Storia a Memoria. 12_Liberazione

Storia a Memoria. 12_Liberazione

 

 12_liberazione

Liberazione: una parola che è venuta dopo. Prima c’erano narcisate, passeggiate, scampagnate in montagna e questo era il 25 aprile. Una giornata di festa senza messa e processioni. Come il Primo maggio che però aveva il corteo.

La Festa della Liberazione era ignorata dalla prassi scolastica e scivolava come l’olio tra le vacanze di Pasqua e il Primo maggio: Festa del Lavoro. Semmai si diceva “vacanza” e la si metteva in forma di calendario “25 aprile” così da sembrare una data come un’altra; una festa tra le tante.

La scuola dell’immediato dopoguerra aveva quell’enorme capacità di essere conservatrice senza darlo a vedere; di essere portatrice di valori (Dio, patria, nazione, famiglia, chiesa, risparmio…) tenuti in sottotraccia, mostrati come assoluti e non discutibili, universali. Le guerre, per quel poco che arrivava sul sussidiario (breviario insostituibile dello scolaro perfetto) erano una tappa e scandivano i tempi della storia: puniche, barbariche, risorgimentali.

La prima Guerra mondiale era parte di un grande affresco dai contorni sfumati. Si sapeva che c’erano state disfatte (ma con onore e ci son sempre alti e bassi nelle cose della vita e anche nelle vicende delle nazioni) e comunque fu vinta: 4 novembre (un’altra festa per la scuola!).

   A ricordare quei tragici eventi c’erano i canti degli alpini (che si gorgheggiavano in classe), le intitolazioni alle scuole, i nomi delle vie, delle piazze, gli eroi della patria, i generali (mai codardi, mai incapaci), i battaglioni, i soldati, i morti. La storia finiva a quel punto. Didattica e pedagogia e anche storiografia sostenevano: meglio così. Ci vuole riflessione, distacco dagli eventi, lontananza dai fatti, valutazione delle testimonianze, decantazione… come fosse vino. Invece era sangue di cui si parlava poco e sparso invano: come vino da niente, appunto.

Non c’era famiglia, tuttavia, che non avesse avuto – tra i suoi – un nonno al fronte, un prozio caduto, una qualche parentela distrutta nel Grande Terribile Primo Conflitto Mondiale: il primo incredibile disastro dell’intera umanità. Ma si contavano le battaglie, si cantavano le vittorie e si elencavano i morti solo sulle lapidi dei Monumenti ai caduti sorti a centinaia e migliaia in tutti i paesi.

La Storia finiva lì e chi ci arrivava era fortunato; giungeva appena appena agli albori del fascismo e all’alba del sol dell’avvenir che sarebbe tardato a sorgere ancora tanti anni. Non era per nostalgia o strisciante retro ideologia che maestri e professori non ne parlavano; che i programmi neanche contemplavano; che i genitori tacevano e che la chiesa copriva col suo manto profumato d’incenso, di canti mariani, anni santi, processioni a non finire. Non era per paura; era per voler dimenticare. Ed era comprensibile perché il fascismo non era passato invano attraverso la società italiana lasciando una striscia di paura in ciascuno e in tanti che s’erano compromessi; oppure non avevano capito o anche non avevano avuto necessità di capire: perché, che cosa?

Raccontare il fascismo agli scolari sarebbe stato complicato perché magari i loro padri e madri, i loro zii e zie, i loro nonni…
Come una piovra nera e mortale, per un ventennio fino alla seconda Guerra mondiale e poi durante la Repubblica Sociale Italiana, il fascismo era entrato nella società, nella famiglia, nelle case, nella testa di molti italiani: consapevoli o inconsapevoli.

Si poteva – ed era stato fatto – raccontare agli scolari delle benefiche Colonie (mari e monti), della Festa degli alberi, della ginnastica salutare, del Sabato e della Befana (però fascista), dei treni in orario, dei Patti lateranensi (altra bella festa scolastica l’11 febbraio), della divisa che rendeva tutti uguali: poveri e ricchi, nelle fotografie in bianco e nero.

Dunque, si taceva del fascismo, delle violenze date e subite, delle cattiverie e delle deportazioni dei dissidenti, della limitazione delle libertà individuali. Eppure, in molte famiglie, “deportazione” non era solo una parola bensì un fatto concreto, noto e ben conosciuto di cui si sapevano i soggetti: le questure e i questurini, la milizia, la polizia segreta non erano, nei paesi e in città, entità metafisiche. I loro componenti avevano nomi e cognomi e – ancora – una buona reputazione. A furia di dimenticare ci si era scordati la separazione tra buoni e cattivi, tra bene e male.

Ci voleva poco e alla fine la parola “liberazione” incominciava a pulsare nei testi, nei giornali, nei libri, nelle canzoni, nei film, negli spettacoli. Ne compariva anche un’altra: Resistenza.

Il corpo docente lentamente cambiava, per raggiunti limiti d’età o propriamente di testa; abbandonava la paura che ne soffocava la libertà di pensiero limitandone i modi d’insegnamento e, magari fuori dagli schemi e sicuramente dai programmi, a scuola comparivano i primi testimoni: nonni che erano stati partigiani (dunque di “parte”, ma di quale parte si chiedevano gli scolari?): e poi le nonne che erano state staffette. Qualcuno ricordava che nei solai della casa erano stati tenute in gran segreto famiglie ebree. Perché?

La scuola incominciava a farsi domande e – com’è buona prassi – si cercavano risposte sui libri evasivi se non mentitori. Di tutto quello di cui si parlava intorno al 25 aprile non v’era traccia o quasi, non una parola. Perché?

Era semplice passare dalla curiosità ai fatti registrando le voci vere dei testimoni (i primi mangiacassetta), disegnando le cartine delle operazioni in montagna, recuperare foto (poche), portare qualche oggetto e persino armi (subito sparite, ovviamente). Il gran teatro della memoria collettiva si apriva su una scena inimmaginabile e su storie, magari minime, ma sempre raccontate con sofferenza ed emozione. Una nuova Storia prendeva corpo davanti agli occhi di scolari attenti, curiosi e stupefatti. Conoscevano una nuova identità di molti loro parenti e si riaccendevano vere passioni politiche. Con un nuovo spirito molti incominciavano a riprendere parte (o possesso) del 25 aprile finalmente Festa della Liberazione. Lasciando i narcisi nei prati fino alla domenica successiva.

 

 

La passione civile ha sempre animato Luigi Fagetti, indirizzandone la vita professionale e l'impegno sociale. Como: città sempre amata anche nei momenti di crisi.

 

Ricco corredo iconografico; rigore scientifico e alta leggibilità. L'intera vicenda del Teatro comasco: architettura, artisti, spettacoli. Una storia lunga due secoli.