Storia a Memoria. 09_Fiere

 

 09_Fiere

La Pasqua era bassa o alta. Era il tempo della festa e delle fiere; si metteva in mezzo all’anno scolastico ed era, come continuavano a ripeterci, “variabile”. Cioè: non come il Natale che era “fisso”. La variabilità poneva – ovviamente – seri problemi nell’organizzazione delle vacanze che, comunque salissero o scendessero dal calendario, erano – sempre – graditissime. Primaverili, anche.

Il primo impatto con la Pasqua era passato dall’ortografia: con la c, con la q; dove si metteva la u? La maestra pazientemente spiegava le differenze tra cuore, scuola, quadro, soqquadro, squalo fino a pasqua. Un garbuglio lessicale che metteva a dura prova l’intelligenza di molti. Superato il blocco linguistico, la Pasqua si presentava come la prova della modernità. Nelle famiglie alle prese con le prime vacanze, le prime automobili, i televisori in bianco e nero e il benessere alla porta si aprivano nuovi mondi. Altre esperienze fuori dalla casa, dalla parrocchia, dal paese, dalla città. Natale con i tuoi – rammentavano - e Pasqua con…  finalmente come ti pare.

La Pasqua era la conclusione di una settimana davvero santa che partiva con una serie di cerimonie alle quali tutti i ragazzini partecipavano con dedizione.

Dalla Domenica delle palme (processione in chiesa e distribuzione di rachitici rametti d’ulivo) alla Domenica di Pasqua l’arco delle liturgie trovava il culmine in alcune celebrazioni di grande effetto (e di notevole impegno). Le vacanze scolastiche, di fatto, iniziavano con le celebrazioni della “Messa in coena domini” del Giovedì santo. Il significato per i cristiani era evidente, ma tutti i ragazzini chierichetti coglievamo – come dire – l’aspetto coreografico e talvolta scenografico e la divisione, nonché l’attribuzione, dei ruoli era occasione di grandi scontri per partecipare alle cerimonie.

Si facevano le prove già nel pomeriggio del mercoledì (iniziavano le vacanze) e poi del giovedì distribuendo carichi (candelieri, navicelle, turiboli) ed incarichi (il cerimoniere, soprattutto) secondo l’età, la competenza, la dedizione al servizio (quante messe mattutine servite durante l’anno scolastico!), la partecipazione alla dottrina domenicale e via elencando.

Ai piccoli spettava la navicella (poco peso e molto effetto) ai più esperti il turibolo, detto confidenzialmente “fuoco”. Pericoloso, eccitante, di gran prestigio ed eleganza. Nel mezzo i chierichetti “di fila” capaci di portare appena un candeliere o, al massimo, le ampolline. Importantissimo era il “batacchio” che sostituiva il campanello al momento dell’elevazione. La partecipazione dei chierichetti era enorme in quel giorno, ma dopo che il Concilio introdusse la “lavanda dei piedi” ci fu qualche defezione.

Il Venerdì santo era una giornata molto seria. Quasi magica. Incapaci di valutare la densità del significato i chierichetti tuttavia si esibivano in funzioni molto studiate e interpretavano la loro parte con attenzione. Soprattutto i più grandi che davano un contributo portando volentieri la croce a nome di tutti.

Il culmine era la notte del Sabato santo con il rito del fuoco e della luce. Preparare il braciere in piazza era un incarico ambito; portare le candele o seguire il cero pasquale era l’ultimo livello raggiungibile nella categoria. Nella chiesa buia in attesa della “luce” pasquale il “flectamus genua”, seguito dalla sospensione prima del “levate!”, dava il ritmo ad una partecipazione molto sentita, anche se tutta esteriore. La messa di Pasqua, ciò nonostante non aveva alcun fascino paragonabile a quella del Natale (opinione fanciullesca affatto condivisa dai preti).

Terminate le grandi cerimonie in chiesa iniziavano quelle casalinghe e tutte all’esterno.

La Fiera di Pasqua: mitica, attesissima, eccitante. Esplosione di novità che, a guardarle oggi, farebbero sorridere, ma ci si accontentava. Le bancarelle, ricche di storia e cariche di una tradizione secolare, stavano in viale Varese a Como proprio nel viale (non c’erano ancora i giardini sotto le mura e quella zona, proibita ai bambini, si chiamava “foresta vergine” e già il nome ne precisa significato e funzione). La Fiera, unita a quella solita del cosiddetto Mercato (scoperto) diventava per quasi una settimana (poi ridotta dal Mercoledì santo al Lunedì dell’Angelo) un vero emporio di novità.

Allora come oggi era frequentatissima e calavano in città migliaia di turisti e visitatori e anche devoti che approfittavano per unire acquisti e Bacio del Crocefisso. Profano e sacro si mischiavano in allegria dando a tutta la città un carattere di festa popolare non frequente.

Si diceva ai genitori “Andiamo in fiera” sapendo di mentire. Infatti, ai ragazzini, quella merceologica interessava molto molto meno di quella “Fiera” che stava a lato del Cosia ancora parzialmente scoperto: neanche 500metri distante, poco dopo la Questura. Là, al “Luna park”, c’era il vero divertimento delle vacanze pasquali. Autoscontri, Ottovolante, Pista delle auto, Gabbie, Calcinculo… erano la meta più ambita. Costavano poco e, di pomeriggio, facevano anche sconti. Andarci di sera era più complesso (e dipendeva dall’età) col rischio di trovare qualche fratello maggiore o – peggio – un genitore impegnato nel tiro a segno. Era comunque una zona franca dunque libera. Bastava varcarne la soglia per entrare in un grande e rutilante gioco, non digitale. Era ancora la Pasqua della semplicità.

Inoltre, la primavera, favoriva in quei giorni di festa il pranzo in trattoria e le gite fuori porta diventavano un’abitudine sempre più diffusa e frequente. Non ci volle molto tempo perché la gita si trasformasse in una vacanza e che il viaggio culturale (Venezia, Roma, Firenze) in vacanza spensierata. Con una rivoluzione: in pochi lustri la santificazione attraverso la Pasqua sarebbe passata dal confessionale per la salvezza eterna (“almeno una volta l’anno”) all’agenzia di viaggi.

 

 

La passione civile ha sempre animato Luigi Fagetti, indirizzandone la vita professionale e l'impegno sociale. Como: città sempre amata anche nei momenti di crisi.

 

Ricco corredo iconografico; rigore scientifico e alta leggibilità. L'intera vicenda del Teatro comasco: architettura, artisti, spettacoli. Una storia lunga due secoli.