Storia a Memoria. 10_Austerity

 

 10_austerity

Quando, sul finire del 1973, si concretizzò la prima crisi energetica dell’era postmoderna non ci volle molto, alle menti più acute, intuire che quel momento sarebbe stato il finale del boom economico, la condanna dello spreco e il funerale dell’entusiasmo compulsivo di massa.

I provvedimenti restrittivi - all’inizio - avevano irritato qualcuno riportandolo all’interno delle regole e del risparmio dopo che aveva scorrazzato libero per un paio di decenni tra sprechi e inutilità; non era stato facile, ma alla fine erano stati accettati. Mancava il petrolio e il popolo italiano, già ben motorizzato, si era spaventato all’idea di dover tornare ad usare i piedi. Siccome - ancora - non li aveva destinati del tutto al ragionamento era riuscito a comprendere la gravità della situazione e di abbastanza buon grado aveva accettato le norme restrittive.

Si trattava di un cambio epocale nei costumi e nelle abitudini che avrebbe inciso sulla concezione stessa della vita che ciascuno aveva, allora.

Eravamo richiamati ad una maggiore consapevolezza ecologica. Venivano usate per la prima volta dalla stampa espressioni come: targhe alterne, risparmio energetico, trasporto collettivo, con uso razionale dei mezzi e – alla gente – apparvero (d’uso comune) parole come: ambiente, territorio, inquinamento. Nella cortina fumosa di un mondo vecchio e malamente motorizzato ogni auto produceva una quantità d’inquinamento pari ad una fabbrica in produzione attiva; però si era aperto uno squarcio che, oltre al sereno, permetteva di scorgere qualche barlume di intelligenza nella popolazione.

«Spegnere la luce» non era più intesa come un’imposizione sparagnina, ma come azione contro lo speco inutile; così come «tubo di scarico» non fu più considerato, da allora, l’eccitante didietro dell’auto potente e roboante, ma un fastidioso spurgo inquinante.

La circolazione era permessa, per numerose domeniche, in alternanza alle targhe dispari o pari e consentiva una visualizzazione degli «altri» come soggetti inquinatori e di «noi» come controllori. Si rafforzavano le associazioni ambientaliste (con personaggi un po’ scienziati, abbastanza naturalisti, talvolta esagerati, ma sempre sinceri) non solo e non più feudo di qualche nobiltà sensibile e non più gratificata d’occuparsi dei vasti suoi possedimenti, ma ansiosa di estendere i propri “domini culturali” oltre il muro di cinta.

Le associazioni, dunque, si aprivano al contributo di molti e altri cittadini; i temi legati al territorio entravano nella scuola ed erano occasione di incontri, dibattiti e discussioni aspre e costruttive.

I giornali e le riviste erano passati dalla cronaca folcloristica degli automobilisti appiedati (e stupefatti di riuscire ancora a camminare) agli interventi diretti al buon uso dell’ambiente, alla critica positiva, alle inchieste sui modelli di vita e di produzione fino alle denunce con titolo, nome e cognome dei responsabili.

Le città, con nuclei storici, incominciavano a ripensare al rapporto “distanza, uomo, auto”: non era una filosofia, ma una necessità che avrebbe portato alla creazione di zone pedonali a poco a poco con esclusione dei veicoli. Ci fu battaglia tra i sostenitori della ZTL e gli oppositori (soprattutto commercianti), ma alla fine vinse il buonsenso.

Veniva usato - forse per la prima volta - l’epiteto “inquinatore!” uno dei più gravi insulti che si potessero ancora dare agli individui (ed aveva sostituito perfino qualche colorita bestemmia).

La televisione, ancora non del tutto a colori, dedicava grande spazio alle gite fuoriporta, alla scoperta di veicoli non inquinanti, al trasporto pubblico, al verde, alla natura. La bicicletta non era più un mezzo di trasferimento a basso costo, cioè niente; non era solo lo strumento di giochi e scorribande dei ragazzi e dei giovani scapestrati in attesa del motorino. In precedenza, era già stata - senza troppi rimpianti - quasi del tutto abbandonata dagli operai che preferivano raggiungere le fabbriche con altri mezzi più moderni e veloci, anche se costosi. Recuperata dai ripostigli, la bicicletta tornava ad assumere un ruolo nel trasporto urbano. Anche in città antiche, sfavorite da forti pendenze, molti «signorini e signorine» che l’avevano trascurata per una «Cinquecento» magari Abarth avevano ritrovato il piacere di servirsene per non lasciarla più.

La cosiddetta “Austerity”, derivata da una crisi delle forniture di petrolio causata da una guerra in Medio Oriente, era dunque l’occasione imposta di una crescita culturale e il risultato di una sensibilità indispensabili per impedire ad un’umanità imbelle di trasformare il Mondo in una pattumiera schifosa.

Era anche un momento di riorganizzazione delle abitudini: teatri e cinema iniziavano con anticipo l’ultimo spettacolo, le decorazioni natalizie erano o eliminate o ridotte al minimo, la televisione anticipava gli orari della «prima serata» per evitare un evidente spreco di energia (risparmiando anche sulle idee). I telegiornali, con pochi servizi e molti mezzibusti erano abbreviati di qualche minuto e pure costretti a non “sforare” nei tempi. Gli orari dei programmi tv, per qualche mese, iniziavano con regolare puntualità. Ma sarebbe durato poco. Molti incontri politici e le riunioni delle associazioni erano spostati alle 20 e trenta. Un po’ triste, ma molto sano.

Era insomma un’occasione di riflessione sulle inconsapevoli abitudini di tutti; naturalmente non fu indolore, ma il sacrificio era compensato dalla presa di coscienza che la quasi totalità dei cittadini iniziava ad avere. Fu un evento culturale e sociale che avrebbe segnato indissolubilmente la vita contemporanea.

Da quei tempi, da quello spirito, nacquero una diversa concezione del rapporto tra l’uomo e l’ambiente che qualche frutto - non miserello - ha dato in questi anni con leggi migliori, attenzione al paesaggio e una maggiore disponibilità ai sacrifici necessari.

 

 

La passione civile ha sempre animato Luigi Fagetti, indirizzandone la vita professionale e l'impegno sociale. Como: città sempre amata anche nei momenti di crisi.

 

Ricco corredo iconografico; rigore scientifico e alta leggibilità. L'intera vicenda del Teatro comasco: architettura, artisti, spettacoli. Una storia lunga due secoli.