Storia a Memoria. 02_Case

 

02 - case

Le case degli anni Cinquanta non possiamo ricordarle bene, eravamo troppo piccoli; però ci hanno raccontato che non erano belle. Soprattutto non confortevoli.

Non erano fatte per abitarci, ma per viverci. Vivere in una casa significava avere un tetto, una stanza (meglio due, tre) un gabinetto e poco altro. Molte case di quegli anni erano davvero brutte, anche in centro. Le famiglie con tre, quattro o cinque componenti vivevano in locali angusti, minimi; ci stavano senza tanti problemi, ma non era comodo. Non c’erano esigenze specifiche – tipo comodità o lusso – per chi veniva dallo spavento dei bombardamenti e dall’angoscia della miseria perché l’importante era avere quattro mura e un tetto, una finestra per affacciarsi e un balconcino per spettegolare coi vicini e per coltivare il basilico. L’ascensore era un attrezzo praticamente sconosciuto e per vederne qualcuno funzionare era necessario andare da qualche parente a Milano.

Nelle case comuni, alle faccende badava talvolta una persona di servizio, detta serva o domestica o cameriera secondo il grado e la qualità della famiglia presso la quale lavorava. Erano donne che abbandonavano i loro paesini di montagna della Valtellina o del Veneto per trovare un lavoro semplice e facile in città. Semplice, ma faticoso e retribuito solitamente con vitto, alloggio e poco d’altro. Tuttavia restavano fedeli alla famiglia e ne - come dire - facevano parte ad un livello diverso; un po’ staccate dalle vicende del nucleo eppure legate dagli affetti con le persone. Potevano vivere nell’appartamento (quando lo spazio lo permetteva) oppure in stanzette sotto il tetto umili e spoglie dove passavano le poche ore della notte. Per il resto del giorno pulivano, lavavano e cucinavano e servivano in tavola i padroni e relativi padroncini; erano dunque a disposizione per l’intera giornata. Non così, invece, nelle famiglie della piccola borghesia dove il servizio era a metà con altre famiglie, ma il lavoro quasi identico.

Nelle case di ogni ordine e qualità poteva mancare di tutto, ma non la portineria che era la cabina di comando dell’edificio e stava quasi sempre nelle mani e nelle capacità di una donna speciale: la portinaia. Esperte di qualsiasi cosa (a anche di molti argomenti) le portinaie avevano nomi appropriati come che finivano in …ina, e tuttavia, a dispetto del diminutivo, erano molto rigorose e severe; dispotiche, anche, quando si trattava di tenere in ordine gli accessi: non correte sulle scale gridavano ai ragazzini; o gli spazi comuni: non si gioca nel cortile protestavano alle mamme; persino il decoro: non si stende il bucato gocciolante rimproveravano alle cameriere. Per i loro mariti poi, incaricati sovente della piccola manutenzione degli edifici, erano un supplizio perenne; ossessive e direttive pretendevano l’impossibile, ma ottenevano miracoli. Le case funzionavano, i condòmini non litigavano troppo spesso, le scale erano abbastanza pulite ed i cortili sgombri; non c’erano le auto –  non ancora – e le biciclette si sistemavano in un apposito ripostiglio chiuso e protetto.

In molte case vi era una sorta di convivenza pacifica e interclassista che sopportava la presenza di livelli sociali differenti: al primo piano le famiglie benestanti e su su fino alla servitù nelle mansarde. Il concetto di “attico” sarebbe arrivato con l’ascensore. I bambini, tutti, giocavano insieme.

I bagni erano spartani e talvolta (quando erano vasti ambienti negli edifici di tono più elevato) non mancavano di un lavatoio in graniglia per lavare i panni. Nelle case popolari si chiamavano gabinetti ed erano, di regola, messi in fondo ad un corridoio (anche all’aperto, su cui si affacciavano gli ingressi degli appartamenti) che si chiamava ringhiera. Erano comuni e condivisi dalle famiglie dei piani. Non erano igienici, ma motivo di contrasto quotidiano tra le famiglie. Per evitare che si stesse troppo al gabinetto in molti edifici i Wc erano collocati in stanzette semibuie con appena un finestrino in alto. Una soluzione molto economica perché un solo gabinetto poteva essere utilizzato da un numero elevato di utenti. C’erano diverse case che avevano adottato quella soluzione e fu piuttosto complicato far cessare l’abitudine di costruire il quel modo.

Ci sarebbero volute leggi e normative severe e soprattutto i film americani con tutti quei bei bagni ampi e lussuosi –  in marmo, acciaio e specchio – da far sognare. I divi del cinema si facevano spesso la doccia, si lavavano i denti anche quando litigavano tra consorti ed usavano la carta igienica. Da noi non c’era la carta igienica e nelle città si usavano i giornali che, tagliati opportunamente in rettangoli, venivano appesi con un gancio di ferro alla parete della stanzetta. Questa soluzione avrebbe favorito due abitudini tutte italiane: quella della lettura frammentaria mentre si sta in bagno e quella di acquistare molti quotidiani, ma di leggerli poco.

Abitare, invece, era una situazione di lusso perché significava potersi concedere spazi superflui: un’anticamera dove far aspettare i parenti, il salottino dove riceverli, il soggiorno per le grandi occasioni e la sala da pranzo per ospiti di riguardo. La famiglia viveva preferibilmente in cucina in ossequio alle antiche abitudini di semplicità e di ristrettezze. Lì venivano prese le grandi decisioni.

In cucina, coi mobili dai colori chiari verniciati e riverniciati con tinte moderne che andavano dal bianco al pisello chiaro al pistacchio scuro, sul tavolo di marmo si cuciva, si scrivevano le lettere, si sfogliavano i giornali e si cucinava mentre i ragazzi facevano i compiti; qualche volta schizzi e unti si mischiavano alle parole e bagnavano l’inchiostro che spandeva e si estendeva per tutto il foglio del quaderno; alle mamme non piaceva e neppure alle maestre. Avveniva esattamente come sul marmo di cucina delle case di ringhiera e fu certamente per non imbarazzare i figli dei ricchi che dalla cannuccia e pennino a scuola si sarebbe passati finalmente alla Biro.

 

 

La passione civile ha sempre animato Luigi Fagetti, indirizzandone la vita professionale e l'impegno sociale. Como: città sempre amata anche nei momenti di crisi.

 

Ricco corredo iconografico; rigore scientifico e alta leggibilità. L'intera vicenda del Teatro comasco: architettura, artisti, spettacoli. Una storia lunga due secoli.