Lavoro. Le donne salvano l’impresa?

 

I dati sul lavoro femminile in provincia portano all'ottimismo, ma il settore più "occupato" è quello dei servizi 

L’ufficio Studi e Statistica della Camera di Commercio di Como ha realizzato un rapporto su “Le imprese femminili in provincia di Como” con riferimento all’anno 2016. Nel report sono analizzati inoltre i dati relativi alla provincia di Lecco, che presenta caratteristiche simili.

La Presidente del Comitato dell’Imprenditoria femminile della Camera di Commercio di Como, Ornella Gambarotto, così si esprime: “I dati pubblicati sono l’occasione per il Comitato per l’Imprenditoria femminile di analizzare quanto emerge dal report relativo al tessuto imprenditoriale femminile locale, intendendosi ormai per tale quello del territorio di Como e Lecc, al fine di trarre, ove possibile, indicazioni utili per lo sviluppo e la promozione del nostro territorio. A fronte di una persistente meglio: nel 2016 è aumentato il tasso di incidenza provinciale assestando il dato a quasi il 20% (1 impresa su 5). Si conferma, come settore a maggior presenza “rosa”, quello dei servizi alla persona, con quasi il 50% del peso, mentre emerge come novità il forte incremento del numero delle imprese attive nel settore delle assicurazioni e del credito.”

Con Ornella Gambarotto,commentiamoi dati e proponiamo alcune considerazioni sulla condizione femminile all’interno del mercato del lavoro.
Le imprese femminili nella provincia di Como aumentano, come mai?
Sì, si tratta di questo; il motivo sta nel fatto che le donne si buttano, si mettono in gioco. Per esempio, dall’ultima ricerca, si può notare che molte si dedicano alle agenzie di credito o ai servizi; è il settore con maggiore distribuzione femminile.

È solo perché il sistema richiede una presenza femminile? È per capacità, intuito …?
Le donne tendono a lavorare per le imprese di servizio; se non esiste se lo creano. Altre invece si occupano di accompagnare le persone in banca, poiché molte imprenditrici femminili non si recano sole, ma con il commercialista. Proprio in questo frangente nasce la necessità di accompagnamento. Sono molte le donne che hanno agenzie di credito e che offrono servizio e assistenza durante tutte le fasi del processo.

Di cosa stiamo parlando; di un lavoro nuovo?
Parliamo di ripieghi. Quando si è al di fuori del mercato le donne s’inventano l’occupazione. Nascono nuove lavanderie, piccoli negozi di cucito per riparazioni: questi sono solo alcuni tentativi delle donne di reinventare un lavoro.

Stiamo parlando di imprese, non tanto di imprenditrici: ci sono molte imprese individuali, mentre poche sembrano le impresarie.
Proprio per questo; perché siamo fuori dal mercato del lavoro. Stiamo parlando di donne che devono contribuire al mantenimento della famiglia, poiché uno stipendio solo non basta - a meno che non si abbia una retribuzione davvero consistente -. Allora s’inventano nuovi lavori. Molte - per esempio - si sono dedicate al cucito dopo aver seguito appositi corsi; altre aprono le piccole agenzie. Poi babysitter, dog sitter… insomma cercano di sopravvivere.

Significa che non si è raggiunto il vero obiettivo occupazionale, ma che siamo solo all’inizio?
No. Non abbiamo raggiunto un obiettivo perché non stiamo parlano di un’impresa che dà lavoro, ma di un soggetto a carattere individuale che cerca di sopravvivere, senza creare lavoro. Già le imprese stabili fanno fatica a crearlo, immaginiamoci una impresa femminile che nasce oggi individualmente, con il fine di portare a casa un guadagno per provvedere alla famiglia.

Sono tante le donne rimaste senza lavoro?
Molte sono rimaste a casa e tante non vengono assunte - anche per “maternità” - che in Italia è un periodo troppo lungo. Una donna che fa carriera, non può pensare di avere un figlio a 25-28 anni, ma a 39-40, quando si è assicurata il posto di lavoro in un’azienda, che le concede due mesi, che sono già tanti, o tre: questo accade perché comincia a essere una persona indipendente, se ricopre posizione di quadro hai a disposizione meno tempo per assentarti dal posto di lavoro, mentre se si è una dipendente è sempre più faticoso trovare lavoro.

È uno dei problemi specifici dell’occupazione femminile…
Le donne sono una risorsa enorme per lo Stato, non solo per la comunità, poiché si occupano di vecchi, bambini, lavoro domestico, assistenza, volontariato - non che gli uomini se ne esentino - però le donne hanno più tempo per occuparsene. Questa non è una risorsa?

Ma i servizi offerti da Stato e Comuni sono sufficienti?
Soffermiamoci a pensare: quali sono i mezzi a disposizione di queste donne? Asili carissimi e poca assistenza. Nei paesi al Nord d’Europa pagano le tasse, ma è anche vero che lo Stato rende servizi adeguati. Noi paghiamo solo le tasse, ma i servizi non li abbiamo. Quindi è un problema di struttura, un grosso problema quello dell’Italia dove le donne non sono assolutamente assistite e di conseguenza sono costrette ad adeguarsi e ad inventarsi un lavoro.  

Torniamo all’indagine: non dobbiamo leggere i dati troppo in positivo illudendoci?
Infatti. Questi dati fissano una condizione più negativa che positiva. Vorrei vedere la resistenza di queste aziende, che se non decollano nell’arco di un anno o un anno e mezzo, chiudono. Una donna che va in pensione o prende la liquidazione, investe aprendo un piccolo negozietto.

Non è positivo?
il problema è che dopo un anno, un anno e mezzo quel negozio lo si vede chiuso.

Che cosa è successo?
Incapacità, ingenuo, superficialità gestionale. Questo è il motivo che mi porta continuamente a suggerire a molte donne di consultare preventivamente qualche esperto; di farsi seguire, di progettare e verificare. Esistono consulenze anche gratuite come alla Camera di Commercio.

E se non è un buon progetto?
 Non è fattibile? Allora devono rinunciare al progetto e tenersi i soldi senza buttarli via; molte però vogliono azzardare; hanno assolutamente bisogno di un impiego, di uno stipendio, di una risorsa. Ricordiamolo: quando vengono licenziate (perché la ditta chiude o per eccesso di personale) non saranno mai più assunte.