Storia a Memoria. 04_Picnic

 

04 - picnic

Una cosa familiare; una festicciola popolare: questo il “picnic”. Non una novità del dopoguerra perché da tempo – da secoli – la scampagnata, la gita fuori porta e “far colazione al sacco”, erano momenti comuni delle famiglie persino povere come per le corti dei regnanti. Miseria e nobiltà.

Cronache e immagini del tempo raccontano di servitori carichi d’ogni ben di dio che anticipavano i signori negli ameni luoghi delle vaste proprietà e stendevano tovaglie immense sui prati, all’ombra. Nei cestini, le cucine di casa, avevano messo il meglio e che fosse di facile consumazione. La servitù provvedeva alle comodità.

Col tempo, il “desinare sull’erba” è diventato un momento di piacere per comitive d’amici che affrontano le rive dei fiumi liberandosi di pudori e abiti, poi un tuffo, magari. Una vera rivoluzione che i pittori dell’Ottocento fissano frequentemente su tele coloratissime. Così come i fotografi immortalano famigliole ai bagni, ai lidi e alle baite e tutte col cestino o zainetto o contenitore non ancora reinventato dal design.

Dalle nostre parti il “picnic” si chiama gita o camminata a… Palanzone, Monte Croce, Baradello, Monte Goi, Boletto e Bolettone, Bisbino… tutte mete da affrontare in compagnia, allietate da merende: sandwich o sànguìss come si diceva. Ovvero panini imbottiti: facili da fare, portare e consumare. Non erano veri picnic, ma un buon inizio[v].

L’età della scampagnata sarebbe iniziata con la diffusione improvvisa e di massa dell’automobile. Quel che erano luoghi da raggiungere a piedi, in funicolare, in battello o corriera (con limitazione delle masserizie) sarebbero diventati mete per le famiglie, già allargate. Ma con una novità: velocità di trasporto, chincaglierie e alimenti d’ogni genere, per tutte le età, nonni e bambini compresi. Una seconda rivoluzione.

La domenica, la strada stretta del Bisbino (Cernobbio) era un’autostrada impraticabile, quella per l’Alpe del Viceré (Albavilla) avrebbe richiesto il numero chiuso. Per non parlare delle Baite sulle colline, ancora raggiungibili in auto (per fortuna, oggi non più) che ospitavano gruppi e compagnie d’ogni genere ed età. Sulle rive del Lario ogni spiaggetta era buona (con o senza balneazione) e si arrivava fino alle piane di Gravedona e Sorico, allora non edificate, per piantare le tende domenicali. E tutti facevano picnic.

Non era facile, l’organizzazione. Si basava su una rigorosa distribuzione dei compiti: acquisizione delle risorse (“fare la spesa”), precottura in casa, attrezzatura conveniente (tavolini pieghevoli, seggioline, sdraio, ombrelloni…), conservazione degli alimenti (caldi e freddi e gelati, non per dire), trasporto di cose e persone, collocazione in loco, parcheggio del mezzo, allestimento. Un’esperienza indimenticabile.

Ogni partecipante aveva un incarico: sistemare l’auto era compito del padre (aiutato dai figli piccoli che vedevano solo il gioco); la madre cucinava e preparava gli alimenti e li collocava nei contenitori adatti: le pentole con coperchio trattenuto da un grosso elastico (quello dei libri scolastici) andavano benissimo. Le prime “scatole trasparenti” in Moplen sarebbero diventate in breve i contenitori preferiti (e anche più igienici).

Le figlie adolescenti, strappate dalla certa noia domenicale per un’ipotetica festa tra malviste cugine, non mostravano affanni per aiutare; i figli – sempre di quell’età – pretendevano d’essere accompagnati da un amico solitamente ingombrante e antipatico alla famiglia. Caricato il tutto e ficcate in una Seicento anche nove (nove!) persone (cinque bambini) e con un portapacchi alto come la Torre di Pisa la famiglia media poteva partire e lanciarsi verso un indimenticabile picnic.

Televisione e film e reporter, ma anche le canzonette, si occupavano del fenomeno sociale soprattutto con sarcasmo. Vedevano le masse muoversi e stare in coda verso mari e monti, con le auto cariche come i pionieri del west e col miraggio di un posto al sole o all’ombra, secondo le regioni. Filmavano i finestrini abbassati, le teste fuori, le braccia all’aria, il fumo delle troppe sigarette consumate nell’abitacolo e il volume della radio al massimo. Tutti poi cantavano a squarciagola. Insomma era una festa.

Non stava scritto, ovviamente, ma il “posto al sole o all’ombra” era di un gruppo specifico: ovunque, questa era la regola. Però bisognava arrivare a tempo e ciò era il motivo di discussioni familiari infinite: i nonni lenti, la moglie impreparata, il marito incapace, i figli insoddisfatti. La sorella, il cognato, i vicini e gli amici occasionali tutti avevano una colpa, sempre. Raramente si partiva in orario, ma infine la meta si raggiungeva di buona mattina col sole tiepido, non ancora a picco e i primi arrivati già sistemati.

La grande comunità del picnic ha nel tempo – in diversi anni – elaborato un piano di sopravvivenza collettiva che comprendeva separazione degli spazi (senza troppe liti), condivisione degli alimenti (avanzati e non), aiuto reciproco negli allestimenti delle carovane (tende, amache, ombrelloni e poi piscinette dei bimbi) e infine il barbecue.

I più anziani ricorderanno semmai lo “spiedo” asta di legno o ferro col quale infilzare la carne e cuocerla, ma non era attrezzo da picnic: era primitivo, pericoloso e incendiario. Più moderno e molto americano (ma del Sud America) il barbecue era una delle tante attrezzature riprese in Europa dalla cultura cinematografica dell’epoca. La “grigliata” nostrana (massimamente quella delle Feste dell’Unità, per intenderci) era paesana e popolare e anche complicata da griglie pesanti e fornelli intrasportabili. Con la diffusione di barbecue portatili, pieghevoli, facilmente lavabili cambiava un mondo.

Il potere del fuoco, trasmesso in linea diretta dalle Vestali alle Massaie, tornava al maschio cacciatore, predatore di salsicce e guerriero contro gli insetti; un ruolo che aveva perduto da secoli. I cibi, le braci, i tempi d’accensione e di cottura, persino il servizio diventava un rito maschile. Un breve attimo di gloria prima d’impegnarsi a smontare tutto il circo domenicale: stanchi, ma felici.

 

 

La passione civile ha sempre animato Luigi Fagetti, indirizzandone la vita professionale e l'impegno sociale. Como: città sempre amata anche nei momenti di crisi.

 

Ricco corredo iconografico; rigore scientifico e alta leggibilità. L'intera vicenda del Teatro comasco: architettura, artisti, spettacoli. Una storia lunga due secoli.