con apparecchiature adatte allo scopo: per salotto, lettura, cucina, bagno... aumentavano anche i consumi, ma non era − ancora − un problema.

La casa si popolava di scoperte: le bombole del gas, il ferro da stiro elettrico, la pentola a pressione, la doccia in bagno (che aumentava le possibilità di igiene personale), la radio sempre meno ingombrante, meno imponente e dal suono pieno, corposo, coinvolgente: a valvole. Arrivava il grammofono, ancora incassato sopra la radio, chiuso da un coperchio, quasi nascosto, una sorta di tomba medievale, da aprirsi con cautela per infilarci i primi 78giri (spessi e pesanti, gracchianti) poi i 33giri (la musica sinfonica, operistica...) e infine i 45giri leggeri come le canzonette che lasciavano ascoltare: lato a e lato b, tre quattro minuti per parte.

Il frigorifero (che sostituiva la ghiacciala e la complicazione quotidiana del reperimento del ghiaccio portato di casa in casa da ditte specializzate, con carrette e poi furgoncini) diventava l’elemento principale dell’arredo domestico, della cucina in via d’essere finalmente tinello, dell’elaborazione culinaria e della fantasia delle cuoche massaie (non era ancora il tempo dei cuochi al maschile detti con sussiego “chef”). Il frigorifero era sempre nell’angolo, di traverso, era tondo e mastodontico. Sembrava la cassaforte del cibo e assomigliava solo vagamente ai frigoriferi che comparivano già nei film e telefilm americani. Era la riserva aurea della casa, il metro del benessere acquisito, la misura dello spreco finalmente possibile.

Le scoperte correvano: il telegramma era ancora un mezzo di comunicazione veloce e sicuro, molto usato anche per contatti banali: parto, arrivo, auguri, congratulazioni. Pure per le condoglianze. Tuttavia, se ne vedeva già il limite con la comparsa e sicura affermazione del telefono. Non che l’invenzione fosse recente (Meucci e il furbo Bell, 1876 circa), ma era considerato un mezzo per l’accelerazione del lavoro, delle imprese, degli uffici. Non delle case e delle famiglie.

Nelle case, l’avevano in pochi. Coi primi anni Sessanta incominciava a diffondersi con una sorta di condivisione delle linea con altri residenti dell’edificio (il famigerato duplex che consentiva il collegamento con due utenze, ma non in contemporanea). L’apparecchio telefonico stava, di preferenza, nel corridoio vicino ad una porta (magari del salotto o del tinello) così da consentire, tirando il cordone al limite, di separare la conversazione dalle orecchie, dalla curiosità degli altri. Le telefonate erano urbane e interurbane con composizione del prefisso solamente per contatti fuori dal distretto telefonico (più o meno la provincia di residenza) e le interurbane bisognava prenotarle. 

Il telefono era nero. Stava appeso al muro e sovrapposto ad una mensola con ripiano (per prendere appunti, numeri, ecc) e sotto vi era uno spazio per collocare la preziosissima rubrica. Spessa come una bibbia, grande come un codice atlantico, la rubrica telefonica era il contatto dell’individuo con il mondo reale; per alcuni anni fu l’unico elenco disponibile dei cittadini “in linea” e non ancora “online”. Non esserci – in rubrica – era considerato un errore anzi, era proibito. Trovavi i singoli, le famiglie, le aziende in ordine di luogo e alfabetico. Tutto stampato piccolo piccolo, ma chiaro. Quasi senza pubblicità.

Nel frattempo, mentre il telefono raddoppiava, triplicava le postazioni (soggiorno, cucina, camera da letto...), la casa si riempiva di nuovi aggeggi (radio transistor, mangiadischi, mangianastri, walkman, stereo…) la televisione si confermava come l’oggetto del desiderio più concretizzato. Da ingombrante mobile con un monoscopio ridicolmente ridotto (neanche si riusciva a misurare in pollici) diventava uno strumento indispensabile per la comunicazione dall’esterno verso le famiglie e − anche, ma non sempre − strumento di informazione. Tutto passava dal monoscopio e dall’audio trasmesso gracchiante e “mono” e, fino ai primi anni Settanta, solo in bianco e nero. I due canali tv sarebbero stati una conquista e una ventata di libertà: non pareva vero di poter finalmente scegliere tra due possibilità di programmi. Per molto tempo, la televisione sarebbe restata l’invenzione del secolo più gradita dal pubblico sempre affezionatissimo e sempre meno disposto ad uscire di casa, soprattutto la sera. Era, la tv, anche un riconosciuto veicolo di cultura elementare con “Non è mai troppo tardi”, degli agricoltori, dei ragazzi, della letteratura “L’Approdo”, della cronaca, del teatro e anche della musica. Una grande scoperta che favoriva, inevitabilmente, la pigrizia: il costo della modernità.

 

 

 

La passione civile ha sempre animato Luigi Fagetti, indirizzandone la vita professionale e l'impegno sociale. Como: città sempre amata anche nei momenti di crisi.

 

Ricco corredo iconografico; rigore scientifico e alta leggibilità. L'intera vicenda del Teatro comasco: architettura, artisti, spettacoli. Una storia lunga due secoli.