STORIA a Memoria. 13_Lavoratori

STORIA a Memoria. 13_Lavoratori

 

 13_Lavoratori

Festa del Lavoro o dei Lavoratori? Sembrava un’insignificante differenza, ma non lo era. Era fasta, anche a scuola, e talvolta era occasione di un bel “ponte” che allungava la vacanza; era una festa politica, ma sembrava allegramente popolare: con bandiere, la banda e spesso i canti. Era una festa di chi il lavoro l’aveva (e anche sicuro) e chi invece non l’aveva o risultava precario. Era una festa per tutti. Nonni e genitori ci portavano volentieri i nipoti o i figli: una sorta di battesimo della politica o della socialità che metteva il lavoro dentro la sfera della “sacralità”.

Il corteo che partiva da lontano percorreva le principali strade della città e riuniva nel capoluogo migliaia di lavoratori, allegri e spensierati, così sembrava. Il lavoro non mancava e l’entusiasmo era trasmesso dai suoni, dagli slogan, dalle risate, dalle bandiere: rosse, soprattutto.

Il Primo Maggio nasceva da lontano: dagli Stati Uniti d’America – nella seconda metà dell’Ottocento – dove il contrasto tra masse di lavoratori e industria (impresa spesso condotta dai padroni in modo duro e incapace di mediazioni) si era espresso in forme di lotta, repressa in modo violento, con morti per le strade, processi sommari e impiccagioni.

Quasi subito il Primo Maggio (in ricordo di quei fatti) sarebbe diventato un giorno di riflessione internazionale dedicato al lavoro e ai problemi della garanzia del salario, della sicurezza in fabbrica e nei cantieri, del coinvolgimento di maestranze femminili, contro i licenziamenti immotivati, per ottenere maggiori diritti e per diminuire il numero di ore lavorate giornalmente che diventavano otto, ma sabato compreso. Industriali, imprenditori e governi non erano in accordo e non subito furono concesse le richieste delle associazioni dei lavoratori. Ma la grande, continua e costante adesione e lo spirito di coesione dei lavoratori, che il Primo Maggio rappresentava, consentivano, di anno in anno, l’estensione della festa in quasi tutti i paesi del mondo.

Nel 1899, a Parigi, i delegati socialisti della Seconda Internazionale ufficializzavano la giornata in Europa; due anni dopo la organizzavano anche i socialisti in Italia. Resisteva fino al 1924, ma il fascismo l’anticipa al 21 aprile in concomitanza con il cosiddetto “Natale di Roma” e però fissandola, per la prima volta, come giorno festivo e attribuendole il titolo di “Festa del Lavoro”.

Con la caduta del fascismo, dopo la Seconda Guerra mondiale, la “Festa del Lavoro” tornava alla data storica e mondiale del Primo Maggio e lentamente il significato si spostava dal concetto del lavoro, in quanto attività, diritto e impegno (pur espresso dall’Articolo 1 della CostituzioneL’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro…”) a una nuova concezione: “Festa dei Lavoratori” in quanto soggetti protagonisti e parte determinante dell’economia, dello sviluppo e della vita dei propri paesi.

La festa (per definizione social–comunista) era anche il naturale momento collettivo per chi socialista o comunista non era. Perché univa i lavoratori, soprattutto delle manifatture, consapevoli del loro peso economico e sociale nel sistema produttivo dell’Italia del dopoguerra. A poco o nulla, del resto, era valsa l’idea di separare i cattolici dal resto del mondo lavorativo, inventando una festa particolare, quella di San Giuseppe lavoratore (dal 1955, il 19 marzo, indetta da papa Pacelli, Pio XII). Quella di marzo era e rimaneva una festa religiosa, graditissima, ma di “precetto” ovvero con messa obbligatoria e con un intento riduttivo rispetto alla manifestazione originale.

Il Primo Maggio era tutt’altro. Nasceva da lontano e si percepiva come occasione di crescita universale e condivisa da tutti e, a poco a poco, si estendeva dalla classe operaia alle altre categorie che prendevano consapevolezza della responsabilità di ciascuno (dentro la collettività dell’impresa e della fabbrica, della banca o della scuola…), della qualità del lavoro (conoscenza e controllo del prodotto, verifica dei risultati) e di rivendicare il giusto salario. Anche dalla quantità di ore lavorate durante la giornata e del tempo libero che, per ciascun individuo uomo e donna, rappresentava sempre di più una parte importante della vita.

Non era, il tempo libero, una conquista da poco perché si voleva dedicarlo al miglioramento dell’istruzione (con le “150 ore”), della propria cultura, ai rapporti famigliari, al benessere individuale e collettivo. Il Primo Maggio era dunque una giornata di condivisione di esperienze nuove; un confronto di piazza che metteva in rapporto donne e uomini, lavoratori lontani, mestieri differenti, professionalità che andavano ad arricchire il già grande patrimonio di esperienze.

Il Primo Maggio era una giornata di verifica della situazione del Paese; dunque una giornata di festa, ma anche di politica attiva che dalla piazza mostrava la forza reale delle masse produttive spesso contro un padronato considerato distante, incapace, estraneo alle reali necessità dei lavoratori.

Era una festa, ma anche un tempo di contrasto tra le classi che, in momenti successivi, si sarebbero faticosamente raggruppate, unendo i sindacati delle tante categorie, in un’unica grande organizzazione sindacale. A problemi comuni, soluzioni condivise. Con molta fatica e numerosi risultati.

 

 

La passione civile ha sempre animato Luigi Fagetti, indirizzandone la vita professionale e l'impegno sociale. Como: città sempre amata anche nei momenti di crisi.

 

Ricco corredo iconografico; rigore scientifico e alta leggibilità. L'intera vicenda del Teatro comasco: architettura, artisti, spettacoli. Una storia lunga due secoli.