Addii. Guido Facchetti

 

 Guido Facchetti. Docente e amico [1945–2018]

A Cantù, l’antica Scuola d’Arte, poi Istituto d’Arte e infine Liceo Artistico sono stati una fucina di ebanisti, progettisti, industriali, artisti, decoratori, architetti di chiarissima reputazione e molti di fama mondiale. Aldilà dell’innegabile merito di ciascuno, chi ha frequentato quella “scuola” dai primi anni Sessanta, non può aver dimenticato l’apporto dei qualificatissimi docenti e dei direttori. Vi era, in quell’edificio razionalista–modernista di via Andina, il clima giusto e severo per sviluppare fantasia e creatività. Rigore e familiarità.

Quando, intorno al 1966 tra i docenti comparve Guido Facchetti (tra i quali giovani architetti, già noti scultori, pittori creativi, teorici della forma, scienziati della materia…) fu una sorpresa. Non era un “giovane”; era un ragazzo. Aveva poco più di vent’anni; meno di un lustro più di alcuni suoi allievi, ma nessuno degli studenti avrebbe fiatato, mai, come s’usava coi giovani docenti. Né il professor Facchetti avrebbe mai gridato. Non era nel suo stile.

In quelle aule di disegno non credo abbia mai alzato la voce (che l’abbia fatto altrove, non saprei) perché la sua autorevolezza era indiscussa anche per quei “fetenti” che eravamo, ignoranti di quasi tutto – come succede a quell’età – seppur molto presuntuosi.

Insegnava “Disegno di laboratorio” (poi sarebbe passato ad altre discipline, diventando anche vicepreside) ed era – questo sì – l’emanazione concreta e serena del professor Norberto Marchi (di cui era stato allievo), severissimo direttore e grande teorico del progetto e della materia (legno, metallo, plastiche, forme…). Soprattutto grande ideatore della trasformazione di una piccola Scuola d’Arte periferica in un centro di progettazione di respiro internazionale.

Guido Facchetti riuscì dunque a trasmettere agli allievi la consapevolezza dell’ideazione, della progettazione, del disegno, della qualità strutturale… dell’attenzione assoluta. Una sorta di moralità del fare che avrebbe condotto moltissimi verso strade differenti eppure senza mai dimenticare quelle lezioni.

La precisione. Chi non ha compiuto studi “artistici” e di progettazione non può avere idea di che cosa significhi avere la comprensione dell’insieme: di un mobile, di un arredo, di una grafica, di una casa, ma anche di un processo di industrializzazione del prodotto: “fare così e non in altro modo” era una domanda frequente.

Chi non ha mai disegnato con riga a T, squadre, scalimetri, balaustrino, compassi, mine durissime, rapidograph, sulla “carta da pacco” (la brutta) e poi sul lucido (in bella) non ha idea dei patemi d’animo, degli errori possibili, del tempo buttato e della pena di dover rifare il lavoro di giorni e giorni. Guido Facchetti seguiva ciascuno conducendo insieme il lavoro al meglio. Memorabile.

Riuscì anche a far dimenticare il tormento del “balaustrino” (un aggeggio per cerchi molto piccoli e variabili) usato più frequentemente per misurare la precisione delle linee del disegno. Dunque della sua esattezza. Non ne fece mai uno strumento di tortura perché il suo carattere era di una fortezza mite; la sua docenza di una chiarezza esemplare; la sua riservatezza assoluta, la sua disponibilità totale.

In mezzo secolo di conoscenza ci siamo incontrati poche volte, ma vi era – perché Facchetti così voleva – una sorta di rispetto e affetto reciproco e alla fine mi avrebbe detto: ma noi non ci diamo del tu? E così fu. Allora gli ricordai un giorno lontanissimo in gita scolastica, ad Arezzo mi pare, rientrata la baraonda in albergo era in attesa di cenare. In un clima di gioiosa serenità, il professor Facchetti alzò il coperchio di un pianoforte verticale messo lì nel salone e iniziò a suonare.

Le note della “Sonata al chiaro di luna” di Beethoven – esecuzione perfetta – si diffusero nel vasto ambiente e Facchetti, il mite, lo schivo, il sensibile espresse con lievità e dolcezza – attraverso la musica – l’affetto per tutti i suoi studenti che mai avrebbero immaginato una cosa del genere e che mai – ovviamente – l’hanno dimenticata. Grazie professore.