Storia a Memoria. 17_Divorziare

 

 17_divorziare

Divorzio: parola mai sentita o meglio, solo sussurrata nelle feste familiari. Impronunciabile davanti ai bambini e, inoltre, descriveva cose che non si potevano fare; dunque non esistevano. Divorziare in Italia non era consentito. Tuttavia…

Non bisognava essere della CIA per capire le situazioni: coppie di zii (conviventi, oddio…) sempre guardate con distacco; parenti spariti dagli album delle fotografie, trasferiti, dimenticati; sorelle maggiori sposate (con gran festa di popolo e parenti) poi tornate a casa, sempre di cattivo umore (senza il novello sposo); neo cognati allontanati dal nucleo familiare. In chiesa: comunioni non concesse a pii fedeli e chissà perché. Evoluzioni teologiche e dogmatiche dagli altari, del tutto incomprensibili se non eri un adulto.

L’uomo non separi quel che Dio ha unito, tuonavano i predicatori scandalizzati all’idea che si potesse parlare di “separazione” dei coniugi. Solo la chiesa poteva mettere mano alla questione (e non mancavano i rarissimi casi) coinvolgendo qualcosa e qualcuno (preti, ovviamente) che facevano parte della “Sacra Rota” che con indagini, supposizioni, istanze azzardate, ipotesi di irregolarità pre e post coniugale e altri cavilli, poteva decretare la separazione dei coniugi. Anzi: che il matrimonio non era mai avvenuto per la chiesa e dunque per lo stato. Sembrava, quel nome, “Sacra Rota”, non quel che era, un tribunale ecclesiastico, ma qualcosa vicino alla tortura e all’Inquisizione.

Finiva il 1970 portando una sorpresa: la Legge Fortuna–Baslini (socialisti e liberali) che introduceva, dunque consentiva, il divorzio in Italia. Silenzio nelle famiglie che incominciavano a fare i conti sul chi e sul come: chi se ne sarebbe giovato e in che modo risolvere questioni annose. Ovviamente – anche se non era proprio un argomento da ragazzini – si comprendeva che la legge era civile e che i matrimoni religiosi non avrebbero perduto il loro valore (allora la quasi totalità delle unioni familiari avveniva con cerimonia religiosa e il prete aveva – ed ha – funzione di “ufficiale” per lo Stato).

Partiva subito una crociata cattolica che si sarebbe detta conservatrice e promossa dalle alte gerarchie ecclesiastiche e da qualche organizzazione cattolica tradizionalista. Ma i politici tacevano.

Gran promotore del ritorno al passato era Gabrio Lombardi (fratello di Riccardo, gesuita, il celebre Microfono di Dio), presidente dei Laureati Cattolici, democristiano di destra, docente di Diritto Romano, presidente del "Comitato nazionale per il referendum sul divorzio" sostenuto “solo” da una parte dell’Azione Cattolica, dal Vaticano, dalla CEI e dall’area di destra della Dc. Nel 1974 il Comitato tentava di abrogare la legge Fortuna-Baslini attraverso l’istituto del referendum abrogativo già presente nella Costituzione, mai usato in Italia.

Il clima sociale, culturale e politico era bollente. L’idea del divorzio passava attraverso le famiglie che in tanti modi erano coinvolte in situazioni di coppia insostenibili (disamore, violenze, soprusi, separazioni di fatto, unioni provvisorie…) e che vedevano nella nuova legge la speranza, la possibilità di soluzioni altrimenti irrisolvibili.

La cultura si stava modificando adattandosi a nuove mentalità che sfuggivano sia al controllo dei partiti (tutti tiepidissimi sulla questione, tranne socialisti e radicali), della Democrazia cristiana e Movimento Sociale Italiano in particolare e della Chiesa cattolica italiana che vedeva minato il principio dell’indissolubilità. Tuttavia, parte del mondo cattolico si stava schierando a favore della legge.

La preparazione al referendum sarebbe stata uno psicodramma collettivo con partigiani dell’una e dell’altra parte, con politici, giuristi, matrimonialisti e preti allo scontro diretto: in particolare sulla stampa quotidiana (ma alcuni settimanali di punta, come Panorama e l’Espresso prendevano netta posizione in favore del mantenimento della legge in vigore). La televisione (che poi era la Rai) usava le pinze del ragionevole dubbio pur rendendosi conto che la discussione, delicata fin che si vuole, era diventata il tema principale di quei giorni.

La “campagna” referendaria durava da mesi e, avvicinandosi il giorno del voto, si percepiva il cambiamento in atto in tutte le fasce sociali del Paese. Decidere se cancellare una legge (utile, indispensabile, moderne e civile) o mantenerla, con un tratto di matita copiativa, stava diventando un gesto di responsabilità dei cittadini: maschi e femmine, credenti, atei, indifferenti a qualsiasi religione, ma finalmente liberi di esprimere il proprio giudizio su una questione di vitale importanza per la società diventata moderna.

Erano le donne, in particolare, a sostenere la giusta causa rifiutando la cancellazione del “divorzio” consapevoli del cambiamento in atto sia nella famiglia che sul lavoro, nel rapporto con gli altri, nello scardinamento di abitudini secolari (il tradimento maschile, per esempio, giustificato come ineluttabile) e vedevano, nel divorzio, non il fallimento di un “progetto di vita insieme” (frase tipica dei predicatori a difesa della famiglia), ma la possibilità di rinnovare la propria esistenza con un nuovo compagno, altri figli, diverse e più entusiasmanti esperienze.

Il voto al referendum appariva ambiguo a causa del quesito posto sulla scheda: vuoi cancellare la legge? Scrivi Sì; vuoi mantenerla? Scrivi No. Era contorto, ma chiaro invece nella mente degli italiani che, il 12 maggio 1974, decidevano in massa di andare alle urne (87% di votanti) e di mantenere in vigore la legge con solo il 40.74% per l’eliminazione e il 59.25% a favore del divorzio. Una vittoria netta nelle città e un poco più bilanciata nei paesi di minime dimensioni (dove la propaganda tradizionalista era stata più diretta). In provincia di Como la partecipazione era altissima (92.08%) ma vinceva– per una manciata di voti – il Sì (50.74%) contro un 49.26 per il No.

 

 

La passione civile ha sempre animato Luigi Fagetti, indirizzandone la vita professionale e l'impegno sociale. Como: città sempre amata anche nei momenti di crisi.

 

Ricco corredo iconografico; rigore scientifico e alta leggibilità. L'intera vicenda del Teatro comasco: architettura, artisti, spettacoli. Una storia lunga due secoli.