Storia a Memoria. 18_Corpo

 

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Non avevamo un corpo. Nessuno si era mai accorto di possedere un insieme di arti, visceri, pezzi che si potessero definire “corpo”. Avevamo piedi per correre e giocare; ginocchia da sbucciare continuamente; teste da picchiare ogni tanto contro gli spigoli della vita. Avevamo una bocca per tacere; occhi per non guardare. Avevamo le mani: non metterle lì, non metterle là. Le mani erano una bella e una brutta. Quella bella serviva a fare le cose belle: scrivere, portare il cucchiaio alla bocca, salutare. Indicare non stava bene e l’indice puntato verso qualcuno era una forma sconsiderata di protesta, quasi di ribellione. Non indicare (o anche non segnare) era una valutazione dell’altro non consentita né ai giovani e neppure agli adulti. Era un’inaccettabile scortesia.

Non avevamo la cognizione del corpo cioè quella specie di insieme, di massa che faceva, di ciascuno, un essere vivente e tuttavia eravamo vivi e scattanti e veloci. Energici. Avevamo un corpo che reagiva bene, ma che si esprimeva poco, ancora. Il linguaggio (del corpo) era semplice: le mani giunte, per pregare; batterle una con l’altra, per esprimere soddisfazione; inginoccchiarsi, per implorare; allargare le braccia, per accettare o stringerle al petto, per difendersi o supplicare. Gesti comuni, quotidiani.

Qualcuno usava il pugno, ma erano rari e scomunicati. La mano allargata in fondo al braccio teso non si vedeva più tanto spesso; chi era dotato di memoria ricordava di averne sentito parlare in casa, ma subito era stato zittito da una mano violentemente piombata sul collo. Un gesto deciso, punitivo. Silenzio!

I genitori usavano le mani e anche i piedi: insomma arti importanti e capaci di energia straordinaria, molto efficace sulle parti innominabili dei corpi. Non tutti, naturalmente, ma i ragazzi sapevano che ad ogni loro azione (proibita) sarebbe capitata una reazione di riflesso. Era la metafisica delle vita.

I sensi aiutavano a sistemare lentamente il corpo, i corpi, in corretta posizione nel mondo reale: vedere, ascoltare, toccare, annusare, gustare… così crescevano i piccoli corpi dentro case non sempre adatte: anguste e buie; in scuole prive di attenzione all’ergonomia (che roba strana) e insomma all’attenzione dovuta ai cambiamenti, alle comodità, al lavoro quotidiano, alla crescita delle nuove generazioni. Fuori, per le strade e i cortili, non c’erano caschi e caschetti protettivi; non esistevano le cinture di sicurezza e – spesso – le biciclette avevano freni troppo consumati. I corpi erano allo sbaraglio.

Non avendo idea di un possibile meglio, ci si accontentava di fare il probabile consentito. La censura (meglio sarebbe: il controllo) era su tutto e tutti per cercare di annullare i sensi, per cancellare la fisicità, per allontanare i peccati che il corpo poteva commettere. Tutti i bimbi e le bimbe erano indirizzati verso il devoto Luigi Gonzaga e la forte e martire Maria Goretti: i giovani santi della purezza, indicati come modello da imitare, da seguire, da capire. Esempi tragici di una morale certa.

Il corpo – tuttavia – diventava adolescente dentro un mondo in continuo movimento, poi ogni giovane ambiva ad essere adulto per crescere e liberarsi. La radio, in assenza di un corpo, era pura voce anche sensuale, evocativa, coinvolgente, ma non sufficiente. Il cinematografo era – invece – immaginazione portata alle sue estreme conseguenze; era visione straordinaria dei primi corpi vivi e in movimento che superavano l’accenno e le sollecitazioni che potevano derivare – un tempo – dalla pittura e poi dalla fotografia.

Il cinema era storia vera – così si credeva – ricca di emozioni, di figure presto leggendarie, di mode da imitare, di costumi da ricostruire, di mentalità da copiare.

Poi sarebbe arrivata la televisione: piccola e in bianco e nero, abbastanza sfocata e ingenua. Per famiglie. Il varietà era elementare, per tutti, il sabato sera. Con balletti ridicoli, movimenti cauti, ritmi privi d’accenni ambigui: niente sesso né passioni. Fino alle gemelle Kessler dette, non a caso, “le gambe”. Erano, le due soubrette, un altro corpo vero, un altro modo di far vedere le cose (la donna, ovviamente), ma anche un nuovo modo di porre il proprio corpo (le gambe!) alla visione di tutti: bambini accompagnati.

Un’esperienza indimenticata, sarebbe stata, di grande impatto mediatico e sociale; persino educativa. Una nuova cultura passava attraverso l’eleganza e il ritmo; dal sorriso alla musica. Il corpo riscoperto (anche se le censure, le difficoltà di programmazione, gli arricciamenti dei nasi democristiani, lo stupore dei parroci, l’anatema di qualche cardinale romano… non sarebbero mancati, anzi) si poteva presentare finalmente nella vita di tutti i giorni. Gli uomini approvavano, ma le donne non protestavano. Arrivava la minigonna (che aveva persino un’inventrice: la sarta londinese Mary Quant) che esplodeva nel sistema tradizionale del costume e della moda come una bestemmia: pratica, eccitante, disinvolta. Efficacissima.

Si apriva una nuova mentalità: non più uomini stretti in cappottoni riciclati due volte, donne in gonne di lana sotto il solleone, in calze pesanti ai caldi d’agosto, i corpi si liberavano non solo dei tessuti superflui e inadeguati, ma cercavano e trovavano un nuovo rapporto tra la figura e gli abiti, tra il contenuto e il contenente. Maschi e femmine, giovani e adulti.

Il corpo diventava proprietà dell’individuo e la consapevolezza di possederne uno (bello o brutto che fosse) si stava diffondendo in tutte le classi sociali. Non era più e non solo appannaggio delle nobiltà belle e ricche, eleganti sempre, o delle borghesie più o meno illuminate, ma diventava una realtà vera e viva dentro la società in fermento. Il corpo esposto al sole e alla vista degli altri diventava il manifesto vivente della modernità raggiunta e conquistata.

 

 

 

 

 

La passione civile ha sempre animato Luigi Fagetti, indirizzandone la vita professionale e l'impegno sociale. Como: città sempre amata anche nei momenti di crisi.

 

Ricco corredo iconografico; rigore scientifico e alta leggibilità. L'intera vicenda del Teatro comasco: architettura, artisti, spettacoli. Una storia lunga due secoli.