Storia a Memoria. 05_Neve

 

05 - Neve

Nevica: “Finalmente…”, dicono i bimbi; “Non ci voleva.” pensano i pendolari, gli automobilisti, i lavoratori in genere; “Che disgrazia!” imprecano gli amministratori costretti a usare i fondi di riserva, tratti delle magre casse comunali, per interventi di pulizia straordinaria. La “bianca coltre” non mette d’accordo tutti. Così da sempre.

Neve necessaria, si leggeva sui libri di lettura delle elementari quando la maestra segnava i tratti di prosa da commentare il giorno dopo e le poesie da imparare a memoria. Quasi tutte dimenticate. Neve nei disegni che si facevano sulla carta nera, comprata apposta da mamme previdenti, meteorologhe senza ambizioni se non quella di aiutare i figli a scuola. Neve fatta con la matita bianca, la china densa (che macchie!), col pennino campanile, roba da professionisti.

Durava poco, la neve, ma bastavano due tre giorni per mettere in difficoltà. Pendolari a parte (quelli che prendevano battelli, corriere o treni) il resto della popolazione “attiva” viaggiava a piedi; attrezzata – in via eccezionale – da pedule squinternate o – per alcuni – da primitivi scarponcini da sci. Semmai, qualche sciarpa in aggiunta e una cuffia fatta dalla nonna.

Case e scuole (elementari e medie, ma anche superiori) distavano al massimo qualche centinaio di metri. Alunni e studenti vi si recavano da soli o in gruppi di vicinato, liberi di andare (meglio se puntuali) e di tornare con qualche mezz’ora di ritardo (scuse pronte non mancavano mai). Bambini, bambine e ragazzi in genere vivevano in totale autonomia e nei giorni di neve era loro concessa un’ulteriore libertà di divertimento e di gioco. Solo gli studenti delle superiori che risiedevano distante dal capoluogo erano condizionati dall’uso dei mezzi pubblici e dagli orari; alcuni – talvolta non pochi – erano ospiti di convitti o collegi e frequentavano magari scuole pubbliche, con obbligo di rientro ad ore stabilite.

La neve era magnifica quando capitava a caso, inattesa. Dalle ampie finestre delle scuole si percepiva la trasformazione in atto: dal nero delle nuvole di pioggia, al grigio della nebbia e – finalmente – al bianco della neve. Tiene, non tiene, resta, si scioglie… erano i commenti e le speranze dei piccoli che vedevano solamente il bello delle diversità del tempo. Il Meteo, non ancora televisivo (Edmondo Bernacca sarebbe arrivato alla metà degli anni Sessanta, per vent’anni, con “Che tempo fa?”, era solo radiofonico con appuntamenti giornalieri seri e schematici “Bollettino meteorologico del tempo in Italia” e un rosario infinito di temperature minime e massime, all’ora dei radiogiornali. Cauti nelle previsioni, i programmi Rai lasciavano tutto alla sensibilità dei calli di anziani e delle giunture degli adulti. Un metodo comunque quasi infallibile.

La neve frenava l’economia con un inevitabile blocco nella produzione industriale (l’Istat segnalava sempre la caduta verticale di quei giorni e la negatività sul Pil). Ovviamente i dati non sconvolgevano le notti dei commercianti ai quali bastavano le preoccupazioni dei giorni di neve: spalare, gettare il sale, assicurarsi dell’incolumità dei clienti e verificare il passaggio dei mezzi di spalo. Inoltre, come da avvisi municipali affissi per tempo, si scatenava la corsa al posto di “spalatore”; lavoro al freddo, faticoso, ma non poco pagato e anche rimborsato dal gradimento generale dei cittadini che provvedevano, in proprio, a fornire generi di conforto (thermos di caffè, qualche dolce, panini e l’immancabile grappino…). Disoccupati o sottoccupati aspettavano il tempo della neve per raggranellare il contributo comunale e arrotondare le magre entrate.

Il lavoro umano si affiancava allo spazzaneve meccanico, vera meraviglia. Montata una lama obliqua su un motocarro appesantito, il mezzo liberava il centro della strada spostando la neve ai lati in grandi mucchi longitudinali. La massa andava poi eliminata con pale e badili; insomma un doppio lavoro che coinvolgeva addetti occasionali, ragazzi, spazzini e portinai.

A quel tempo, negli anni dopo la seconda Guerra mondiale, la neve in città seguiva il calendario: mai di novembre, un accenno ai primi di dicembre, il massimo verso la fine del mese e Capodanno con gennaio, raramente a febbraio e marzo. Negli altri mesi era considerata “fuori stagione” un’eccezione sgradita, persino una calamità (come sarebbe avvenuto anni dopo, un paio di volte, alla metà degli anni Ottanta).

La neve a Natale era il massimo della poesia e del sentimento. Uscire di casa al freddo della Viglia, passeggiare per le strade insieme ad altra gente benché fosse notte, entrare in chiesa (poco riscaldate tranne che dalla concentrazione di umanità) e tutto al buio e poi uscirne e trovare la piazza, le strade, i tetti coperti di neve… era il più bel regalo di Natale. Qualche volta è davvero capitato.

Era esattamente, per bambini e bambine (ma anche per gli adulti), la precisa trasposizione delle figure che ogni libro di lettura riportava con insistenza sulle pagine del tempo d’inverno. I disegni di quei libri sembravano tratti con cura dalle visioni delle città e dei paesi reali. Le persone vere e le figure disegnate sembravano combaciare.

Un mondo dolce e caro, pieno di illusioni e di teoriche bontà. Non mancavano le preoccupazioni per coloro che avevano meno o addirittura niente. Un cartellone campeggiava in piazza del Duomo con un cuore pulsante e rosso (disegnato!) e una scritta “Il grande cuore di Como” e una fessura per le offerte. Si raccoglievano indumenti, alimenti, generi di prima e seconda necessità per le famiglie “bisognose” e le parrocchie si organizzavano in gruppi di sostegno molto attivi e comprensivi dei bisogni di alcuni residenti. Per i “senzatetto” (ma non avevano questo nome, allora, semmai erano i “barboni”) l’Ozanam in via Napoleona (e altre case in provincia) offrivano vitto e protezione per la notte

Nevicava e nevicava, ma la comunità più felice non dimenticava gli altri meno fortunati (si diceva così) ed era un modo concreto, poco o niente burocratizzato, inventato anche al momento, per intervenire prontamente dove e quando vi era bisogno. Chiamati dalla neve a scavare sotto la “bianca coltre” per rendersi conto della vera e dura realtà.

 

 

La passione civile ha sempre animato Luigi Fagetti, indirizzandone la vita professionale e l'impegno sociale. Como: città sempre amata anche nei momenti di crisi.

 

Ricco corredo iconografico; rigore scientifico e alta leggibilità. L'intera vicenda del Teatro comasco: architettura, artisti, spettacoli. Una storia lunga due secoli.