Recensioni. Jojo Rabbit [6/10]

Il piccolo nazista (poi redento) ha per amico immaginario Adolf Hitler

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L’idea del film è geniale: Johannes detto Jojo, un ragazzino tedesco, molto intelligente e di natura speculativa ha un amico immaginario (come spesso capita a quell’età) che chiama Adolf. Hitler di cognome. Tale amico (come succede) diviene a poco a poco qualcosa più che immaginario fino a diventare quasi reale ed a vivere una vita “concreta”, parallela col suo creatore.

Già preoccupante in se stessa, la cosa è ancora più drammatica svolgendosi in Germania nel 1945: quasi alla fine della guerra. Ed è anche tragica perché il padre è al fronte (e si percepisce poco allineato al regime) e la madre (una notevole Scarlett Johansson) è nella “resistenza” cittadina e coraggiosamente accoglie in casa una giovane ebrea che nasconde in soffitta.

Jojo, detto “coniglio” (Rabbit) più per evidente imbranataggine che per vigliaccheria, è un convinto nazista: partecipa ai campi giovanili, s’impegna nella propaganda, studia gli “ebrei” in quanto razza, popolo, esseri, individui inferiori e “talvolta mostruosi”. Ricerca su libri e fonti varie la documentazione necessaria per approfondire l’argomento e per realizzare un libro contro di loro. La madre lascia fare e quasi lo incoraggia essendo la stramberia un’ottima copertura per le proprie attività clandestine.

Finché – è inevitabile – Jojo non s’imbatte in Elsa – l’occupante misteriosa della sua soffitta – simpatica, ironica e affettuosa ragazzina, nonostante la situazione che si evolve da una antipatia ideologica e culturale fino a diventare un improbabile amore…

Intorno alla casa di Jojo il mondo s’avvia lentamente alla catastrofe finale che vedrà ancora distruzione, battaglia e morte. Però con lieve incoscienza. Ed è questa la tessitura del film Jojo Rabbit [2019] di Taika Waititi, quarantacinquenne regista e sceneggiatore neozelandese (al suo sesto film) che ha tratto dal romanzo di Christine Leunens (Come semi d’autunno). Waititi, che del film è sceneggiatore (premio Oscar), regista, produttore e interprete, è Hitler.

Geniale – dunque – la trovata e giustificabile la scelta di mettere in scena una sorta di “commedia nera” dove dolore e morte appaiono come inevitabili; come avvenimenti parte di un disegno crudele che fa da fondo alla rassegnazione di tutti: tedeschi, militari, ebrei, bambini… geniale ma poco coinvolgente; il distacco dalle cose e dai personaggi non è “straniamento” (quella distanza tra attore e spettatore) bensì superficialità. Peccato, perché Jojo (Roman Griffin Davis) è un nazistello pronto alla redenzione (si capisce subito) e perché il giovanissimo undicenne interprete è mostruosamente bravo, ironico, sconcertato, stupito di tanta stupidità (cattiveria) degli adulti ed anche della sua incapacità di vedere le cose da un altro punto di vista. E come sarebbe possibile?

Jojo è un film godibile, ma non perfetto; la mancanza di equilibrio tra la tragedia vera e il grottesco narrativo lo rende a tratti fastidioso. Il nazismo (non è la prima volta) portato a macchietta si accetta, ma il dolore di popoli e individui non può rimanere sullo sfondo di una storia – alla fine – troppo incredibile.