Ezio Frigerio: Ricordo di Mario Radice - L'articolo di Ezio Frigerio

Mario Radice

di Ezio Frigerio

Eravamo un gruppo di giovani amici, si sarebbe detto all'epoca (anni quaranta) giovani intellettuali. Il luogo dei nostri incontri: la casa in via Rovello di Ponina Ciliberti Tallone che, vedova con la figlia Aurora giovinetta, viveva a Como
da anni. Ponina, donna di grande sensibilità, assomigliava stranamente a Litz, forse a causa dei suoi folti capelli grigi, che pettinava esattamente come il maestro polacco, e come lui con grande estro suonava appassionatamente su un
pianoforte a coda che occupava metà del suo minuscolo appartamento.
Il caso volle che Mario Radice avesse il suo studio al pianterreno della stessa casa, ed essendo legato da una profonda amicizia a Ponina e al marito, accanito assertore dell'arte non figurativa e fondatore della rivista "Valori primordiali", che fu l'organo dell'astrattismo comasco, fosse spesso presente ai deliziosi concerti che Ponina
offriva agli amici. Fu cosi che il Maestro irruppe nella mia vita di giovane e forse promettente pittore, e non ricordo per merito di chi ne divenni presto l'allievo e quindi, forse, l'amico. La parola allievo, parrebbe significare che da lui
apprendessi i concetti della pittura, ma in realtà fu ben altro l'insegnamento che ebbi dal Maestro, cioè tutto cominciò con quelle parole, che sono rimaste impresse nel mio cammino, ossia quelle che introducono il libretto sulla pittura
di Cennino di Val d'Elsa: amor, timore, pazienza e perseveranza. Ma molto ancora appresi da Radice, concetti di geometria e di matematica, studi quattrocenteschi sull'importanza della sezione aurea, versi di Pitagora, ma soprattutto la supremazia del "numero": numero che domina le cose, e se si vuole parafrasare una affermazione evangelica "prima era il numero, e il numero era presso Dio ed il numero era Dio".

Solo più tardi finalmente, quando la lunga lezione di etica pittorica mi era stata impartita, si parlò di tele, di colore, di pennelli, cioè di come si prepara una tela, di come si imprime, di come si preparano i colori e delle differenti tecniche e, finalmente, come si lavano i pennelli. Ma soprattutto si parlò di etica e di morale, quella morale che Mario Radice, artista profondamente cattolico, in quel momento storico vedeva estremamente degradata, morale che non poteva disgiungere dal concetto assoluto di astrattismo. Le sue frontiere però non erano ristrette, apprezzava per esempio enormemente Picasso e certi quadri del secondo cubismo. Vedeva realizzato uno dei suoi segreti ideali: la poesia attraverso l'astrazione. Per me il cammino verso questi ideali fu breve, ma direi doloroso; abbandonare tutto un passato di cultura classicheggiante, disconoscere la fragile se pur elegante bellezza di certi pittori, ricercare i valori dei canoni assoluti in artisti che mi erano sconosciuti, fu doloroso: ma, finalmente, "quanto imparai!, quanto me ne venne" nello studiolo di Via Rovello. Apparentemente sto parlando di me, in realtà voglio parlare di "lui" del grande maestro di arte e di vita, sicuro come roccia dei suoi concetti, della perfezione di certi artisti, primo fra gli altri Piero della Francesca, poi Paolo Uccello e Mantegna, e l'Angelico, che aveva eletto a monumenti eterni al concetto assoluto su cui lui piantava le sue bandiere. Soprattutto fu pregnante il modo di impormi morale ed etica attraverso tela e pennelli, la famosa sincerità verso se stessi, di cui aveva fatto un motivo di esistenza e di cui io ancora oggi, nelle difficoltà di un mestiere che a volte mi obbliga a compromessi, sento come peccati senza perdono. 

 

Voglio ricordare Radice nel suo studio come mi riceveva, severo ma segretamente affettuoso, frate cappuccino dell'arte, filosofo della vita, ma anche spiritoso e allegro inventore di sottili ironie. Ricordo per esempio Radice che indicandomi un teschio di gesso sosteneva che fosse una minaccia per gli agenti delle tasse, oppure in una specie di retrobottega segava un asse dipinto a strisce orizzontali che poi regalava ai soliti postulanti che "vureven un quadret" dimensionato al grado di amicizia che lo legava al soggetto. Ma soprattutto lo ricordo seduto dietro il suo tavolo da lavoro con i suoi spessi occhiali e con una buffa visiera da tipografo stendere le sue divine geometrie, meticolosamente, amorevolmente, come certo avrebbe fatto un artista del Quattrocento.

Vorrei aggiungere qualche parola sulla sua arte. Comincerò col premettere che fui suo allievo sul finire degli anni quaranta fino all'inizio degli anni cinquanta, un periodo ancora fervido per lui, anche se a volte ripetitivo di modelli precedenti, ripetizione comprensibile per quella sua mania di perfezionismo. Di queste opere tengo ancora, potrei dire a capo del mio letto, un meraviglioso quadro all'acquarello sui toni verdi, che mi volle regalare e che per me è come un monito e un titolo di affettuoso conforto. Ma che dire dell'astrattismo comasco: continuo a ritenerlo il più interessante, insieme al futurismo, fra i movimenti artistici del nostro Novecento. Certo non posso avere che infinita ammirazione per De Chirico, Morandi, i vecchi Carrà, ma malgrado tutto sono convinto che la sua importanza per quel periodo fu dominante. Forse tutto ciò è legato alla presenza di un genio come Terragni che lasciò ai suoi amici l'impronta ferrea del suo compositivismo; certo la Badiali portò con i suoi disegni di stoffe un soffio di internazionalismo, certo Rho, certo le magie di Galli, certo tutto ciò fu molto importante. Se devo essere completamente sincero trovo che i "comaschi" forse perché bloccati da uno pseudo consenso del partito, non ebbero la vocazione né la volontà di lavare, parafrasando Manzoni, i panni nella Senna; forse credettero troppo ad una autarchia artistica che non permise loro di riflettere sul provincialismo della nostra estetica limitando a un oscuro nazionalismo le possibilità che una maggiore conflittualità internazionale avrebbe aperto a più vasti orizzonti. Forse questo è ahimè anche il segno invalicabile delle antiche mura che ci circondano. Termino questo mio ricordo con un addio, tardo, addirittura postumo.
Addio caro Maestro, quanto bene mi hai fatto e quanto mi hai dato nei pochi ma dolcissimi anni che abbiamo passato insieme. Nell'incrollabile fiducia nell'Eterno che ti assisteva, chissà, potrò forse un giorno riabbracciarti.

 

Ricco corredo iconografico; rigore scientifico e alta leggibilità. L'intera vicenda del Teatro comasco: architettura, artisti, spettacoli. Una storia lunga due secoli.