Storia a Memoria. 01_Asilo

 

01 - asilo

Molti debuttavano nella carriera scolastica partendo dall’asilo che era quasi sempre delle suore, ma non era male.
All’asilo non c’era il citofono; una suora apriva la porta e chiedeva la parola d’ordine: «sialodatogesùcristo» che andava detta tutto attaccato. Se la suora portinaia rispondeva «sempresialodato» si poteva entrare.

La mattina, dopo aver sistemato il cestino che era portato da casa con merendine e pranzo, si recitava una preghierina e poi iniziavano le attività. All’asilo delle suore venivano proposte un sacco di cose carine: tagliare i foglietti, fare i disegni, imparare poesie, recitare filastrocche e cantare. Mira il tuo popolo l’abbiamo imparata lì. E pareva normale che la bella Signora potesse “mirare” a chi, pien di giubilo oggi ti onora. Poi continuava anch’io festevole corro ai tuoi piè e giù tutti a ridere: ai tuoi piè! tappando il naso con le dita, ma la suora paziente insegnava che i canti non andavano presi alla lettera come facevamo noi sciocchini e poi concludeva solennemente prega per me e bisognava ubbidirla.

Le suore erano vestite di nero dalle scarpe alla cuffia; sulla cuffia stavano dei riccioli di cartone, nero. Mi pare avessero una mantellina per nascondere le mani; sopra la mantellina nera tenevano un cordoncino di filo nero con appeso un medaglione nero. Erano tutte nere, ma non tristi.
Si facevano chiamare “madre” ma non avevano figli e se qualche spiritoso chiedeva dove sono i tuoi bambini? la “madre” sorrideva. Voi siete i miei bambini - diceva - e un poco arrossiva.

Le madri erano specializzate nel trasformarci in angeli: fissavano, sulle nostre deboli spallucce, candide ali di cherubino ritagliate nel cartone e lievemente spruzzate di brillantini appiccicati con la coccoina. Quando tutti i bambini erano angelizzati sembrava di essere in paradiso come nella pubblicità della Lavazza; però mancavano le nuvole.
Tutti insieme, poi, recitavamo cantando in apnea: Angelo di Dio - respiro - che sei il mio custode - respiro - illumina, custodisci, reggi e governa me - respiro lungo - che ti fui affidato dalla pietà celeste. Amen.

Una specialità era la cioccolata. Bollente e liquida, più rosa che marrone, ma a tutti piaceva moltissimo. Non che ci fosse ogni giorno; era riservata alle grandi occasioni: la visita del vescovo (una volta); della Grande Madre Generale (una volta) e per la circostanza di festività importanti come il Natale e la Pasqua. Non esageravano perché faceva male alla pancia.

All’asilo imparavamo parole molto difficili come aula, conclave, refettorio che erano stanze e auditorium che era il grande salone dove ogni tanto venivano rinchiuse tutte le suore a dirsi dei segreti, ma non era una prigione. Dal corridoio che lo circondava interamente, quando passavamo silenziosi e in fila, vedevamo le loro immobili ombre sedute. Talvolta anche noi andavamo nel grande salone però le porte vetrate restavano aperte. Ci portavano per farci una bella sorpresa e noi sapevamo che ci avrebbero fatto vedere le storie. Il salone era quanto di più pulito si potesse immaginare; il pavimento era lucente come un’anima beata e profumava di cera angelica. Per noi era come entrare in paradiso e ammirati da tanto splendore stavamo anche zitti. Non senza qualche spintone, tuttavia, riuscivamo ad accomodarci sulle sedie di legno davanti alla pedana. Era di legno di noce scuro, la pedana, e ancor più lucidata e perfetta del già inimitabile pavimento di marmo; il perimetro era delimitato da sostegni di legno e ottone collegati da un cordone rosso attorcigliato, grosso come la gomena di una nave, e che terminava - nel mezzo - con due stupendi enormi fiocchi in oro.

Al centro della pedana stava uno schermo di tela: il nostro primo cinema. Quelle che vedevamo erano storie bellissime di apparizioni e miracoli, di Giuseppe e i suoi fratelli, della passione di Gesù e della sua morte; erano storie che una vecchia suora leggeva con tremula emozione mentre sullo schermo si susseguivano immagini fisse in bianco e nero. Era il nostro cinema fermo e muto e ancora non sapevamo che il sonoro era stato inventato da trent’anni, ma ci si accontentava di un gracchiante e debolissimo grammofono.

Quando faceva freddo o era brutto tempo, si andava in triciclo per i corridoi; altrimenti, nelle belle giornate, uscivamo all’aperto a giocare davanti alla grotta di Lourdes. Su tutti vegliava Bernadette “Subirù” una ragazzina che aveva visto la Madonna e che per premio stava insieme con lei nella grotta, però in ginocchio.
Bello o brutto che fosse il tempo, ogni pomeriggio c’era l’ora del pisolino; non erano molto attrezzati gli asili; poiché non avevano né lettini o brandine stavamo seduti con le braccia conserte sul piano del tavolino e la testa appoggiata. Per questo molti hanno potuto, da adulti, dormire anche in piedi.

L’asilo era di colore bianco e azzurro, del resto non ricordo di aver mai visto bambine, e ci si stava dalla mattina alla sera fin quando si accendevano flebili luci che faticavano ad illuminare le aule e gli immensi corridoi. Improvvisamente i profumi di paradiso sparivano mentre dalle vetrate buie entravano le ombre e man mano che gli altri piccoli se ne andavano, quelli che rimanevano diventavano sempre più silenziosi attendendo trepidanti l’arrivo di qualche rassicurante genitore. Anche le “madri” sembravano incupirsi e si confondevano tra il chiaro e lo scuro delle stanze vagando tra i banchi semivuoti a confortare i superstiti, ma coi loro abiti lunghi e neri sembravano fantasmi in negativo e ai piccoli apparivano inesorabilmente per quello che erano: suore.

La sera, per uscire, la stessa suora portinaia aspettava sulla porta e si ripetevano le parole della mattina, ma prima di lasciare l’asilo baciavamo lo spesso medaglione di vetro nero che teneva appeso al collo. Era un bacio non obbligatorio, affettuoso e gelido che noi piccoli, comunque, concedevamo con trasporto. Un rammarico: in due anni di asilo nessuno ha capito che cosa ci fosse dentro.

 

 

La passione civile ha sempre animato Luigi Fagetti, indirizzandone la vita professionale e l'impegno sociale. Como: città sempre amata anche nei momenti di crisi.

 

Ricco corredo iconografico; rigore scientifico e alta leggibilità. L'intera vicenda del Teatro comasco: architettura, artisti, spettacoli. Una storia lunga due secoli.