Piazza, bella piazza…

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Piazza Grimoldi. Si va (forse) verso la conclusione della vicenda

Piazza, bella piazza, ci passò una lepre pazza… metà filastrocca popolare, metà poesia cantautorale, potrebbe essere un’epigrafe adeguata per la vicenda un po’ paradossale, un po’ emblematica, di piazza Grimoldi che ormai si avvia verso la conclusione.
A tirare le fila ci ha provato un incontro pubblico, mercoledì 16 marzo, nel tardo pomeriggio, organizzato dall’amministrazione comunale all’interno della chiesa di San Giacomo, relitto di quel più vasto organismo che fu la concattedrale di Como, di cui un po’ per necessità, un po’ per caso, si sono indagati i resti archeologici della facciata, nascosti per novant’anni sotto un sottile strato d’asfalto.
L’incontro, con tutte le diverse voci presenti, si è sforzato di mettere ordine, di mostrare un filo logico in una vicenda che invece ai più appare un po’ senza capo, un po’ senza coda. L’esito era scontato: un progetto nato da un concorso che teneva in poca considerazione la centralità urbanistica, storica, simbolica di quella zona è stato modificato quel poco che basta per tenere nel minimo conto indispensabile la ritrovata testimonianza di quella centralità. Un po’ troppo dispendioso pensare a tenere in vista i reperti, un po’ troppo impegnativo pensare a restaurarli, e quindi per il momento ci si può accontentare di studiarli, di rilevarli, di ricostruirli virtualmente in tre dimensioni (ma comodamente delocalizzati, in modo che non ostacolino troppo il progresso), di ricoprirli senza manometterli, di consegnarli a una posterità un po’ più ricca, un po’ più interessata. E chi vivrà, vedrà.
Per il presente, se ne può indicare la traccia in acciaio corten nella risciada di ciottoli, tra i corpi luminosi che hanno preso il posto dei quattro alberelli sacrificati.
Per il passato, se ne può ricostruire la storia, illudendosi che tutti i pezzi vadano al loro posto senza contraddizioni, che quei due “campanili” tanto agognati possano bastare a se stessi, senza necessità di ulteriori indagini, senza ulteriori desideri di capire veramente cosa possano aver significato, con tutto quello che sta loro intorno.
Per il futuro, una piazza, bella piazza, in cui tanto la lepre pazza non passerà, e in cui anche i tanto accesi dibattiti di queste settimane saranno scemati.
Resta il dubbio che quella piazza avrebbe potuto essere l’occasione di coniugare la storia e l’attualità, le indagini e l’immagine, i simboli e i bisogni. Poteva essere il motore per tornare a dare un senso a una chiesa ormai dimezzata e quasi del tutto priva di funzioni, a un palazzo pubblico quasi marginale nonostante la sua centralità fisica, a dei portici ridotti (in parte) ad appendice di un esercizio commerciale, a uno spazio slabbrato perché indefinito nel suo significato attuale.
Certo la posta era alta, e impegnativi gli obiettivi, perché imponente l’eredità da elaborare.
Sarà per la prossima volta.

Fabio Cani

 

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